Il sangue di Gerico

La «vittoriosa» azione del governo israeliano a Gerico ha evidenti connotati elettorali ma nella sostanza è l’ulteriore dimostrazione dell’assoluta mancanza di moderazione di una élite politica che non fa nulla per occultare che la sua ragione d’essere è la forza.

In Israele il giudizio è praticamente unanime: il governo forse persegue obiettivi elettorali però la sua azione è giustificata dal momento che si tratta degli assassini di un ministro israeliano, simbolo della sovranità del paese e della lotta contro il terrorismo. In nome della necessità di fare giustizia con gli assassini del ministro Zehevi, quelli che appoggiano l’azione sul carcere di Gerico sostengono che era tempo che il governo di Olmert dimostrasse la sua consistenza. La lotta contro il terrorismo è possibile e necessaria solo se non si balbetta, solo se si dimostra che Israele sa replicare con forza a tutte le pressioni terroriste.

In fondo l’azione di Gerico non è che una prova di più delle tesi scriteriate di Bush, Sharon e soci. Portando avanti la sacrosanta crociata della civiltà contro la barbarie, continueranno a spargere sangue. Il sangue li acceca e non permette di vedere che i loro interessi più immediati. Senza curarsi degli effetti. Israele non dà solo la caccia agli assassini di Zeehvi: vuole dimostrare a Hamas quali sono i termini con cui deve confrontarsi assumendo il governo.

Il dialogo lascia spazio alle armi. La provocazione è chiara e l’attacco di ieri, comunque vada a finire, con prigionieri o morti, è l’avvio di una nuova escalation. Se l’incontro «segreto» di lunedì in Giordania fra Shimon Peres e Abu Mazen sembrava aprire un piccolo spiraglio al dialogo, l’azione di ieri a Gerico è un segnale chiarissimo: non andremo a mani nude a nessun negoziato con i terroristi, inginocchiatevi davanti ai nostri diktat o assaggerete la nostra forza.
La debolezza criminale dell’occupazione dei territori palestinesi porta una volta di più all’uso della forza e in nome della forza mostra una volta di più quanto deboli siano gli argomenti di chi pretende di continuare a usare la forza come regola. L’élite politica israeliana continuerà a parlare delle violazioni degli accordi di Oslo da parte dei palestinesi. Ma questo non si riesce ad ascoltare bene perché viene ripetuto nel frastuono dei cannoni che sparano. Israele viola gli accordi di Oslo in tutte le forme possibili e immaginabili però essi diventano sacrosanti quando si arriva a Abu Mazen.

E’ vero che neanche la linea di Abu Mazen rispetto ai prigionieri di Gerico era chiara. Forse che il presidente dell’Autorità palestinese non sapeva che le sue dichiarazioni sull’eventuale liberazione dei prigionieri avrebbero portato a una nuova crisi con il relativo scatenarsi della violenza?

Quello che è in gioco non è la legalità di Oslo né la legalità dei prigionieri né l’indole dei loro crimini. In gioco è la necessità di creare le condizioni per far fallire la possibile assunzione del potere da parte di Hamas.

Se fossimo dotati di humour nero potremmo immaginare quali saranno gli argomenti quando i candidati dell’ancor più estremista Jihad islamica sconfiggeranno i «moderati» di Hamas. Per ora basta ricordare che di nuovo sono date tutte le condizione per il prosieguo della catena di sangue che solo un dialogo di pace vero e non fasullo potrebbe interrompere.

L’avventura di ieri, anche se in apparenza si è conclusa con una nuova vittoria militare di Israele, è la conferma che solo una seria e intensa azione internazionale potrà mettere il freno a una politica criminale che saranno gli israeliani e i palestinesi a pagare con il loro sangue. E’ arrivato il momento in cui tutti quelli che guardavano speranzosi alla strategia di presunti «De Gaulle» si rendano conto della realtà delle cose e fermino una linea politica diretta a perpetuare l’occupazione alimentando senza sosta gli scontri fra israeliani e palestinesi.