Il teutonico Bertinotti avanza (ma senza i suoi alleati) contro Prodi

Roma. C’è un adagio che rimbalza dal terzo piano di Montecitorio, dove Fausto Bertinotti ha il suo studio, fino a via del Policlinico, dove Rifondazione comunista ha la sede: “Avanti con chi ci sta”. Un’espressione che condensa il pensiero bertinottiano sulla riforma elettorale e sulle dipendenti prospettive unitarie della Cosa rossa. “Avanti”, dunque, anche a costo di perdere pezzi, di lasciare qualcuno per strada. La trattativa sulla cosiddetta bozza Bianco è infatti iniziata, anche se all’alleato Oliviero Diliberto non piace, anche se scompagina il ruolo di Romano Prodi, anche se significa parlare con Silvio Berlusconi (non a caso definito “l’alfa e l’omega della Seconda Repubblica”, nelle parole di Bertinotti).
La riforma elettorale rappresenta un punto di divergenza insormontabile che divide Rifondazione dai suoi alleati della Sinistra l’arcobaleno. Tanto da aver ormai delineato uno schieramento trasversale, ed esclusivamente parlamentare, che fotografa il Pdci e i Verdi a fianco di Clemente Mastella e Antonio Di Pietro. Con in mezzo Fabio Mussi, leader di Sinistra democratica, che invoca un vertice della Cosa rossa per ritrovare l’armonia perduta. Uno schema all’interno del quale Romano Prodi è contemporaneamente vittima e complice, in un gioco per lui pericoloso. E infatti Rifondazione lo ha esplicitamente scaricato. Perché il partito di Franco Giordano non intende raggiungere una posizione comune dell’Unione, come vorrebbe il presidente del Consiglio: piuttosto parla con Forza Italia e si incarica di mediare, all’interno del Pd, tra le posizioni del CaW (Cav. + W) e quelle del compromesso D’Alema-Marini. Così a Prodi restano Mastella e il Pdci, i quali però hanno una sola via di scampo dall'”accordo parlamentare” che li schiaccerebbe sui grandi partiti: ovvero far cadere lo stesso Prodi.
La via parlamentare è individuata dal Prc come l’unica strada. Ieri Rifondazione lo ha ripetuto, persino dopo l’annuncio di un vertice di maggioranza per il 10 gennaio: “Parliamo, bene. Ma poi si va avanti sul proporzionale tedesco”. Così la via di scampo degli antiproporzionalisti prodiani è proprio la caduta di Prodi con le conseguenti elezioni anticipate (“possono affossarmi se vogliono – avverte lui – Ma niente governo istituzionale”). Un’ipotesi sulla quale Mastella ragiona a voce alta mentre Diliberto (come i socialisti) mantiene un eloquente silenzio. Un’opzione, inoltre, che probabilmente spaccherebbe la Cosa rossa. D’altra parte Bertinotti persegue con freddezza la strada dell’avanti tutta “con chi ci sta” mentre Diliberto, è chiaro, non ci sta. Per il suo partito la prospettiva di una legge elettorale con forte sbarramento significherebbe sparire, o nella migliore delle ipotesi confluire alla corte del Prc (e i rapporti personali non sono proprio idilliaci). Per questo la strategia di Rifondazione, affidata ai comunicati ufficiali, si svolge nel segno della prudenza, con toni concilianti nei confronti dei riottosi. Ma questi non ci cascano e infatti dalle parti dei Comunisti italiani la linea del Prc viene definita “a senso unico e poco rispettosa”. Fabio Mussi sta lavorando per un accordo tra i segretari della sinistra che preceda il vertice dell’Unione del 10 gennaio. Tuttavia un incontro fra i leader non appare probabile perché “le posizioni sono chiare e decisamente distanti – dice il Pdci – La riforma elettorale Pd-FI è un obbrobrio”. Ma le minacce, nel Prc, non preoccupano se è vero, com’è vero, che la settimana scorsa Michele De Palma, membro della segreteria, diceva al senatore Claudio Grassi: “Senza di noi la sinistra non va da nessuna parte”.