Il terzo potere sotto il tiro del sovrano

Nella sua introduzione al volume di Giovanni Palombarini (La variabile indipendente. Quale giustizia per gli anni duemila, Dedalo edizioni, pp. 270, euro 15) Mario Isnenghi scorge nel titolo «un residuo analogico di civetteria operaista»: un tempo la scuola operaista italiana volle identificare nell’autonomia di classe l’elemento non assimilabile e non riducibile alle dinamiche dello sviluppo capitalistico. L’indipendenza qui teorizzata come fattore non addomesticabile nel gioco democratico è invece quella, certamente più saldamente radicata nel costituzionalismo moderno, del terzo potere, cioè quel potere giudiziario deputato alla garanzia dei diritti fondamentali attraverso la complessa attività dello ius dicere.
La necessità di riaffermare i principî dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e di rafforzare e, in taluni casi, ricostruire i connessi presupposti di natura legislativo e/o organizzativa per rendere effettivi tali principî, emerge in questo libro di Palombarini come la più urgente delle emergenze ereditate dalla passata legislatura. L’autore documenta con precisione e puntigliosità gli innumerevoli episodi che hanno segnato lo scontro, molto aspro e senza precedenti nelle democrazie del Novecento, che per lunghissimi cinque anni ha visto contrapposti la stragrande maggioranza dei magistrati italiani e il governo di centro-destra. Un tentativo di delegittimazione della magistratura articolato su piani diversi, ma convergenti.
Da un lato, la pressione «mediatica» attraverso il reiterato uso da parte di autorevoli esponenti del centrodestra di espressioni offensive nei confronti di singoli giudici o dell’intera categoria – matti, antropologicamente diversi dalla razza umana, criminali, peggio del fascismo, cancro della democrazia ed altre squisitezze del genere. Una campagna mediatica sorretta dalla tesi sull’esistenza di un «complotto giudiziario» teso a rovesciare un governo forte del consenso popolare, mentre l’indice era puntato sulla «politicizzazione» di alcune correnti della magistratura associata, accusate di essere legate personalmente e ideologicamente alla sinistra.
L’attacco ai magistrati
Perseguita con accanimento (anche attraverso un uso a vasto raggio di procedimenti disciplinari e di ispezioni promosse dal Ministro della Giustizia) è l’immagine di una diffusa partigianeria tra le toghe che priva di significato il risultato dei processi e delle inchieste in corso, a cominciare da quelli contro l’inquilino di Palazzo Chigi. Su un altro ma connesso versante, seno state varate, nonostante la contrarietà del Consiglio Superiore della Magistratura (e 4 scioperi dell’Associazione nazionale della magistratura) e dello stesso Presidente della Repubblica, leggi ad personam per cercare di risolvere «casi difficili» per la maggioranza.
Quello che ha visto opporre la magistratura e il governo presieduto da Silvio Berlusconi è stato un contrasto unico nel panorama postbellico delle democrazie occidentali, che ha fatto guadagnare al nostro ex Premier ben due copertine molto allarmate del settimanale più diffuso nel vecchio continente (l’Economist), che è giunto a dubitare che l’Italia potesse coprire con dignità il semestre di Presidenza europea. Non sarà quindi facile al nostro paese risalire ora la china dopo un simile discredito internazionale. Infine, l’autore, giustamente ricorda, la controriforma della Costituzione avviata con il progetto di «premierato assoluto», un formidabile avvitamento in senso maggioritario dei poteri attorno alla figura del Presidente del Consiglio, astutamente realizzata attraverso una complicatissima e ingestibile ripartizione di competenze tra assemblee parlamentari (anche regionali) in competizione tra loro.
Tuttavia, questa concentrata pressione su tutti i lati per indurre il «terzo potere» a non frapporre ostacoli ai progetti governativi sembra ormai appartenere ad un’altra stagione politica e culturale: ma un ritrovato clima per discutere i nodi cruciali del funzionamento della macchina della giustizia può forse consentire di chiedersi come tutto ciò sia potuto accadere, senza una reazione (a parte le mobilitazioni girotondine per pochi mesi) adeguata di partiti, sindacati, associazioni.
Non vi è dubbio che sentenze e decisioni faranno sempre discutere (come testimonia il «caso Welby») ed è bene che sia così. Una giustizia efficiente non va infatti confusa con una giustizia immune da critiche e al di sopra di obiezioni non meramente tecniche. Questa necessità non deriva solo da fattori di ordine storico-istituzionale irreversibili che incrementano gli spazi di discrezionalità giudiziaria – crisi della mediazione parlamentare, incremento delle leggi a natura compromissoria, adattamento giurisprudenziale a mutamenti sociali vorticosi, flessibilità delle risposte delle Corti a fronte della rigidità delle norme di fonte legislativa – da tempo identificati dalla dottrina.
Su di un piano più profondo gioca inoltre il mai definitivamente risolto «meta-problema» delle democrazie costituzionali: cioè il rapporto per natura istabile e dialettico tra tutela dei diritti fondamentali (che strutturano il piano dell’autonomia privata, la sfera di protezione dei singoli anche sotto il profilo sociale) e le procedure nella quali si esprime l’autonomia pubblica, in primis i processi legislativi.
La soluzione preferibile tra le tante in circolazione, quella habermasiana di Fatti e norme, definisce un circolo virtuoso tra il piano, appunto, dei fatti e quello delle norme, il base al quale le procedure legislative sono legittimate a monte dai diritti, mentre i i cittadini devono democraticamente poter sempre precisare il senso e il significato delle stesse prerogative fondamentali. «Garante» di questo processo è la magistratura, che ha il compito di tutela delle minoranze e di protezione delle chances partecipative di tutti. Pertanto, tanto più la sfera pubblica (come società aperta degli interpreti della Costituzione) è investita di una discussione sui limiti del potere, tanto più la società civile e lo stesso sistema politico sono in grado di apprendere riflessivamente i modi per mantenere in equilibrio «diritti e democrazia». Ma se questo delicato rapporto è oggetto di confronto in Europa, solo in Italia si è rischiata una grottesca semplificazione, sino a proclamare una sorta di «assolutezza» delle prerogative dei governanti in virtù della consacrazione del voto popolare.
Viene così da pensare, seguendo le tracce del libro di Palombarini, che l’offensiva antigarantistica della Casa delle libertà possa contare su guasti culturali importanti e radicati, in strappi che continuano a segnare questo paese in profondità e che non sembrano ricuciti neppure dal voto popolare che ha rimandato al mittente il progetto di controriforma del «Testo» del 1948.
Questi guasti sembrano risalire alle modalità con cui si volle uscire dalla crisi della prima Repubblica accreditando la cultura unidimensionale e riduzionistica per cui solo il rafforzamento degli esecutivi e la logica maggioritaria può condurre alla stabilità e ad un buon andamento della cosa pubblica. Il passaggio dall’idea di una democrazia pluralista e inclusiva a quella «immediata» o di investitura (pur nelle sue tante varianti) è stato il vero collante che ha unificato culturalmente in questi anni maggioranza, gran parte della stessa opposizione e i media, nella speranza di edificare un nuovo equilibrio di potere basato sull’alternanza e il bipolarismo con la semplificazione delle differenze politiche e sociali, in netta rottura con il modello emergente dal «Testo» del ’48.
Il veleno antipluralista e neomonarchico così iniettato nella società si è infatti lentamente radicato nell’immaginario collettivo e neutralizzarlo non sarà semplice. Inoltre, l’idea di una leadership forte e carismatica, con una maggioranza coesa, con un chiaro univoco e irrevocabile mandato elettorale, che cade o vince su di un programma immutabile, chiamata dal popolo ad esprimere un punto di vista dei «vincitori» sembrano ormai luoghi comuni ampiamente condivisi da entrambi gli schieramenti politici. Il negoziato, il compromesso, il conflitto, la mediazione anche tra diversi soggetti sociali e territoriali, la trattativa e il bilanciamento dei vari interessi o valori in gioco, la collaborazione istituzionale, l’adeguamento agli orientamenti prevalenti delle Corti (nazionali e/o sovranazionali) sono oramai considerati vecchi arnesi del passato, retaggio di un mondo consociativista, concetti indegni di una modernità nel quale il nuovo «principe» ha il diritto-dovere di fare (anche se per soli 5 anni) la «storia». Ora questo modello è in stringente contrasto con quanto (in positivo) ha da insegnarci l’esperienza europea: anche ammesso che l’Unione europea soffra di un deficit partecipativo, comunque offre l’esempio di una governance «senza capi» cui è inapplicabile la religione maggioritaria e che si dipana attraverso un dialogo ed un negoziato multilevel che in molti vorrebbero giustamente razionalizzare e renderlo più chiaramente responsabile avanti il demos (e il Parlamento) europeo. Tuttavia, è una razionalizzazione che non cancella gli elementi di estrema complessità e differenziazione istituzionale che caratterizzano la governance multilevel dell’Unione europea.
In ogni caso, la torsione del nostro sistema verso derive maggioritarie è stato condotto, ricorda bene Palombarini, in assenza, da parte delle forze democratiche e di sinistra, di un qualsiasi progetto istituzionale e sociale «complessivo» e di lunga durata, capace, cioè, di imprimere una direzione unitaria agli scambi sociali (dalle autonome locali alle garanzie del lavoro). Una volta seguite le sirene del maggioritario ci si è trovati con la Bicamerale sulle soglie del presidenzialismo; poi è stata varata, nel 2001, una improvvisata riforma federalista la cui ortopedia sta immobilizzando i lavori della stessa Corte costituzionale. L’occasionalismo e il cinismo istituzionale per cui le riforme vengono giudicate, a cominciare dal mutamento della legge elettorale oggi in discussione, solo dai loro «effetti» di rafforzamento dei partiti. E questo avviene mentre i gruppi dirigenti di quegli stessi partiti imperano ed impediscono anche un riformismo «spicciolo», che spazierebbe dalla riduzione dell’abnorme numero dei parlamentari alla cancellazione delle Province, alla predisposizione di norme costituzionali idonee a disciplinare in modo adeguato il raccordo tra ordinamento interno e ordinamento europeo.
La debole attenzione che gli italiani hanno dimostrato in questi anni per il destino dell’istituzione giudiziaria non dipende, quindi, dalla sola discutibile produttività del «sistema magistratura», ma anche da una torsione del dibattito sul «caso italiano» verso i temi della governabilità che porta a considerare come secondario il problema delle garanzie.
Tra resistenza e conservazione
Per superare l’empasse è allora sufficiente la politica di mera resistenza attorno alla Costituzione o, al più, qualche cambiamento limitato e di dettaglio? Oppure abbracciare un nobile conservatorismo che ci protegga da altre improvvisate avventure? Il volume non sembra voler arrivare a conclusioni definitive. Di fronte a certe proposte «noviste» ad ogni costo, la conservazione è – se non altro – la scelta del male minore. Tuttavia mi pare che anche decisioni «minori», compresa quella sulla legge elettorale, implichino opzioni che inevitabilmente richiamano scelte più ampie (ed anche riferimenti ideali di largo respiro). La sfida dell’innovazione istituzionale non può, nonostante tutte le cautele, essere evitata, anche se andrebbe posta su binari che consentano una ampia e meditata riflessione, non confinata solo al ceto politico, come d’altronde sottolinea Peppino Cotturri nella postfazione al volume. Le vecchie risposte non bastano più: la centralità del Parlamento e il ruolo dei partiti di massa sono espressioni che conservano una certa validità solo per sottolineare le storture di sistemi antiparlamentari e post-partitici come quello voluto da centrodestra, ma l’autoreferenzialità delle attuali forme di rappresentanza costituisce, purtroppo, una delle radici che alimenta la ricerca di un «capo».
L’autore lamenta inoltre anche la mancanza di un partito delle classi lavoratrici e degli esclusi, ma la portata della sfida «costituzionale» eccede senz’altro la mera aggregazione di alcuni gruppi della «sinistra radicale» e reclama un confronto di più ampio respiro. Qualche suggerimento più stimolante viene ad esempio dai movimenti sociali (sopratutto a livello globale) attraverso la prefigurazione di momenti partecipativi orizzontali e reticolari (bilancio partecipativo) e la rivendicazione di un ruolo crescente (nei processi decisionali) per l’associazionismo e i non state actors. Ancora la giurisprudenza delle Corti europee ha da tempo avviato un’opera di confronto anche con i giudici nazionali sui diritti fondamentali. La nostra Costituzione è tuttavia vistosamente priva di alcune di queste prerogative: dallo ius ad vitam allo stesso divieto del licenziamento ingiustificato. Sul fronte della non discriminazione per ragioni di orientamento sessuale, il nostro paese è altresì rimasto non contaminato dalle coraggiose decisioni della Corte di Strasburgo e del Lussemburgo (che evidentemente i nostri duellanti sui Pacs ignorano). Si potrebbe andare avanti a lungo.
E’ possibile seguire, alla fine, una «terza via», che senza trincerarsi in un conservatorismo immobile e sul lungo periodo perdente, avvii una profonda riflessione autocritica della scelta maggioritaria (implicitamente ostile e minacciosa per una autentica e funzionante divisone dei poteri) e progetti invece modifiche parziali e «mirate» del Testo del ’48 ma in una direzione esplicitamente e dichiaratamente pluralista, partecipativa e inclusiva?