Il silenzio sui morti per bombe all’Uranio

Centocinquantotto militari italiani che hanno operato in Bosnia e in
Kosovo si sono ammalati di tumore (alla tiroide, ai testicoli, linfoma
di Hogkin) e di questi ventotto sono morti. È quanto risulta dalla
relazione annuale che il ministero della Difesa trasmette al Parlamento.
È la cosiddetta «sindrome dei Balcani» che va attribuita all’uso a
tappeto che gli americani hanno fatto, in quelle zone, del «depleted
uranium», vale a dire dell’«uranio impoverito» (secondo la stessa
ammissione del Pentagono 11 mila proiettili di questo tipo, che hanno la
capacità di forare come burro i blindati, sono stati usati in Bosnia e
in Kosovo). Dalla «sindrome dei Balcani» sono stati colpiti ovviamente,
oltre che i mil itari italiani, anche quelli di altri contingenti,
soprattutto americani che erano presenti sul terreno con forze massicce.
Il Pentagono ha sempre negato che i tumori da cui sono stati colpiti i
militari che hanno operato nei Balcani dipendono da contatti diretti con
l’«uranio impoverito») ma li ha attribuiti al «battle fatigue», allo
stress da battaglia, fatto di essere in un ambiente estraneo e ostil e.
Spiegazione risibil e perché nelle guerre dove l’uso dell’uranio
impoverito non era ancora conosciuto, come quella del Vietnam, i soldati
venivano colpiti da malattie nervose, depressione e nevrosi, ma non da
tumori. Questa versione del Pentagono era stata avallata anche, in un
primo tempo, dalla Commissione d’inchiesta istituita dal nostro
ministero della Difesa (che vi era stata o costretto dalle richieste di
risarcimento avanzate dai mil itari ammalati o se deceduti, dai loro
famigliari), presieduta dal professor Mandelli che arrivò a concludere
che il numero dei casi di tumore fra questi mil itari rientrava nella
media nazionale. Tesi ancora più risibile e, se posso dirlo, vergognosa,
perché la media nazionale riguarda l’intera popolazione, e quindi anche
gli uomini maturi e gli anziani fra cui il tumore miete il maggior
numero di vittime, non ragazzi ventenni e trentenni, nel pieno della
loro giovinezza, forti e sani per definizione, sottoposti
preventivamente a medici. Tanto che una successiva commissione
d’inchiesta, presieduta da Falco Accame, di fronte all’impressionante
allungarsi della lista dei decessi, ha dovuto fare qualche ammissione,
sia pur con la formula tartufesca, che avrebbe fatto arrossire Ponzio
Pilato, che «non si può affermare con certezza assoluta che i tumori di
cui si sono ammalati i soldati siano dovuti a contatti diretti con
l’uranio impoverito, ma non lo si può neanche escludere». Che l’uranio
impoverito sia all’origine di queste patologie è invece certo, perché
tali patologie si sono manifestate solo quando sono stati usati questi
proiettil i, come nella prima guerra del Golfo. Nel 1990 o nel
cosiddetto intervento di «peace keeping» in Somalia. Nel 1993, e non in
altre occasioni in cui pur i mil itari erano sottoposti allo stress del
«battle fatigue» (come risulta da studi degli americani che, per primi,
si sono occupati di questa faccenda. Ma la questione che pongo qui è
anche, se non soprattutto, un’altra. Se nelle zone contaminate
dall’uranio impoverito si sono ammalati tanti militari, che pur usavano
tutta una serie di precauzioni per non venire a contatto diretto con
l’uranio impoverito e che si sono fermati pochi mesi nelle zone
contaminate, quante sono le vittime di tumori, in Bosnia e in Kosovo,
fra i civil i che di nulla erano stati avvertiti – in particolare fra i
bambini che sono soliti toccar tutto – e che in quelle aree ci vivono
stabilmente? E quante sono le vittime civil i in Afghanistan che gli
americani hanno letteralmente spianato a suon di bombe, disseminando il terreno non di undicimil a proiettil i all’uranio impoverito, ma di
tonnellate e tonnellate di questo micidiale materiale? Che è un’arma
chimica e, come tale, vietata dalla Convenzione di Ginevra. Ecco un bel
quesito per il Tribunale internazionale dell’Aja che giudica sui
«crimini di guerra», ora che Slobodan Milosevic, che armi chimiche non
le ha mai usate, si è sottratto, morendo al momento opportuno, al suo
giudizio, Ma, naturalmente, è un «wishfull thinking». I tribunali dei
vincitori non giudicheranno se stessi.