Il solito vecchio racket in Iraq

L’Iraq resta un paese contraddistinto da una sofferenza insopportabile, quale solo i soldati e gli amministratori che agiscono per conto di Stati e governi sono in grado infliggere ad altri esseri umani. E’ il primo paese dove si può cominciare a studiare l’impatto del colonialismo nel XXI secolo, nel contesto internazionale della globalizzazione e dell’egemonia neoliberista. Se l’economia interna è determinata dal primato dei consumi, dalla speculazione quale perno fondamentale delle attività economiche e dall’invasione di tutti i settori di pubblica utilità, solo un pazzo utopista può pensare che un Iraq colonizzato sia diverso.
Le strutture dello Stato, accuratamente colpite da bombe e granate, sono da ricostruire, ma questa volta sotto l’egida di aziende private, preferibilmente americane, anche se Blair e Berlusconi, e forse anche l’impavida Polonia, non saranno certo dimenticati al momento delle spartizioni. Frattanto, l’ex azienda di Dick Cheney, la Halliburton, che si è aggiudicata un contratto (senza gara d’asta) per la ricostruzione dell’industria petrolifera irachena, è ben lieta di far lievitare i profitti esigendo $2,64 al gallone per il petrolio che trasporta in Iraq dal Kuwait. Nella regione, il prezzo normale al gallone sarebbe 71 centesimi, ma dato che a pagare il conto sono i contribuenti americani, la cosa non importa a nessuno.

Il piano segreto, volto a privatizzare il paese svendendone il patrimonio alle grandi imprese occidentali, è stato stilato lo scorso febbraio ed è comparso sul Wall Street Journal, che ha chiarito con sollecitudine che “per molti conservatori, l’Iraq rappresenta il banco di prova per verificare se gli Stati Uniti possano creare un capitalismo in stile americano basato sul libero mercato all’interno del mondo arabo”. Preoccupati da questa soffiata, l’8 aprile Bush e Blair hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui spiegavano in termini semplici che il petrolio e le altre risorse naturali dell’Iraq sono “patrimonio del popolo iracheno, da usarsi soltanto a suo vantaggio”. Ma chi decide per conto del popolo iracheno? Bremer e Chalabi o Chalabi e Bremer?

Il servizio sanitario pubblico iracheno che, prima delle sanzioni assassine, era il più avanzato della regione, è in corso di privatizzazione, per gentile concessione di Abt Associates, un’azienda statunitense specializzata in privatizzazioni a cui chiaramente lo sponsor di Washington ha perdonato la sequela di “irregolarità nelle fatture”. La prima priorità di questa azienda la dice lunga: ha richiesto auto blindate per il personale. Khudair Abbas, chirurgo ortopedico di Ilford e “ministro della sanità” del governo fantoccio, si è recato di recente a Londra per pavoneggiarsi degli ospedali all’avanguardia che saranno presto costruiti per dar vita ad un “sistema sanitario integrato”. Vi dice nulla?

Questa settimana Bush ha ridato voce alla politica americana ribadendo la storica norma: “il bottino ai vincitori”. Perché i paesi (Germania, Francia, Cina, Russia ecc.) che si sono rifiutati di rendere il necessario sacrificio di sangue dovrebbero ricevere una parte della refurtiva? La Ue grida allo scandalo e i suoi burocrati sostengono che, negando agli stati non belligeranti le pari opportunità di sfruttamento dell’Iraq occupato, gli Usa si discostano dalla pratica della legalità capitalistica. Queste argomentazioni non hanno molto peso a Washington, ma se Cina, Russia e Francia insistessero sul fatto che, in quanto potenze occupanti, Usa e Gran Bretagna debbano immediatamente saldare i debiti contratti dal vecchio regime iracheno, potrebbe profilarsi un certo margine per i negoziati. Cina e Ue arriverebbero così a rosicchiare almeno qualche ossicino, sotto forma di subappalti, ma solo se smettono di fare i capricci e si comportano bene in pubblico.

Di per sé, il piano delle privatizzazioni, se applicato con successo, avrebbe effetti disastrosi per la maggioranza dei cittadini iracheni: la stessa cosa avviene in gran parte dell’America Latina e dell’Asia centrale, ma la situazione irachena rappresenta un caso a sé. Queste “riforme” vengono imposte a suon di carri armati: molti iracheni le percepiscono come una ricolonizzazione del paese, rispondendo con una resistenza efficace e metodica. Sul piano militare, la situazione è in costante deterioramento, e continua a dar luogo a numerose difficoltà interne, notevole attrito e tensioni con l’Occidente.

In una recente corrispondenza da Baghdad sulla New York Review of Books, Mark Danner affermava che nei due mesi (ottobre e novembre) che aveva trascorso nella città occupata, gli attacchi quotidiani alle truppe statunitensi erano più che raddoppiati, passando da 15 a 35 al giorno, e che dietro gli attentati rivolti ad altri obiettivi si poteva ravvisare “un’intenzione abbastanza metodica di recidere, una per una, la pazienza, la sollecitudine e la precisione, i fragili fili che ancora tengono unita l’autorità occupante al resto del mondo”. Ma come reagiranno gli eserciti di occupazione? Nel solo modo che hanno a disposizione, ossia con i metodi tradizionali del dominio coloniale. Gli israeliani fanno del loro meglio per contribuire, ma neanche loro riscuotono troppo successo.

Il 7 dicembre, sulla prima pagina del New York Times compariva un articolo di Dexter Filkins da Baghdad. Il primo capoverso potrebbe tranquillamente riferirsi a qualunque conflitto coloniale di vasta portata nell’ultimo secolo: “Mentre si intensificano le operazioni di guerriglia contro gli insorti iracheni, i soldati americani hanno cominciato a cingere interi villaggi con il filo spinato. In casi selezionati, i militari statunitensi demoliscono gli edifici sospettati di fungere da base per gli attentatori, e hanno cominciato a imprigionare i parenti dei sospetti guerriglieri nella speranza di spingere i ribelli a costituirsi”.

Nella prima fase della colonizzazione europea, erano le compagnie dotate di statuto reale a mandare gli eserciti a difendere i propri interessi commerciali. Le Compagnie delle Indie Orientali, britannica e olandese, occuparono lote India e Giava: in seguito, i rispettivi imperi presero il sopravvento e consolidarono gli utili. Nelle Americhe era diverso. Laggiù, da sempre, “si mandano i marines”. Il generale Smedley Butler, pluridecorato e celebrato eroe di guerra americano tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, con 34 anni di servizio militare alle spalle, ebbe a riflettere sulle campagne a cui aveva partecipato, scrivendo un libro dal titolo rivelatore di War as a Racket (La guerra come racket), in cui spiegava in questi termini la sua tesi centrale: «Ho trascorso la maggior parte della mia vita nei panni di un muscoloso paladino della grande impresa, di Wall Street e dei banchieri. Insomma, ero un uomo del racket, un gangster del capitalismo … Nel 1903 ho contribuito ad “adeguare” l’Honduras alle imprese ortofrutticole americane. Nel 1914 ho contribuito a fare del Messico, specialmente di Tampico, un luogo sicuro per gli interessi petroliferi americani. Ho contribuito a rendere Haiti e Cuba un buon posto per far realizzare profitti agli uomini della National City Bank. Ho contribuito allo stupro di diverse repubbliche centro-americane a beneficio di Wall Street. Un lungo elenco di operazioni di racket».

Il modello coloniale del XXI secolo sembra nascere dalla combinazione dei due approcci: le aziende specializzate, invitate a garantire la “sicurezza”, assoldano mercenari e si vedono garantire i profitti dagli stati che le ingaggiano. Trovano inoltre il sostegno dell’esercito regolare e, cosa più importante, della potenza aerea, per sconfiggere il nemico. Ma tutto questo non può funzionare se la popolazione rimane ostile, e la repressione su vasta scala non serve a nulla se non a compattare la popolazione contro gli occupanti. A Washington serpeggia il timore che la resistenza irachena possa mettere a segno un colpo sensazionale subito prima delle prossime elezioni presidenziali. In Medioriente, invece, si fa strada il timore che Bush e Cheney possano provocare un’escalation del conflitto per rimanere alla Casa Bianca nel 2004. Entrambe le paure potrebbero rivelarsi giustificate.

Tariq Ali
dal The Guardian
L’ultimo libro di Tariq Ali è “Bush in Babylon: The Re-Colonisation of Iraq” (Bush a Babilonia: La ricolonizzazione dell’Iraq), edizioni Verso, in inglese.

Traduzione di Sabrina Fusari