Il tirocinio di Ho Chi Minh fra gli Yankees

1. Ormai non è più lecito avere dubbi. Lo scatenamento dell’ultima guerra contro l’Irak potrebbe anche essere stato inopportuno. E’ vero, il casus belli addotto per giustificarla si è rivelato inconsistente: nel paese per anni sorvegliato e spiato dal cielo, dal mare e dalla terra, e quindi sistematicamente bombardato, occupato e setacciato, non c’è traccia di quelle armi di distruzione di massa, la cui esistenza era stata «dimostrata» dall’allora segretario di Stato Colin Powell all’ONU e che, a detta di Tony Blair, il regime ora rovesciato era pronto a impiegare, con furore genocida, «nell’arco di 45 minuti». Sì, un intero castello di menzogne si è come sbriciolato. E, tuttavia, le recriminazioni non hanno più senso dinanzi al compito urgente che si impone all’Occidente di fronteggiare la terribile minaccia rappresentata dai «tagliatori di teste» islamici.
A lanciare l’allarme non è solo Oriana Fallaci. Anche giornalisti e quotidiani solitamente lontani dall’islamofobia si sono preoccupati di fare appello al senso di responsabilità che dovrebbe essere proprio di ogni occidentale e di ogni persona civile: nello scontro, che oggi in Irak contrappone marines da un lato e tagliatori di teste ovvero tagliagole dall’altro, non si può non prendere posizione per i primi. Balza subito agli occhi il carattere arbitrariamente selettivo della configurazione del conflitto; altri potrebbero descriverlo come lo scontro tra i torturatori di Abu Ghraib e le loro vittime, ovvero come la disperata insurrezione di un popolo già condannato per lunghi anni all’inedia con un pretesto menzognero e ora sottoposto all’umiliante occupazione militare di una variegata legione straniera.
Ma non è questo il punto più importante. Assieme alla geopolitica e alla geoeconomia, l’odierna Crociata in difesa della Civiltà rimuove anche la memoria storica. Siamo in presenza di un’accusa che prende di mira i popoli di volta in volta bollati in quanto estranei alla civiltà. Nel visitare nel 1836 la Spagna, in quel momento immersa in una sanguinosa guerra civile, piuttosto che prendere posizione per una delle parti, Richard Cobden giunge ad una conclusione di carattere generale, in relazioni ai «barbari al di là del golfo di Biscaglia»: si tratta di «una nazione di bigotti, accattoni e tagliagole, con un governo di puttane e canaglie».
Ovviamente, il bersaglio privilegiato di questa accusa è costituito dai popoli coloniali o di origine coloniale. Chi più ricorda che la decimazione e l’annientamento dei pellerossa nord-americani sono stati promossi in nome della lotta contro un popolo di tagliateste e tagliagole? Tra i crimini che la Dichiarazione di indipendenza addebita a Giorgio III è quello di aver aizzato contro i coloni ribelli gli «spietati selvaggi indiani». Sì – precisa Thomas Paine sempre nel 1776 – la monarchia inglese «ha incitato i negri e gli indiani a distruggerci» ovvero a «tagliare la gola degli uomini liberi in America».
E’ un’accusa confermata da Marx. Il capitale descrive in che modo il governo di Londra fronteggia la minaccia dei coloni ribelli: «Per istigazione inglese e al soldo inglese essi furono tomahawked [uccisi a colpi di tomahawk, la scure di guerra dei pellerossa]. Il parlamento britannico dichiarò che i cani feroci e lo scalping erano “mezzi che Dio e la natura avevano posto in sua mano”». Epperò, dopo la vittoria della rivoluzione americana, il quadro cambia sensibilmente. Già nel 1783 un comandante inglese mette in guardia: imbaldanziti dalla vittoria, i coloni «si preparano a tagliare la gola agli indiani»; il comportamento dei vincitori – aggiunge un altro ufficiale – è «umanamente scioccante». Inizia in effetti il periodo più tragico della storia dei pellerossa. Andrew Jackson, presidente degli Stati Uniti negli anni in cui Tocqueville analizza sul campo e celebra la «democrazia in America», ascende alla più alta magistratura del paese dopo essersi distinto nella caccia agli indiani, da lui assimilati a «cani selvaggi». Su questo punto diamo la parola ad uno storico statunitense dei giorni nostri:
«Vantandosi di “aver sempre conservato lo scalpo di quelli che aveva uccisi”, lo stesso Andrew Jackson […] aveva sovrinteso alla mutilazione di circa ottocento cadaveri di indiani creek – i corpi di uomini, donne e bambini che lui e i suoi uomini avevano massacrato – amputando loro il naso per contarli e conservare una testimonianza della loro morte, e tagliando lunghe strisce di pelle per conciarle e trasformarle in briglie».
Nel procedere in occasione della rivoluzione americana allo scambio di accuse già visto, le due frazioni in cui si è lacerato il partito liberale della comunità bianca osservano entrambe un rigoroso silenzio sulla sorte riservata dall’Impero britannico nel suo complesso ai nativi investiti dall’espansione coloniale. Per saperne qualcosa siamo di nuovo costretti a far ricorso all’analisi marxiana dell’«accumulazione originaria»:
«Quei sobri virtuosi che sono i puritani della Nuova Inghilterra misero nel 1703, con risoluzioni della loro assembly, un premio di 40 sterline su ogni scalp d’indiano e per ogni pellerossa prigioniero; nel 1720 misero un premio di 100 sterline per ogni scalp, nel 1744, dopo che Massachusetts-Bay ebbe dichiarata ribelle una certa tribù, i premi seguenti: per uno scalp di maschio dai dodici anni in su, 100 sterline di valuta nuova, per prigionieri maschi 105 sterline, per donne e bambini prigionieri 55 sterline, per scalps di donne e bambini 50 sterline!».
Il silenzio su questo capitolo di storia svolge un’importante funzione ideologica. George Washington può tranquillamente assimilare i «selvaggi» pellerossa a «bestie selvagge della foresta» (Wild Beasts of the Forest). E, a quasi un secolo di distanza, nella California strappata al Messico, «la degradazione e l’annientamento degli indiani» diventano, per dirla con un altro storico statunintense, «una sorta di sport popolare».
Se i pellerossa, in quanto ingombrante zavorra, sono destinati ad essere cancellati dalla faccia della terra, i neri, utili quali strumenti di lavoro e bestiame umano, subiscono la morte solo allorché recalcitrano alla loro condizione di schiavi e si ribellano contro i loro padroni. In tal caso l’esecuzione dei colpevoli deve assumere un carattere esemplare e pedagogico. Come dimostra, nella Louisiana del 1811, la repressione di una rivolta di schiavi neri: le teste dei colpevoli sono piantate su paletti e messe in mostra sul luogo del misfatto.
2. E’ una pratica cui l’Occidente fa ricorso forse con particolare frequenza nell’ambito del suo rapporto coi popoli arabi e islamici, oggi accusati di essere i tagliatori di teste per eccellenza. Nel corso della sua spedizione in Egitto, dinanzi al rifiuto di un notabile egiziano di cedere agli invasori una parte consistente del suo ricco patrimonio, «Bonaparte ordinò che gli fosse mozzato il capo e che lo si portasse in giro per tutte le vie del Cairo con il cartello: “Così saranno puniti tutti i traditori e gli spergiuri”». E, tuttavia, il tentativo di terrorizzare la popolazione non consegue il suo obbiettivo. Qua e là scoppiano rivolte. Ebbene – prosegue lo storico sovietico qui citato – Bonaparte
«inviò sul luogo il suo aiutante Crouazier perché assediasse la popolazione ribelle, sterminasse tutti gli abitanti di sesso maschile senza eccezione e portasse al Cairo le donne e i bambini, dando alle fiamme il villaggio. L’ordine fu eseguito alla lettera. Molte donne e bambini perirono durante la lunga marcia fino al Cairo. Alcune ore dopo la spedizione punitiva, la piazza principale del Cairo mostrava lo strano spettacolo di lunghe file di asini carichi di sacchi: i sacchi furono aperti e sulla piazza rotolavano le teste degli uomini della tribù insorta, giustiziati».
La pratica del mozzamento delle teste dei colpevoli e della loro esibizione a fini pedagico-terroristici non cessa con la sconfitta di Napoleone. Nel corso del suo viaggio in Algeria – siamo negli anni della Francia liberale della monarchia di luglio – a Philippeville, Tocqueville è ospite a pranzo di un colonnello dell’esercito di occupazione, il quale traccia un quadro eloquente della situazione:
«Signori, solo con la forza e il terrore si può riuscire a trattare con questa gente […] L’altro giorno sulla strada è stato commesso un assassinio. Mi è stato condotto un arabo che era sospettato. L’ho interrogato e poi gli ho fatto tagliare la testa. Vedrete la sua testa alla porta di Costantina».
Tocqueville non prende le distanze da questo comportamento, che ai suoi occhi sembra rientrare tra le «necessità spiacevoli» di cui occorre farsi carico allorché ci si impegna in una «guerra agli arabi». Nella lotta contro di essi, è necessario «distruggere tutto ciò che rassomiglia ad un’aggregazione permanente di popolazione o, in altre parole, ad una città»; è «della più alta importanza non lasciar sussistere o sorgere alcuna città nelle regioni controllate da Abd-el-Kader», il leader della resistenza. Non bisogna lasciarsi inceppare dagli scrupoli morali:
«Ho spesso udito in Francia uomini che rispetto ma che non appoggio considerare riprovevole il fatto che si brucino i raccolti, che si svuotino i silos e che infine ci si impadronisca degli uomini disarmati, delle donne e dei bambini.
Si tratta, secondo me, di necessità spiacevoli, ma alle quali sarà costretto a sottomettersi ogni popolo che vorrà fare la guerra agli arabi».
Quando si ha a che fare con gli islamici, la pratica del mozzamento della testa può infierire persino su cadaveri ormai putrefatti. Nel 1898, con la battaglia di Omdurman, la Gran Bretagna riesce a riassoggettare il Sudan, che in precedenza aveva sconfitto gli inglesi e conquistato l’indipendenza. Ora i bianchi superuomini avvertono il bisogno di riscattare l’umiliazione subita: non si limitano a finire i nemici orribilmente feriti dalle pallottole dum-dum. Devastano la tomba del Mahdi, l’ispiratore e protagonista della resistenza anticoloniale: il suo cadavere è decapitato; mentre il resto del corpo è gettato nel Nilo, la testa viene portata in giro come trofeo.
3. Esibite a scopo pedagogico-terroristico, le teste mozzate si configurano talvolta come una sorta di trofeo di caccia. Nel 1890 Joseph Conrad compie il suo viaggio in Africa e nel Congo, raccogliendo le informazioni e suggestioni che poi confluiscono in Cuore di tenebra e nella descrizione qui contenuta degli orrori dell’espansione e del dominio coloniali: si pensi alle «teste [dei ribelli] lasciate a seccare sui paletti sotto le finestre del signor Kurtz», lo schiavista che è il personaggio-chiave del romanzo.
Può infine accadere che il trofeo di caccia si trasformi in souvenir. Abbiamo visto Jackson infierire sul corpo degli indiani uccisi e scotennati. Questo non gli impedisce di coltivare pensieri in qualche modo gentili: egli amava verificare di persona «che i souvenirs provenienti dai cadaveri fossero distribuiti “alle signore del Tennessee“».
A un trattamento analogo sono sottoposti, nel sud degli Stati Uniti, i neri che osano mettere in discussione il regime di white supremacy. Vediamo in che modo si conclude un linciaggio nell’Arkansas del 1921. Una folla di cinquecento persone, fra cui non poche donne, si gode il prolungato spettacolo di un nero che i suoi carnefici mettono a bruciare a fuoco lento e che invano cerca di affrettare la propria morte. Quando questa finalmente arriva, ecco intervenire la gara per contendersi «quali souvenirs» le ossa della vittima.
Tre anni dopo, un giovane indocinese (Nguyen Sinh Cung), approdato negli Stati Uniti in cerca di lavoro, assiste inorridito ad un linciaggio:
«Il nero viene messo a cuocere, è abbrustolito, bruciato. Ma egli merita di morire due volte piuttosto che una sola volta. Pertanto egli viene impiccato, più esattamente è sottoposto a impiccagione ciò che resta del suo cadavere… Quando tutti sono sazi, il cadavere viene tirato giù».
Di nuovo interviene il momento giulivo dell’acquisizione dei souvenirs. Gli spettatori e le spettatrici più fini o più modesti si accontentano di un pezzo della corda utilizzata nel corso del supplizio. «A terra, circonfusa da un puzzo di grasso e di fumo, una testa nera, mutilata, arrostita, deformata, fa una smorfia orribile e sembra chiedere al sole che tramonta. “E’ questa la civiltà?”».
L’infausta tradizione qui sommariamente evocata si fa sentire ancora nel corso della seconda guerra mondiale. Mentre da un lato, nel desiderio anche di scimmiottare la bianca e occidentale razza dei signori, si macchiano dei crimini più orrendi in primo luogo contro i cinesi e i popoli dell’Asia orientale, i giapponesi sono a loro volta assimilati a barbari ed anzi a veri e propri animali, ad opera dei loro nemici che pretendono di incarnare l’Occidente autentico: «Che male c’era, allora, se alcuni pulivano, lustravano e mandavano a casa i loro teschi di animali come souvenir?» Ritornano in auge le pratiche che già conosciamo:
«Una comune istantanea raffigura un soldato o un marine che esibisce orgogliosamnte un cranio giapponese ben lustrato, mentre una poesia di quel periodo, di Winfiled Townley Scott, riflette, senza alcun commento morale, su The U. S. Sailor with the Japanese Skull (Il marinaio statunitense con il teschio giapponese): ” … il nostro/ Marinaio, cioè, ventenne, vagabondava in agosto/ Tra i piccoli corpi sulla sabbia e andava in caccia / Di ricordi: denti, piastrine, diari, stivali; ma ancor più ardito / Tagliava una testa e la scuoiava sotto un albero di ginkgo biloba”. Poi il marinaio la trascina per molti giorni dietro la nave e finalmente la netta accuratamente con la lisciva e ottiene così un perfetto ricordino».
A guerra appena finita, nel febbraio 1946 l’Atlantic Monthly riconosce:
«Sparammo ai prigionieri a sangue freddo, distruggemmo gli ospedali, mitragliammo a bassa quota le scialuppe di salvataggio, uccidemmo e maltrattammo i civili nemici, finimmo i feriti, gettammo i moribondi in una fossa con i morti, e nel Pacifico bollimmo i teschi dei nemici per eliminare la carne intorno e farne soprammobili per le fidanzate o intagliammo le ossa fino a ottenere dei tagliacarte».
4. Possiamo almeno considerare conclusa con la seconda guerra mondiale l’infausta tradizione di cui qui si tratta? Torniamo a Nguyen Sinh Cung, al giovane indocinese già incontrato. Egli denuncia l’infamia del regime di supremazia bianca e del Ku Klux Klan, da lui paragonato al fascismo, su Correspondance Internationale (la versione francese dell’organo dell’Internazionale Comunista). Dieci anni dopo egli fa ritorno in patria e assume il nome, col quale ancora più tardi diventerà noto in tutto il mondo, di Ho Chi Minh. C’è un nesso tra l’orrore da lui provato per la sorte nella democratica America riservata agli infelici neri e la determinazione con cui egli guida la lotta di liberazione nazionale prima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti? Certo è che anche in Indocina, a decenni di distanza dal crollo del Terzo Reich, la razza dei signori conserva le sue abitudini. Il protagonista del romanzo di Conrad, il signor Kurtz sembra ancora fare scuola, a giudicare almeno da quello che riferisce un docente americano su una rivista americana, a proposito di un agente della Cia, che visse nel Laos «in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti [indocinesi] morti». Neppure dopo la morte meritano rispetto la testa e il corpo dei barbari. E’ di questi giorni la notizia, proveniente da Baghdad, di un video «che mostra una pattuglia [statunitense] mentre ride e scherza con il corpo di un irakeno freddato all’interno del suo camioncino». Tutto lascia presumere che la vittima abbia perso la vita per errore. Ma ciò non incrina il buon umore delle truppe di occupazione. Come chiarisce la didascalia apposta alle foto pubblicate dal Corriere della Sera, «il peggio deve ancora cominciare. Un soldato Usa si avvicina al corpo, lo scuote. “Fagli fare ciao con la manina” gli dice un compagno. E lui prende la mano del morto per l’ultimo oltraggio». Ma questo oltraggio e gli altri consumati ad Abu Ghraib e che continuano a consumarsi quotidianamente in Irak non impediscono ai colpevoli di bollare come «tagliateste» e «tagliagole» i nemici che l’Impero e la razza dei signori via via incontrano sulla loro strada.

Testi citati
Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, Corriere della Sera, Milano, 2004 (p. 126); Wendy HINDE, Richard Cobden. A Victorian Outsider, New Haven and London, Yale University Press, 1987 (pp. 25-6); Thomas PAINE, Collected Writings, a cura di Eric Foner, New York, The Library of America, 1995 (pp. 35 e 137); Karl MARX, Das Kapital (1867-1894), tr. it., di Delio Cantimori, Il capitale, Torino, Einaudi (vol. I, p. 925, cap. 25); Colin G. CALLOWAY, The American Revolution in Indian Country. Crisis and Diversity in Native American Communities, Cambridge, University Press, 1995 (pp. 278 e 272, per quanto riguarda il comportamento dei coloni vittoriosi); David E. STANNARD, American Holocaust. The Conquest of the New World (1992), tr. it., di Carla Malerba, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2001 (pp. 202-3, per Jackson e p. 252, per le modalità della guerra tra Stati Uniti e Giappone); Richard Maxwell BROWN, Strain of Violence. Historical Studies of American Violence and Vigilantism, Oxford University Press, New York-Oxford, 1975 (p. 193, per la Louisiana del 1811); E. V. TARLE, Napoleone (1942), tr. it. di G. Benco e G. Garritano, Editori Riuniti, IV ed., 1975 (pp. 73-4); Byron FARWELL, Prisoners of the Mahdi (1967), New York-London, Norton Company, 1989 (pp. 303 sgg.) e Wladimir G. TRUCHANOWSKI, Winston Churchill. Eine politische Biographie (1968), tr. ted. dal russo di Gisela Lehmann e Eberhard Wolfgramm, Köln, Pahl-Rugenstein, 1987 (pp. 46-8, per quanto riguarda il Sudan); Joseph CONRAD, Heart of Darkness (1899), tr. it., di Ettore Capriolo, Cuore di tenebra, Milano, Feltrinelli, Universale Economica, II ed., 1996 (p. 85); Paul FUSSEL, Wartime (1989); tr. it., di Mario Spinella, Tempo di guerra, Milano, Mondadori, 1991 (pp. 178 e 152-3, per le modalità della guerra tra Stati Uniti e Giappone); Thomas F. GOSSET, Race. The History of an Idea in America (1963), New York, Schocken Books, 1965 (p. 270, per l’efferatezza dei linciaggi); Wyn Craig WADE, The Fiery Cross. The Ku Klux Klan in America, New York-Oxford, Oxford University Press, 1997 (pp. 203-4, per Ho Chi Minh); Domenico LOSURDO, Controstoria del liberalismo, Roma-Bari, Laterza, in libreria a partire dal settembre 2005 (cap. 1, § 5, per Washington e gli indiani; cap. 9, § 2, per lo «sport popolare» in California e cap. 7. § 6, per Tocqueville e l’Algeria); Daniel WIKLER, The Dalai Lama and the Cia, in The New York Review of Books, 23 settembre 1999, (p. 81, per la «corona di orecchie»); Fabrizia SARZANINI, Il dossier italiano: manomesse le prove, in Corriere della Sera del 1 maggio 2005, p. 6,

(pubblicato in «Belfagor. Rassegna di varia umanità», 31 luglio 2005)