Il tassello mancante

Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani denunciano l’assenza di regole nella finanza, altri puntano l’indice verso le responsabilità della Federal reserve e nelle norme di Bretton Woods. Sono tutte interpretazioni che contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse ci offre una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Ne parliamo con Emiliano Brancaccio, docente di Macroeconomia presso l’Università del Sannio, membro della consulta economica della FIOM e conoscitore dall’interno del
mondo bancario italiano

Possiamo dire che dietro la crisi finanziaria che sta smuovendo le fondamenta dell’economia mondiale ci sia una causa, un’origine sociale? Questo terremoto economico può cioè trovare le sue cause nella crisi sociale del lavoro e delle sue rappresentanze?
Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani, da Thurow a Krugman, hanno denunciato soprattutto la deregolamentazione selvaggia della finanza, e altri hanno richiamato l’attenzione sulle responsabilità della Federal reserve, presenti e passate. Tutte queste interpretazioni contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse sembra offrire una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Il punto è che per individuare le radici della crisi occorre rievocare un fantasma: il conflitto tra capitale e lavoro.

Un conflitto che latita, che non c’è.
Esatto. Ed infatti, la crisi in corso può esser letta come un riflesso della pressoché totale assenza di quel conflitto a livello globale. Tutto parte da una constatazione: la debolezza del movimento dei lavoratori ha fatto sì che venisse creato un mondo di bassi salari. Questo mondo però è strutturalmente instabile, e adesso iniziamo a rendercene conto. Mi spiego. Ogni paese oggi punta a tenere bassi i salari e la domanda interna, e cerca quindi all’esterno dei propri confini uno sbocco per le proprie merci.
Questo meccanismo nel corso dell’ultimo decennio ha funzionato grazie al fatto che gli Stati Uniti hanno agito da “spugna assorbente” delle eccedenze produttive di tutti gli altri paesi. Tuttavia, questa “spugna” funzionava non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli USA montava un debito privato colossale, in grado di finanziare qualsiasi eccedenza di spesa rispetto ai redditi. L’espandersi del debito ha via via coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando un grande economista, Hyman Minsky, potremmo parlare di “ultra-speculative working poors”, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Poteva mai reggere un così fragile castello di debiti?
No, era più che altro una bomba a tempo, e alla fine la bomba è scoppiata. Il problema è che a pagarne le conseguenze potrebbero essere ancora una volta i lavoratori, mentre i padroni di Wall Street, che hanno fabbricato quella bomba, potrebbero addirittura arrivare a guadagnarci.
Prendiamo ad esempio il piano Paulson, che è stato affossato dal Congresso americano ma che ora si sta cercando di recuperare. Esso prevede che lo Stato acquisti i titoli rischiosi dalle banche d’affari e a queste ceda in cambio freschi contanti, con la possibilità in una seconda fase di cedere nuovamente alle banche quei titoli, una volta che la tempesta sia passata. Ebbene, se il governo federale acquistasse a prezzi sufficientemente alti, i banchieri potrebbero alla fine ritrovarsi con un guadagno di capitale ottenuto a spese del bilancio pubblico.
Del resto, i sintomi di questo scandaloso effetto distributivo si stanno già facendo sentire nella campagna per le presidenziali. Obama, in odor di vittoria, ha già fatto intendere che l’aumento del debito pubblico causato dai salvataggi potrebbe costringerlo ad accantonare i piani di finanziamento dell’assistenza sanitaria pubblica. E questo in effetti è davvero un pessimo modo di presentarsi per un candidato sul quale, anche qui in Europa, i progressisti ripongono molte – forse troppe – speranze.

La crisi in atto è uno spartiacque che cambierà la vita, i paradigmi economici e sociali nel prossimo futuro?
Molto dipenderà dalla lunghezza e dalla profondità della crisi. Al momento l’establishment sta adottando una strategia gattopardesca, del cambiare affinché tutto rimanga come è. Il piano Paulson è un esempio di questa strategia, visto che consiste in uno scambio tra debiti e contanti che mira a incidere il meno possibile sugli assetti proprietari e di controllo del capitale bancario. La stessa variante della cessione al governo di azioni privilegiate, che limitano il diritto di voto nelle assemblee, rientra in questa linea gattopardesca.
Se però questa strategia conservatrice dovesse fallire, è possibile che in America e in Europa i singoli governi siano costretti ad assumere quote di partecipazione rilevanti sia nelle banche d’affari che nelle banche commerciali. E se intanto la crisi finanziaria si estendesse all’economia reale, è possibile che a quel punto i governi decidano di usare le posizioni acquisite per avviare massicci programmi di intervento pubblico di sostegno della produzione e dell’occupazione.
In effetti su questo tipo di evoluzione della situazione ben pochi avrebbero scommesso, fino a qualche mese fa. Ma ora sono numerosi gli economisti che prospettano scenari di questo tipo, e qualcuno arriva addirittura ad ammettere la possibilità di un tasso di disoccupazione americano a due cifre per la fine del 2009.

Ha dunque fallito l’ideologia del liberismo, eppure il capitalismo ha ancora “i secoli contati”?
Questa espressione, di Giorgio Ruffolo, è ironica e divertente, ma sarebbe molto ingenuo prenderla sul serio. Presa alla lettera diventerebbe speculare a quella di chi un tempo assegnava all’Unione sovietica il compito di tracciare il sentiero dell’avvenire per l’intera umanità. Insomma, per usare un’espressione filosofica, in entrambi i casi sento odore di teleologia, di destino, e la cosa non mi intriga per nulla.
Al tempo stesso, troverei curioso se qualcuno oggi avanzasse l’ipotesi eroica della fine imminente del capitalismo. Non vedo infatti come tale fine possa concretizzarsi, visto che il movimento dei lavoratori rappresenta il grande assente all’appuntamento con questa colossale emergenza.
Piuttosto, vedo la possibilità di uno spostamento dei poteri, dalle lobbies finanziarie a quelle politiche, e anche dalle lobbies politiche americane e occidentali a quelle asiatiche.

Potremmo cioè davvero parlare di declino dell’impero americano, questa volta?
Nonostante le apparenze, e al di là dei fremiti e dei sussulti temporanei, il declino americano è in corso da almeno un quarto di secolo. Di questo declino è sintomatico l’andamento di lungo periodo del dollaro, passato in un ventennio dall’equivalente di un euro e mezzo a circa due terzi di un euro. Questa caduta crea sfiducia nei confronti del biglietto verde, e probabilmente impedirà agli USA di svolgere ancora una volta il ruolo di “spugna” delle eccedenze produttive degli altri paesi. In mancanza di una leadership mondiale alternativa, si corre il serio rischio di uno stallo del sistema monetario internazionale. E se così fosse, il profilo evolutivo della crisi potrebbe assumere caratteristiche oscure e realmente imprevedibili.

L’Italia e la crisi: il governo usa toni rassicuranti, ma il rischio che gli istituti bancari finiscano nel vortice esiste. Un tuo parere.
La fiducia tra le banche è ai minimi storici in tutto il mondo, e quindi anche in Italia. Il timore che una banca possa all’improvviso risultare insolvente spinge l’intero sistema a non erogare credito. I tassi Euribor – ai quali le banche europee si prestano denaro a vicenda – hanno in questi giorni toccato picchi estremamente elevati. Il tasso sui prestiti per scadenze a una settimana ha raggiunto il suo massimo dal lontano 1994, ben prima dell’avvento dell’euro. E’ chiaro che in questo clima anche gli istituti di credito italiani soffrono della situazione di sfiducia e vengono quindi sottoposti a forti tensioni. Tuttavia, rispetto alla Spagna e agli altri paesi del Sud Europa siamo messi un po’ meglio, e questa situazione di relativa minore debolezza deriva dal fatto che in Italia il debito è in prevalenza pubblico, ed è quindi più sicuro di quello privato.

Vuoi dire che il tanto vituperato debito pubblico in questo caso ci sta aiutando?
Esattamente. Ma questa non è certo una novità: la maggiore stabilità finanziaria conferita da una quota di debito pubblico prevalente rispetto al debito privato è un dato di fatto largamente riconosciuto dalla comunità degli studiosi. Solo i pasdaran del liberismo faticano a riconoscerlo. Il problema è che in questo paese i pasdaran liberisti hanno forgiato le coscienze, arrivando a plasmare non solo le opinioni dei cittadini ma anche le linee di condotta dei vertici dello Stato. Penso ad esempio alla recente esternazione del Presidente della Repubblica Napolitano. In una fase in cui tutti i paesi si affannano a gonfiare il debito pubblico per stabilizzare il sistema, egli ha dichiarato che i tagli alla scuola si rendono necessari per proseguire nella direzione dell’abbattimento del debito pubblico. Detto francamente, più intempestivi di così si muore.