IL SUD RIPRENDE LA PAROLA

E’ un bene o un male che il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) sia terminato in un fallimento da tutti giudicato `storico’, tanto catastrofico da far ritenere a molti che 1’erede del GATT, nato con grandi ambizioni solo otto anni fa, sia destinato ad andare a popolare il vasto parco dei dinosauri istituzionali? Se per i paesi poveri sia preferibile questo foro multilaterale alla giungla dei negoziati bilaterali nei quali i più forti sono ancora più forti è in realtà un falso dilemma. Perché 1’OMC non è un’istituzione neutra, ma uno strumento che dietro le pretesa di regolare gli scambi in maniera equa, ha una finalità politico-ideologica generale: commercializzare 1’intera vita sociale, mercificando cultura, alimenti, salute; dare priorità assoluta nell’ordinamento del mondo a quel liberismo che ha già pesantemente aggravato 1’ineguaglianza. In questo senso non è possibile riformarla, ma occorre «liberarsi dalla gabbia che costituisce»: perché, per diventare un buon regolatore del commercio mondiale, che potrebbe essere utile, dovrebbe cambiare finalità e filosofia, diventare, insomma, una cosa totalmente diversa da quella che è e da come chi 1’ha creata ha voluto che fosse.
Per questo il fallimento del vertice è una vittoria dei poveri e non, come alcuni hanno scritto, un’«occasione mancata». A Cancún i paesi ricchi, senza sfumature fra loro, non sono andati a trattare un nuovo New Deal planetario, ma a cercare di far ingoiare al Sud del mondo, cinicamente tradendo le promesse elargite due anni fa al vertice di Doha (non costose perché si trattava solo di parole), un nuovo negoziato su temi che i paesi in via di sviluppo non volevano, e per sacrosante ragioni, assolutamente aprire (quello sui `Singapore issues’, e cioè su investimenti, appalti, concorrenza e facilitazioni al commercio). Per di più senza aver assolutamente ottemperato agli impegni assunti: 1’abolizione o almeno la significativa riduzione dei sussidi all’esportazione concessi alle proprie agricolture.
A Cancun il Sud è dunque andato per difendersi, per impedire continuando a sottrarsi alla disciplina della stessa OV[C, e senza alcuna illusione di poter ottenere qualcosa di consistente.
Che le cose stiano così è del resto provato dagli stessi commenti della stampa che più autorevolmente sostiene il liberismo, dall’«Economist» al «Wall Street Journal», tutti concordi nel dire che i paesi ricchi si sono comportati in modo indecente. E nel sottolineare invece che per la prima volta una coalizione di paesi in via di sviluppo, coesa, dotata di grinta negoziale e anche molto «professionaG>, si è formata, costringendo USA e UE a verificare che non possono più utilizzare 1’OMC come un loro giocattolo. E però è altrettanto vero che, una volta preso atto che si è rotto, non ne traggono affatto la conclusione che, dunque, devono finalmente riflettere sul fatto che non si gestisce così il mondo, ma tendono già a ritrarsi nei più protetti territori degli accordi bilaterali, dove in particolare gli Stati Uniti si trovano a loro agio perché dotati non solo di forza economica ma anche militare. Che non guasta nel ricatto.
Con buona pace dell’Europa, che è la vera sconfitta del vertice di Cancún, dal quale è uscita persino ridicolizzata. Preoccupata di salvaguardare gli interessi di questo o quel gruppo di elettori, persino di quello piccolissimo dei produttori di cotone (per proteggere i quali avrebbe peraltro potuto trovare mille altre misure alternative), anziché cogliere 1’occasione per presentarsi come una potenza diversa, in grado di giocare un ruolo nella costruzione di un ordine mondiale almeno un po’ più accettabile. I1 negoziatore europeo, il commissario francese (e socialista) Pascal Lamy, facendo la spola fra i tavoli negoziali e il Comitato 133 dove i famelici rappresentanti dei 15 governi della Comunità – che conservano piena sovranità sul commercio estero – gli chiedevano di occuparsi delle loro mercanzie, da Cancún è uscito a brandelli. Ottusamente chiuso in una linea gretta è riuscito a farsi incastrare nello scontro diretto con il Sud, mentre i 212 membri della delegazione americana stavano a guardare come se fossero innocenti, relativamente distaccati perché convinti di poter riprendere le cose in mano in sedì bilaterali, lasciando che Lamy si scornasse. E così 1’Europa, priva di strategia e di visione di lungo periodo, ha barattato qualche batuffolo di cotone e il peraltro fallito tentativo di salvare la mozzarella di bufala (solo obiettivo della mondiale prospettiva berlusconiana) contro pace, stabilità, decenza, una pax che almeno, come quella romana, pur sempre imperiale, fosse però dawero egemonica, integrante e non odiata ed escludente come quella dell’attuale Occidente. «L’OMC – aveva detto Lamy alla vigilia del vertice – ci aiuta a passare dal mondo hobbesiano dell’anarchia a un mondo più kantiano, in cui forse non regna proprio la pace perpetua, ma dove almeno i rapporti commerciali si basano sulla legalità». In realtà – ha commentato un editoriale del «Guardian» a conclusione dell’evento – Lamy ha mandato a monte i negoziati aprendo la strada a un conflitto in cui, proprio come diceva Hobbes, «la forza e 1’inganno sono le due verità cardinali».
Non è solo una sconfitta dell’Europa, ma, anzi soprattutto, della sinistra: perché a Cancún 1’Europa avrebbe potuto incrinare il blocco del Nord, isolare gli Stati Uniti, offrire una sponda ai paesi in via di sviluppo e segnare una tappa di un riequilibrio dei rapporti di forza mondiali. Questa è la vera occasione mancata del vertice, di cui, come sempre, la sinistra istituzionale non si è affatto occupata: non ricordo Comitato centrale, o altro momento autorevole di riflessione, su questa pur così importante scadenza, né pressione convincente per imporre ai Parlamenti di discuterne seriamente. Quanto all’Internazionale socialista, che ha avuto la buona idea di convocare nella località messicana una propria riunione, non ha né voluto né potuto far sentire la sua voce: erano pur sempre i suoi uomini che da collocazioni non secondarie sedevano ai tavoli della trattativa, senza molto distinguersi da quelli della destra. (E però, sebbene assai meno responsabili perché non al governo, non sembra ci sia stato un grande impegno neppure dei partiti c.d. alternativi.) L’Europa è stata così riscattata solo dai movimenti e menomale che, sia pure con tutti i loro limiti, ci sono.
A proposito del movimento. Qualcuno ha notato criticamente che la sua presenza era scarsa e certo è stata minore dell’aspettativa. Non è un dramma perché ormai le scadenze sono quasi mensili, c’era appena stata quella del G8 a Evian e si approssima quella del Forum sociale europeo a Parigi a metà novembre, senza contare tutti gli altri vertici e minivertici tenuti e contestati un po’ dovunque. L’importante è che dei temi di Cancún essi abbiano, fatto in questi ultimi anni un pezzo forte della loro cultura e mobilitazione e, del resto, è solo grazie a loro che qualcuno sa cosa sia 1’OMC
Quando si parla della presenza dei movimenti bisogna però distinguere. In positivo va registrato 1’ingresso, importantissimo di quello coreano. Che si è conquistato un posto significativo non solo perché ha offerto la vittima sacrificale alla contestazione ma perché ha dimostrato alto livello di competenza, di radicamento e di saggezza nel gestire la protesta. È la prima volta che il ruolo di un paese asiatico, certo non secondario nell’economia mondiale, diventa così visibile; ma per chi segue i messaggi e-mail della ragnatela no global non è una sorpresa perché da alcuni anni costanti sono le informazioni che provengono da Seul sulle lotte che lì ,i conducono e che hanno un valore che va ben al di là delle frontiere coreane.
In negativo va segnalata invece la scarsa mobilitazione dei messicani che pure giocavano in casa: parecchi altri manifestazione di Via Campesina il 10 settembre, pochi quelli che sono rimasti, una buona parte dei quali black blok ma stranamente civilizzati; e infatti, sebbene vestiti di nero e pronti a menare le mani, si sono disciplinatamente messi agli ordini dei prudenti e abili coreani. È un vuoto che non si spiega, perché in Messico c’è una sinistra non trascurabile e i sindacati, pur più che ambigui, si erano in passato sempre schierati con i no global. Così come poco si capisce come mai anche dal Chapas sia venuta una eco così scarsa di quanto accadeva sulla costa occidentale del paese.
C’è poi da sottolineare la scarsissima presenza dei sindacati, sempre sull’orlo di cedere alle tentazioni protezioniste, magari coperte dalla richiesta da imporre ai paesi del Sud di standard sociali che, ove applicati (ma tutti sanno che in queste condizioni ciò non è possibile) limiterebbero di molto la concorrenza asiatica sul mercato del lavoro. Infine una più netta differenziazione fra le ONG: fra quelle `degli Sheraton’, ufficialmente accreditate (e generosamente finanziate), albergate dentro la zona rossa, e quelle al di là della rete di protezione, sotto le tende, mischiate con i movimenti. Anche fra quelle autorizzate a circolare lungo i corridoi de11e sedi negoziali occorre fare delle distinzioni. Perché fra queste c’era anche il meglio delle forze no global, gli esperti del Forum sociale mondiale, senza il cui supporto i paesi in via di sviluppo non sarebbero stati in grado di tener testa, in negoziati difficilissimi e iper- specializzati, allo stuolo di tecnici occidentali. E comunque capaci di improvvisare efficacissime e pittoresche minimanifestazioni dinanzi alle ovattate porte delle tante green rooms per richiamare 1’attenzione su questa o quella malversazione che si stava perpetrando.
Non a caso, e per la prima volta, i1 Nord ha reagito con la massima irritazione, accusando le ONG non più solo di disturbare ma di aizzare i paesi del Sud suscitando in loro irrazionali aspettative e spingendo con infiammate predicazioni il negoziato verso il baratro.
La più importante ragione per cui questa Quinta conferenza ministeriale resterà alla storia è l’emergere finalmente e su un terreno decisivo come quello dei rapporti economici internazionali di un nuovo soggetto collettivo: i paesi de1 Sud, in particolare il G21 (quasi tutti latinoamericani, sei asiatici e tre africani), e, sia pure più fragile perché coalizza paesi poverissimi dotati di un potere contrattuale quasi nullo, il gruppo africano. Qui a Cancan si è misurata davvero 1’importanza della vittoria ottenuta in Brasile dal Partido dos trabalhadores. Paralizzato su molte e rilevanti questioni, perché ricattato dallo schiacciante debito ereditato e dai compromessi obbligatori
per impedire lo sfaldamento del blocco elettorale che l’ha portato al potere, Lula ha gettato il peso del suo grande paese nell’arena internazionale prendendo la testa di uno schieramento che intimorisce il Nord perché trascina con sé altri grandi paesi del Sud, il Sud Africa, 1’India, 1’Argentina, 1’Indonesia, la Nigeria, e persino, sia pur molto riluttante, il Messico. E la Cina, che a Cancún per la prima volta ha messo il naso fuori dalle sue frontiere, rendendo chiaro che non intende essere cavallo solitario come fino ad ora certamente è stata ma di esser disponibile a un gioco di squadra. Un fatto che di per sé segna un passaggio storico ed è destinato a cambiare i rapporti di forza nel mondo. aL Europa è il passato, 1’America il presente, un’Asia dominata dalla Cina, il futuro» – ha scritto il «Financial Timés» fornendolo un’analisi dettagliata di quanto il grande paese conti già nel mercato mondiale. «La coalizione dei paesi in via di sviluppo che si è formata a Cancún – ha commentato Recupero- è la più impressionante della storia, senza precedenti.»
Il solo a non essersene accorto sembra essere proprio il commissario europeo Lamy che ha commentato sprezzante la prestazione del G21 dicendo che la coalizione non durerà a lungo. Può darsi, ma è certo che se il Nord continuerà a essere gretto e miope, non potrà che irrigidirsi ulteriormente e far valere la sua non scarsa forza contrattuale. Si tratta infatti di grandi e appetitosi mercati e di economie mediamente sviluppate e dunque in grado di mettere in serio imbarazzo gli europei. Del resto, ha ammonito Celso Amorin, ministro del Commercio estero del Brasile, «rappresentiamo più di metà della popolazione mondiale e due terzi dei suoi contadini».
Quanti contadini rappresenta davvero il G21? Pochi, in realtà.
A Cancún, tutto teso a imporre 1’abolizione dei sussidi americani ed europei all’agricoltura (300 miliardi di dollari negli USA e 50 nell’UE), sono prevalsi gli interessi dei grandi paesi che, pur appartenendo al Terzo Mondo, sono grandi esportatori agricoli, e, fra 1’altro, anche membri del CmRws, il gruppo che comprende anche Australia e Canada e che è interessato alla più ampia liberalizzazione del commercio agricolo per avere ragione della competitività dei prodotti americani ed europei ottenuta grazie al dumping finanziato dai sussidi.
Al grosso dei contadini del Sud 1’esportazione non interessa perché essi sono praticamene fuori i circuiti grande mercato e la liberalizzazione è destinata a rovinarli ulteriormente.
Già nelle condizioni attuali sono presi alla gola né si creda al gesto disperato di Lee Kyung Hal sia stato un gesto isolato: esso ha voluto richiamare 1’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul dramma dei coltivatori diretti asiatici indebitati fino al collo e posti dalla globalizzazione in condizione di non poter più nemmeno sopravvivere sulla base dell’autoconsumo. Sono infatti migliaia – e dico proprio migliaia – i contadini asiatici che, nell’indifferenza generale, ogni anno si tolgono la vita. Una terribile statistica che nel bel mondo globalizzato nessuno si preoccupa di rendere nota. L’India stessa – che pure è una delle economie più forti del Sud – non è esportatrice di prodotti agricoli e dunque è assai diversa da molti dei suoi partner del G21: gli uni all’offensiva per liberalizzare, gli altri sulla difensiva per impedirne gli effetti perversi.
E tuttavia – e qui sta il rilevante fatto nuovo di Cancún – 1’alleanza ha retto, consapevole che quanto unisce i paesi del Sud, pur assai diversi fra loro, è molto di più di ciò che li divide. Di mediare fra i loro interessi contraddittori sono fra 1’altro preoccupati battendosi per far adottare il concetto di «trattamento speciale e differenziato» (previsto dai regolamenti OMC) da riservare ai paesi più poveri, e cioè 1’autorizzazione ad applicare misure protezioniste nei settori considerati strategici per le loro società. Non è molto ma è indicativo di una volontà di collaborare. Che, sul terreno negoziale, potrebbe portare alla richiesta comune di annullare la `peace clause’, la misura cautelativa imposta dal Nord e che consiste nella sospensione di tutte le controversie sorte a proposito del dumping praticato” attraverso i sussidi, da americani ed europei. Una volta annullata, questa misura farebbe finire Stati Uniti, UE e Giappone dritti davanti ai tribunali, quello interno all’OMC detto panel. A vantaggio non solo dei grandi produttori ed esportatori di prodotti agricoli come Brasile, Argentina, ecc, ma dei piccolissimi Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali, per i quali 1’introito dall’esportazione del corone – sempre più insidiato dai sussidi che americani e europei offrono per miliardi di dollari ai loro produttori – rappresenta più di un terzo del PtL. Non solo: proprio il rapporto più stretto stabilito in occasione di Cancún ha rianimato 1’ipotesi di accordi di libero scambio a carattere regionale, Sud-Sud> questi sì utilissimi perché fra economie simili. Il Mercosur, già avviato fra i paesi dell’America Latina rappresenta, come è noto, 1’alternativa all’ALC, che include tutte le Americhe e dunque schiaccia paesi debolissimi come per esempio la Bolivia sotto il macigno di un partner come gli Stati uniti. È una prospettiva decisiva per il Terzo Mondo ma la più osteggiata da Washington. Che si realizzi dipende naturalmente dal livello di resistenza che i governi dei 21 sapranno opporre alle sue pressioni. Ma si tratta – e questa è la vera debolezza del gruppo di governi di natura diversissima, molti assolutamente pessimi.
Qualcuno ha detto, a commento di Cancún, che anche nei negoziati il Terzo Mondo è come 1’India nei campionati di cricket: vince sempre, ma quando si arriva alla finale, viene eliminata. Dipende da tantissime cose che non finisca sempre così.