Il sindacato va alla guerra (Afl Cio)

WASHINGTON

Mi ritrovo nello stesso ufficio esattamente a un anno di distanza. Dopo aver calpestato la morbida moquette, dalla finestra si vede, oltre il giardinetto Lafayette, la facciata nord della Casa Bianca. Sembra la stanza di un dirigente d’industria. Mi trovo invece nel quartier generale del sindacato americano Afl-Cio, tanto più lussuoso dei suoi equivalenti europei, e tanto meno influente: ma pur sempre un enorme forza politica nel panorama statunitense. Dopo un anno, riparlo con Barbara Shailor, la cinquantina slanciata, cortissimi capelli rossi, responsabile delle relazioni internazionali del sindacato.
Sono trascorsi solo 12 mesi e sembra un decennio. A quest’epoca, l’anno scorso il sindacato era impegnato a fondo nella campagna presidenziale per Al Gore (io stesso ho viaggiato per tre giorni per la regione di Seattle nel bus elettorale del presidente dell’Afl-Cio, John Sweeney). Oggi regna George Bush il giovane. L’anno scorso l’America era all’apice della crescita economica, ora sprofonda nella recessione. Allora aveva la baldanzosa (arrogante) sicurezza dell’unico impero planetario (“una nazione imprescindibile” aveva detto Madeleine Albright). Ora è in preda all’ansia e si guarda intorno sospettosissima, dopo l’attacco dell’11 settembre e in piena depressione da antrace.
“Sul piano internazionale, l’anno scorso il nostro lavoro era concentrato sulla campagna per la giustizia globale, sul seguito di Seattle, sui prossimi appuntamenti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del G8, per mettere su la più vasta coalizione possibile in grado di fronteggiare l’ingiustizia globale. E perciò, anche se eravamo in profondo disaccordo con l’amministrazione Clinton su parecchi temi, attinenti al Nafta e al libero commercio, stavamo però fecendo progressi nel modificare l’atteggiamento del Congresso e quindi nel poter varare programmi più aggressivi e con maggiore finanziamento per far fronte alle ingiustizie nei paesi in via di sivluppo. E poi è arrivato l’11 settembre”.

Ed è arrivata la recessione. E prima ancora c’è stata l’elezione di Bush il giovane.

Non l’elezione, ma la selezione di Bush da parte della Corte suprema. E Bush aveva constatato a sue spese quale enorme influenza può avere il sindacato Afl-Cio, grazie alla quale Gore gli aveva strappato parecchi stati. Chiaro perciò che l’amministrazione Bush ci è ostile, non è certo amichevole. Ma qualunque sia l’amministrazione, democratica o repubblicana, noi dobbiamo comunque fare gli interessi dei lavoratori di questo paese, e perciò dobbiamo fare i conti e venire a patti con quest’amministrazione Bush, per ottenere i maggiori risultati. Così siamo stati assai duri nel criticare i tagli fiscali e poi il pacchetto di stimolo dell’economia, tutte misure ostili ai lavoratori, ma adesso dobbiamo far fronte al rallentamento dell’economia, alla possibilità di una recessione globale. Perciò tutti i punti su cui stavamo lavorando prima si sono acuiti ancor più, si sono intensificati, e anche le nostre reponsabilità sono diventate più intense. Dall’11 settembre noi abbiamo avuto 619.000 licenziamenti. E aumentano ogni giorno. 30.000 licenziamenti alla Boeing, 100.000 nelle linee aeree; un terzo dei lavoratori del settore alberghiero e dei ristoranti è per strada. Adesso abbiamo un intero piano di questo edificio che lavora solo su come fronteggiare le conseguenze dei licenziamenti: su come far ottenere al maggior numero possibile di licenziati il sussidio di disoccupazione, e anche la copertura sanitaria, su come coordinare la ricerca di un ricollocamento in un altro lavoro. L’altroieri ti ho fatto saltare l’appuntamento perché sono dovuta correre a New York per il collocamento di 10.000 persone che hanno perso il lavoro come diretta conseguenza del crollo del World Trade Center: c’erano 10.000 disoccupati che facevano la fila per cercare un altro lavoro.

Quali conseguenze ha l’attacco dell’11 settembre sulla politica internazionale dell’Afl-Cio?

Dobbiamo assolutamente intensificare il nostro lavoro sui temi dell’equità globale. E arrivo subito ai taleban. Per quanto riguarda i fondamentalisti più estremi non solo in Afghanistan, ma in tutto l’Islam, penso che sia importante il lavoro che stanno facendo nei paesi islamici i sindacati del mondo, non solo l’Afl-Cio, penso allo straordinario lavoro dei sindacati italiani in Pakistan e altrove. E’ un lavoro importante perché questo nucleo ristretto, ma feroce, di estremismo si oppone a tutte le cause che il sindacato difende, in ogni manifestazione. Contro gli ideali democratici dei sindacati, contro i diritti delle donne, contro la laicità della società. E’ fondamentale l’azione che i sindacati nel mondo portano avanti per appoggiare i lavoratori in questi paesi, per dare loro asssitenza tecnica, aiutarli a organizzarsi, a vincere le lotte, a far avanzare le proprie idee. E nel nostro paese noi dobbiamo fronteggiare il contraccolpo sugli immigrati islamici. Il presidente John Sweeney se ne è reso subito conto e pochi giorni dopo l’attacco si è recato a Detroit dove c’è la maggiore concentrazione di lavoratori arabi nel nostro paese (ndr: anche l’uomo che fino al mese scorso era l’amministratore delegato della Ford, portava l’inconfondibile cognome di Nasser). E ha parlato nella moschea: sorvegliamo con molta attenzione le reazioni razziste, antislamiche e antiarabe che possono sfuggire al controllo.

Ma il clima bipartisan, di unità nazionale, non rende più difficili le lotte dei lavoratori? Se uno sciopera non viene targato come antipatriottico?

La lotta più immediata è fronteggiare l’impatto drammatico della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Perciò noi dobbiamo intensificare l’organizing, il reclutamento, la sindacalizzazione dei lavoratori. Per quanto riguarda la maggiore difficoltà nello scioperare, torna tra due mesi e ti saprò dire. Ma nei giorni successivi all’11 settembre c’è stato un grosso sciopero in Minnesota. E poi, noi dell’Afl-Cio “siamo capaci di camminare e masticare la gomma americana nello stesso tempo”, come diciamo negli Stati uniti. Siamo capaci cioè portare avanti le nostre lotte sociali, rivendicazioni salariali e conflitti di lavoro, anche se nello stesso tempo forniamo all’amministrazione Bush un appoggio deciso nel cercare di imbastire la coalizione più ampia possibile nella lotta contro il terrorismo, lotta che dovrebbe comportare parecchi versanti, uno costituito da una limitata operazione militare, un altro dalla lotta contro il riciclaggio del denaro, e poi dal versante più importante di tutti, su cui noi possiamo avere un ruolo importante, che è un’impostazione multilaterale della politica mondiale Usa. A essere ottimista, si potrebbe dire che l’11 settembre ha mostrato alla presidenza Bush la necessità d’impostare l’azione statunitense nel mondo in modo multilaterale. Prima dell’11 settembre quest’amministrazione prendeva una decisione unilaterale dopo l’altra (e noi l’abbiamo attaccata con durezza per questo). Ma con le Twin Tower l’unilateralismo ha preso un colpo terribile.

Nella sinistra americana si è aperto un dibattito sulla guerra contro l’Afghanistan: secondo Christopher Hitchins, in questo caso la guerra è giustificata, mentre Noam Choamsky la trova ingiusta anche questa volta. Mi sembra di capire che tu ti trovi d’accordo con Hitchens.

Sì, assolutamente.

Un’ultima domanda. A dicembre si terrà a Las Vegas il vostro Congresso. A leggere i giornali, la rielezione di John Sweeney sembra meno scontata del previsto, forse perché indebolito dall’essersi troppo esposto per il candidato perdente alla presidenza, Al Gore.

Non so che giornali leggi. Non è neanche in discussione. Non ci sono altri candidati. Come in ogni organizzazione, ci possono essere disaccordi sulle priorità, ma non sulla leadership, tutti sono con Sweeney. Sarà piuttosto un congresso doloroso, perché avremo a che fare con una tragedia nazionale, con un paese assediato, adesso c’è l’antrace.

Qui cosa fate per l’antrace?

Abbiamo una sala di sicurezza per la posta, abbiamo preso tutte le precauzioni, fatto tutte le polizze assicurative necessarie. Ma, sai, il problema non è questo edificio. I lavoratori delle poste sono membri dei nostri sindacati. E’ la salute di tutti loro che dobbiamo difendere.

Tu le apri le lettere che ti arrivano?

No, le apre la mia segretaria, ma lo faceva anche prima.