Il ruolo dei comunisti nel conflitto greco-turco a Cipro

-Nicosia-L’ingresso di Cipro nell’UE ha messo l’opinione pubblica di fronte alla spinosa questione del conflitto greco-turco cipriota. Un conflitto che, dolorosamente, si trascina da quarant’anni, a voler risalire ai primi “scontri bi-comunali” del 1963, periodo in cui, dopo l’indipendenza dell’isola (1960), sotto gli auspici delle potenze protettrici (Grecia, Turchia e l’ex potenza coloniale britannica), con la presidenza dell’arcivescovo Macario III, occorsero i primi scontri tra le due comunità. La “controversia cipriota” è figlia di tendenze di lungo periodo, all’interno delle quali si muovono, da una parte le mire delle maggiori potenze imperialistiche, a partire dagli USA e della Gran Bretagna (la quale ancora possiede due basi strategiche ad Akrotiri e Dhekelia, sottratte al controllo della Repubblica) e dall’altra le contraddizioni di una società in cui forte è la polarizzazione tra i due maggiori “blocchi”, da una parte l’AKEL, il partito dei lavoratori, espressione dei comunisti, delle forze di progresso e delle masse popolari, e dall’altra la Chiesa ortodossa nazionale, depositaria di un fortissimo potere di condizionamento politico e di controllo economico (gestisce apparati produttivi e controlla perfino aree di territorio, tra cui interi quartieri della capitale, Nicosia). Un quadro difficile, dunque, entro cui deve essere inscritto il conflitto tra la comunità greca del sud e quella turca del nord (pari a circa il 18% in termini demografici). Tale conflitto, esploso nel 1974, dopo un tentativo di colpo di Stato contro Macario sostenuto dal regime dei colonnelli in Grecia e tendente all’unificazione dell’isola alla “madrepatria” ellenica, e la seguente operazione militare dell’esercito turco, che ha occupato la parte nord e determinato le condizioni dell’autogoverno della regione a cavallo tra Kyrenia, Famagosta e la penisola di Karpas, ha portato infine, nel 1983, alla dichiarazione unilaterale di sovranità della cosiddetta “Repubblica Turca di Cipro del Nord” (TRNC), non riconosciuta dalla comunità internazionale e, di fatto, “Stato fantoccio” di Ankara. Il ruolo dei comunisti, in questo contesto, è stato duplice: ricostituitisi nell’AKEL, a seguito della messa al bando del partito comunista cipriota (confermata ancora nel 1941), essi hanno storicamente dato un contributo decisivo, anche sostenendo in alcune fasi il governo Macario, alla lotta di liberazione di Cipro ed assunto, successivamente, un ruolo fondamentale nell’ambito della controversia greco-turca: sostenendo le occasioni di dialogo tra le due comunità; promuovendo incontri di alto livello tra le parti e, infine, sollecitando l’Europa ad assumere un ruolo più significativo, che, tuttavia, essa ancora stenta a far proprio, delegando la definizione della cornice negoziale all’ONU. Attualmente maggiore forza del panorama politico cipriota (34% alle ultime elezioni legislative) e nella coalizione di governo che sostiene il presidente Papadopulos, essa si batte per una soluzione condivisa del conflitto, sulla base degli accordi interni del 1977-‘79, e per la definizione di una cornice istituzionale di tipo federale bi-comunale, entro cui possano essere risolte le questioni relative al ritiro dell’esercito turco dal Nord (un contingente di quasi 40.000 soldati), all’integrazione dei coloni turchi anatolici (che costituiscono un ulteriore elemento di tensione, all’interno della medesima comunità turcofona) e alla definizione di un quadro economico comune, con la fine del regime della separazione (sia commerciale, essendo il Nord sotto embargo internazionale, sia monetaria, usando il Nord la lira turca, anziché la moneta cipriota). Una posizione che, confermata anche all’incontro di Parigi dei partiti del Nuovo Forum della Sinistra Europea (2003), sola potrebbe garantire i diritti di entrambe le comunità, porre un argine al montante nazionalismo nella comunità greca e dare una risposta alle ingerenze esterne, sia della Turchia sia degli USA, il cui ruolo (come dimostra il recente incontro tra la Rice e il presidente della TRNC, Talat) è permanente fonte di divisione nell’isola.