Il senso reale delle affermazioni di Fidel sul modello cubano e le solite squallide speculazioni

Prendendo spunto dal resoconto del giornalista americano Jeffrey Goldberg di un lungo incontro con Fidel Castro a L’Avana, agenzie di stampa e giornali di mezzo mondo hanno riferito che lo stesso leader della Rivoluzione cubana avrebbe decretato la fine del modello comunista a Cuba. Da noi si distingue Il Giornale che arriva a titolare “Perfino Fidel si pente: il comunismo non va”.

In realtà, l’articolo di Goldberg è costruito attorno ad un’affermazione fatta a tavola, durante un pranzo in cui Fidel, molto semplicemente osserva che “il modello cubano non funziona più”. Può far scalpore la schiettezza con cui solo Fidel poteva fare una constatazione simile, ma da anni è ben presente ai dirigenti cubani che il modello economico adottato con la Rivoluzione e mantenuto per far fronte all’embargo statunitense e per salvaguardare le conquiste sociali dall’assalto del mondo capitalistico circostante, necessita di continue riforme ed adattamenti. Del resto, lo stesso Fidel prima e poi, in modo più incisivo a causa dell’accelerazione dei cambiamenti su scala globale, Raùl hanno cercato di apportare al modello quegli accorgimenti che ridessero vitalità ad un’economia povera di risorse naturali, debilitata dall’embargo e, occorre riconoscerlo, a volte privata degli stimoli alla produttività individuale. Non sempre ci sono riusciti.

Ma il popolo cubano sa bene, per averlo sperimentato sulla propria pelle, che il cammino di una rivoluzione come quella cubana, proprio perché fuori dagli schemi dominanti nel resto del mondo, è irto di difficoltà e di sacrifici e richiede avvedutezza e lungimiranza da parte del gruppo dirigente nel capire i momenti in cui è necessario apportare le dovute correzioni al modello adottato, senza metterne in pericolo l’essenza. E l’impegno di Fidel, Raùl e degli altri dirigenti che si sono succeduti in questi 51 anni è stato quello di consolidare le conquiste storiche della Rivoluzione nei settori della salute, dell’ educazione, della cultura, della parità tra generi, dello sport, della ricerca scientifica, della soddisfazione dei bisogni umani essenziali, della salvaguardia dell’ambiente, della solidarietà con gli altri popoli, ma anche quello di migliorare sempre più il benessere in generale della popolazione, mantenendo come riferimento irrinunciabile un’organizzazione della società di tipo socialista, l’unica che può garantire uguaglianza e giustizia sociale. Possono aver sbagliato in alcune circostanze, ma sempre in buona fede.

Ecco, ci sembra che l’affermazione di Fidel, lungi dal decretare l’inadeguatezza del modello socialista di fronte a quello capitalista, si inserisca in questo solco. E’ il momento di apportare correttivi al modello di sviluppo economico fin qui praticato, per adattarlo alle mutate condizioni esterne e per perseguirne una maggiore efficienza in modo da dare più stimoli e benessere ai cubani. E le dichiarazioni di Fidel – come correttamente rilevato da alcuni analisti – costituiscono un ottimo viatico per Raùl e gli altri dirigenti impegnati su questa strada.
I nemici della Rivoluzione cubana si mettano l’anima in pace. La costruzione del socialismo continuerà, pur tra le difficoltà, per molti anni ancora, a Cuba e negli altri paesi latinoamericani che ne hanno raccolto l’esempio.