Il sì alla base un errore politico che pesa sull’identità del governo

La decisione di dare il via libera alla realizzazione di un vasto complesso militare, destinato a raddoppiare nell’area vicentina la già consistente dotazione di armamenti e truppe Usa della base di Ederle, è grave e di enorme portata politica. Si tratta certamente di un passo che comporta pesanti effetti (del tutto negativi) sul piano della tenuta «urbanistico-ambientale». Ma – lo diciamo senza incertezze né alcuna remora – non è certo questo, come invece pretenderebbe il presidente Prodi, l’unico aspetto della questione, né il più rilevante.
L’eventuale apertura di una nuova base nell’area dell’aeroporto Dal Molin investirebbe l’identità politica generale del governo. Niente di più e niente meno. Poiché determinerebbe un salto di qualità del potenziale bellico statunitense dislocato nel nostro Paese, entrando clamorosamente in rotta di collisione non soltanto con gli obiettivi enunciati nel programma dell’Unione (che prefigurava una «ridefinizione delle servitù militari attraverso una Conferenza nazionale» di cui non si è ancora vista ombra) ma, più in generale, con l’impegno più volte ribadito da governo e parlamento a contribuire ad invertire la devastante rotta bellica tenuta in questi ultimi anni e ad operare per la costruzione di un’Europa di pace.
Stiamo all’essenziale, cioè a quanto esplicitato sin dal marzo del 2006 dal generale James L. Jones, comandante delle forze Usa in Europa. L’apertura della nuova base chiesta dal Pentagono non concerne l’ordinaria riorganizzazione di una brigata militare. L’aumento degli effettivi da 2600 a 4400 previsto per la 173° Brigata “Airborne” (attualmente ospitata nella base di Vicenza-Ederle) si accompagnerebbe al potenziamento delle infrastrutture e del materiale bellico connesso a sua volta alla trasformazione della Brigata in Squadra di combattimento (Combat Team). Ciò significa che l’unità di stanza a Vicenza diverrebbe uno dei soli tre vettori bellici Usa in tutta Europa e, tra questi, l’unica unità aviotrasportata e la sola forza di risposta rapida alle dipendenze del Comando europeo, destinata a rendere operative le future proiezioni militari statunitensi in direzione dell’area caucasica e del Caspio, del Medio Oriente, del continente africano.
Non basta. La decisione annunciata dal presidente del Consiglio (che ci auguriamo vorrà riflettere sulla gravità dei rischi che essa comporta) cade in un momento cruciale delle relazioni internazionali, segnato dalla catastrofe irachena, dal disastro afgano, dal tragico perdurare del conflitto israelo-palestinese e da una sempre più grave crisi iraniana. Se non vogliamo nasconderci la verità, la nuova base diverrebbe il trampolino di lancio per una forza di aggressione puntata su un’area del mondo in cui si trovano 91 Paesi. E questo in un momento in cui la leadership americana non fa mistero di puntare sulla guerra preventiva e permanente – cioè su una initerrotta sequenza di nuove guerre – per puntellare il proprio sistema internazionale di potenza. E a tal fine pianifica una escalation in Iraq (verso cui proprio da Vicenza partirono nel marzo del 2003 le prime unità aviotrasportate); prevede una durevole occupazione militare dell’Afghanistan; decide in totale autonomia i bombardamenti sul Corno d’Africa e verifica la fattibilità di aggressioni nucleari a danno dell’Iran. Di questo si tratta, altro che di una questione di natura urbanistico-territoriale! Abbiamo otto basi americane in Italia, e già tre (Camp Darby, Sigonella e Aviano – dove gli americani hanno torturato Abu Omar – sono state ampliate di recente). Adesso si progetta il raddoppiamento di Vicenza. Dopodiché ci si spieghi che cosa rimane di quel dialogo euro-mediterraneo di cui si parla – dovremmo dire: con macabro umorismo – nel già ricordato Programma dell’Unione.
Bush sta pagando le proprie politiche criminali sul piano della credibilità nel suo stesso Paese: com’è possibile che proprio adesso l’Italia venga in suo soccorso ponendo il Paese a disposizione per le nuove guerre americane? E com’è possibile che un governo eletto anche per chiudere la vergognosa stagione del vassallaggio filo-atlantico imposto da Berlusconi si precipiti a subire il diktat di Vicenza, decretando la militarizzazione di una città e di un territorio già sfigurati dalla presenza militare americana?
Romano Prodi ha dichiarato che non sta al governo decidere sulla nuova base e che il governo si era «impegnato a seguire il parere della comunità locale»: vuol forse dire che spetta a una Giunta comunale assumere decisioni-chiave sulla politica estera del Paese? Vuol forse dire che quel 70% dei vicentini che hanno ripetutamente manifestato in questi mesi contro il progetto della nuova base sono dei paria, esclusi dalla «comunità locale» degna di ascolto?
Riteniamo inaccettabile la scelta annunciata e chiediamo al governo di correggerla. A sessant’anni dalla fine della seconda Guerra Mondiale e a quindici dallo scioglimento del Patto di Varsavia, non solo non si avvia una ridefinizione della presenza militare straniera in Italia – realisticamente auspicata anche da osservatori non certo estremisti come Sergio Romano – ma si persiste nel piegarsi servilmente ai diktat di un establishment statunitense giunto ai minimi storici negli indici di gradimento della sua stessa opinione pubblica. Tutto ciò mentre si avvicina il voto sull’Afghanistan e all’indomani di una Finanziaria che ha moltiplicato gli stanziamenti a favore della Difesa e dell’industria militare. Abbiamo fatto presente tutto questo ieri in una interpellanza parlamentare. Il governo ha replicato promettendo di fornire al Parlamento, entro la prossima settimana, una informativa circostanziata. Lo prendiamo in parola e attendiamo le sue risposte, ma soprattutto confidiamo nella consapevolezza dei rischi generati dalla decisione annunciata a Bucarest dal presidente Prodi. Non ci vuole grande immaginazione per capire che siamo a un passaggio delicato e gravido di pericoli nella vita di questo esecutivo.