Il sogno nucleare di Mubarak figlio

Quando a metà settembre Gamal Mubarak, il figlio e probabile successore del presidente Hosni Mubarak, annunciò al congresso annuale del Partito nazional-democratico l’intenzione dell’Egitto di riavviare il suo programma nucleare sospeso 20 anni fa, molti sorrisero. Un colpo ad effetto, per dare un tono da leader al giovane Mubarak, commentarono molti. A convincere tutti che Gamal Mubarak non bluffava sono stati l’approvazione dell’Amministrazione Bush e il silenzio-assenso di Israele. Subito dopo è scattato un interrogativo: perché l’Egitto, nel pieno della crisi Usa-Iran sul nucleare, ha deciso di rilanciare proprio ora i suoi programmi per la produzione di energia atomica?
Le spiegazioni sono molteplici e solo in minima parte legate ai bisogni dell’Egitto, paese in crescita economica (ma soprattutto demografica) e con una richiesta di energia in continuo aumento. La centrale di 1000mw (costo 1,5 miliardi di dollari) sulla costa del Mediterraneo di cui parlano i rappresentanti del governo potrebbe contribuire a coprire una parte del fabbisogno e diminuire la dipendenza dal petrolio. Non solo, ma il governo potrebbe esportare, incassando valuta pregiata, buona parte del greggio che oggi mette a disposizione del consumo interno ad un prezzo minimo per non incidere sul basso reddito della popolazione. Ma queste considerazioni non bastano a rispondere all’interrogativo: perché proprio ora? «Non bisogna andare troppo in profondità con l’analisi per capire che la questione Iran è alla base di questa mossa dei Mubarak – spiega al manifesto l’analista egiziano Hani Shukrallah, ex direttore del settimanale Al-Ahram -. il Medio Oriente sta affrontando una crisi molto grave e il pericolo di una nuova guerra è reale, se si tiene conto della politica della “guerra preventiva” portata avanti dell’attuale Amministrazione Usa con i risultati disastrosi che sappiamo. Dobbiamo perciò considerare l’enorme prestigio di cui ora gode l’Iran tra le masse arabe, egiziani compresi, per la sua fermezza contro Stati Uniti e la sua determinazione nel voler continuare il programma nucleare. Senza dimenticare i recenti successi militari di Hezbollah, alleato di Teheran, contro Israele».
Il regime egiziano secondo Shukrallah ha rilanciato il suo programma nucleare anche allo scopo di contenere la popolarità del presidente iraniano Ahmadinejad, scendendo proprio sul suo terreno: il possesso della tecnologia atomica. «E non è un caso che il vertice (di qualche giorni fa) dei sei paesi del Golfo, più Egitto e Giordania, con la partecipazione del Segretario di stato Condoleezza Rice, si sia tenuto al Cairo. I presenti lo hanno negato ma tutti sanno che l’Iran è stato l’argomento in cima all’agenda dei lavori». I partiti di opposizione e il movimento per la democrazia Kifaya si sono spinti più avanti leggendo nelle ambizioni nucleari di Gamal e Hosni Mubarak l’intenzione di spostare l’attenzione del paese dal tema delle riforme politiche promesse e mai realizzate. Il quotidiano Wafd, organo ufficiale dell’omonimo partito, con un’intervista al professor Hamed Rushdi, ex capo del Comitato nazionale per l’energia atomica, è arrivato a ipotizzare un piano Usa-Egitto volto ad aprire la strada ad un attacco militare americano alle centrali iraniane.
Secondo Rushdi l’obiettivo è quello di dimostrare che il programma iraniano sta provocando una corsa al nucleare in tutto il Medio Oriente ma anche che gli Usa non sono contrari alla produzione di energia atomica da parte di un paese arabo-islamico e che pertanto la crisi in atto è dovuta solo alle «intenzioni segrete di Teheran». Non mancano coloro che nel passo fatto da Mubarak vedono un tentativo di «sdoganare» il nucleare, in questo caso anche militare, di Israele che secondo esperti internazionali ha costruito in segreto tra 100 e 200 bombe atomiche. In ogni caso il programma nucleare egiziano è destinato a rimanere per ancora diversi anni solo un dibattito accompagnato da qualche progetto preliminare.
Come ha sottolineato il professor Rushdi, gli scienziati e i tecnici nucleari egiziani da oltre venti anni lavorano all’estero e le università in tutto questo tempo hanno puntato su settori diversi. Ci vorranno perciò almeno altri 10-15 anni per realizzare i propositi dei Mubarak.