Il tfr alla tesoreria, via Inps Addio pensioni egualitarie

L’accordo sul Tfr è stato siglato. Tutto bene quel che finisce bene? A guardare più da vicino i contenuti dell’intesa non si direbbe. E’ forse utile perciò chiarire i punti di soddisfazione e di scampato pericolo e i punti che continuano ad essere insidiosi. La prima cosa che va detta con una certa nettezza, a scanso di equivoci, è che l’accordo sul Tfr non c’entra nulla con le pensioni.
Le risorse ingenti che saranno «trasferite» dalle casse delle aziende alla Tesoreria generale dello stato – e non all’Inps, si badi bene – non andranno infatti a incrementare le pensioni pubbliche. Quei soldi, che dovrebbero essere circa 6 miliardi di euro l’anno (18 miliardi è l’ammontare totale del Tfr a livello nazionale) saranno utilizzati per «fare cassa», ovvero per essere investiti in settori per i quali le risorse scarseggiano. Si tratta in sostanza di un grande giro di soldi che dalle tasche dei lavoratori (Tfr non appartiene ai datori di lavoro, ma è retribuzione differita) passeranno, tramite le aziende, all’Inps per essere depositati infine nelle casse della Tesoreria. L’Inps, istituto nazionale della previdenza sociale, svolgerà quindi solo il compito dell’esattore. Ed essendo solo un tramite non potrà contare su quelle risorse, né come fonte di investimento, né tantomeno come risorse ad usare per incrementare le pensioni dei singoli lavoratori che hanno una posizione contribuitiva presso lo stesso istituto. Le pensioni pubbliche e quindi il loro peso finale in rapporto all’ultimo stipendio, quello che in gergo si chiama il coefficiente di trasformazione continueranno ad essere incrementate, così come prevede la riforma Dini, solo dai contributi che i singoli lavoratori versano. Tra l’altro è anche noto il fatto che le pensioni si pagano con i soldi dei contributi versati dai lavoratori in attività, che poi sarebbe il famoso patto intergenerazionale messo in pratica. Quindi a maggior ragione quei circa 6 miliardi di euro che andranno a finire nelle casse della Tesoreria non sono da considerare pensioni.
Il governo Prodi è soddisfatto dell’intesa raggiunta con sindacati e Confindustria perché pensa di aver ottenuto due o tre obiettivi importanti. I ministri hanno spiegato che non hanno nulla contro lo sviluppo dei fondi pensione e della previdenza integrativa e anzi che è molto importante la decisione di anticipare la riforma Maroni, facendo partire il silenzio-assenso dal prossimo gennaio. I soldi che saranno «stornati» alla Tesoreria sono solo una parte delle risorse che invece dovranno andare ai fondi pensione. Nei calcoli degli esperti ministeriali, la previsione è che circa un 35-38% dei lavoratori aderiranno ai fondi pensione, mentre gli altri chiederanno di lasciare il Tfr in azienda, cosa che si tramuterà appunto nel trasferimento verso la Tesoreria, via Inps. Ma il governo è soprattutto soddisfatto di aver scovato questo «tesoro» nel pozzo. L’entrata prevista ha permesso di ridurre l’entità complessiva della manovra, che sarebbe stata altrimenti da «lacrime e sangue», come dichiarò con una certa imprudenza il ministro Padoa Schioppa.
I soldi del Tfr non utilizzato a fini previdenziali riducono quindi l’impatto della manovra e permettono allo stato di attingere risorse fresche per le infrastrutture. I soldi del Tfr, dunque, per costruire nuove strade o magari rinnovare le stazioni. Ma si vocifera che quei soldi si potrebbero destinare anche alla Difesa. Il Tfr per finanziare i nuovi soldati di professione e le operazioni all’estero?
Chariti i primi due punti di «sofferenza», c’è anche da ricordare un altro dei punti forse più importanti: quello che riguarda i giovani della generazione precaria e tutti quei lavoratori che hanno avuto la «fortuna» di essere assunti negli anni post-riforma. Come hanno fatto notare Tito Boeri e Agar Brugiavini sul sito della voce (lavoce.info) e su la Repubblica di ieri, per tutte queste persone non è previsto nulla di nuovo in questo accordo perché non esiste certezza che i soldi andranno a incrementare le loro pensioni pubbliche, mentre il loro accesso alla previdenza complementare è tuttora quasi vanificato dai livelli di reddito e dalle collocazioni nel mondo produttivo. Sono il grande assente al tavolo della concertazione. L’ulteriore complicazione che contribuirà a creare pensionati di serie A e pensionati di B, sta nel aver fissato la soglia delle imprese con 50 dipendenti. Sarà stato forse anche una scelta obbligata, ma così la previdenza italiana somiglia sempre di più a un tessuto a macchie: quelli con i fondi pensione, quelli senza, i lavoratori soli, gli assicurati dalle Compagnie, i pubblici senza fondi, i padri e figli e via dicendo. L’universalismo dell’assicurazione pubblica è solo un discorso da libro di testo universitario. Dicendo, questo, tra l’altro, non abbiamo ancora detto nulla sul funzionamento dei fondi pensione.