IL ROMPICAPO CINESE

Mentre gran parte della sinistra “sbraca” ancora una volta sulla comprensione dei conflitti internazionale e accetta la chiave di lettura dominante sulla questione del Tibet, la pubblicazione dell’opuscolo “Pericolo giallo o tigre di carta?” [1] – contenente gli Atti del Convegno sulla Cina organizzato dal network Collegamenti Internazionalisti – rappresenta un ulteriore tassello di quella ricerca in progress sul continente/Cina che caratterizza, da qualche anno, un particolare filone del lavoro teorico e politico di questi compagni.

In apertura del opuscolo l’articolo (Perché un Convegno sulla Cina?) – che sintetizza il punto di vista dei compagni di Collegamenti Internazionalisti – imposta correttamente il metodo che andrebbe seguito quando si affronta una tematica di grande complessità ed importanza come quella afferente alla attuale questione cinese. Infatti lo scritto, nel sollecitare una ripresa di discussione pubblica su questo argomento, invita a non avventurarsi in astratte dissertazioni ma a considerare e confrontarsi con le diverse analisi ed interpretazioni che sono maturate negli ultimi anni. Del resto sarebbe abbastanza paradossale (e sicuramente indice di una mentalità eurocentrica) mettersi a pontificare su processi economici e sociali dalla portata gigantesca i quali non possono essere liquidati e banalmente classificati con un approccio semplicistico, ideologico ed, ancora peggio, strumentalmente piegato sulle contingenze politiche della nostra Italietta.

L’articolo introduttivo, nel presentare una utile sintesi delle posizioni presenti, sul piano internazionale, elaborate da alcuni opinion maker, cosiddetti specialisti della materia, (Federico Rampini, Angus Maddison, Ted C. Fishman, Lucio Caracciolo fino a quel Huntington il quale nel suo famoso testo “Lo scontro delle civiltà” preconizza la necessità della guerra contro la Cina per bloccarne la sua crescita globale), illustra la varietà di analisi prodottesi che caratterizzano l’argomento. Nel contempo questa disamina non trascura alcune tesi e ragionamenti, avanzate, anche in tempi diversi, da vari gruppi e tendenze del movimento comunista, le quali – a loro volta – sono ampiamente articolate e, spesso, in palese contrapposizione. Indice, questo, di come la questione/Cina – sia dal punto di vista storiografico e sia da quello della stringente attualità politica – scompagina le analisi ed i comportamenti politico/pratici della soggettività comunista variamente collocata e definita.

In questa sede, non potendo percorrere i vari contributi che compongono l’opuscolo, ci preme evidenziare positivamente una delle tesi che percorre l’intera discussione proposta dai compagni di Collegamenti Internazionalisti: la ripresa della lotta di classe in Cina. Infatti il processo di industrializzazione dell’Asia prima (le quattro tigri) e della Cina poi, hanno via via approfondito il conflitto di classe in quella che era la periferia coloniale e poi industriale del sistema. Anche in Cina, si susseguono ormai scioperi e manifestazioni le quali, in numerosi casi, hanno assunto le caratteristiche di rivolte sociali di ampia portata. Municipi ed intere zone hanno visto esprimere la collera delle popolazioni vuoi per l’impatto sociale di un’opera pubblica, vuoi per i licenziamenti da uno stabilimento o per casi di corruzione o di abusi da parte dei dirigenti locali e la conseguente repressione da parte degli apparati coercitivi dello stato. Dal 1998 al 2003, secondo una dichiarazione del Ministero dell’Economia, ammonterebbero a 25 milioni i lavoratori licenziati dalle industrie di stato. In molte città, specie al Nord, la disoccupazione sta raggiungendo cifre enormi restringendo alle sole regioni della costa (la Cina Blu) il terminale del flusso degli investimenti stranieri e le ricadute occupazionali. Questa tendenza, viva ed agente, ci mostra concretamente la permanenza di una forte lotta di classe la quale è vissuta con grande preoccupazione dai capitalisti occidentali, i quali sono i primi ad essere penalizzati da un processo di autorganizzazione sociale che mette a rischio i loro generosi super profitti. Non è una novità che stiamo assistendo addirittura ad una delocalizzazione di imprese cinesi o di imprese straniere in Cina verso altri paesi asiatici dove il costo del lavoro e la conflittualità sono inferiori a quella dei lavoratori cinesi.

Ed è dentro questo complesso sommovimento sociale che si svolge la “scommessa” del PCC di “governare la modernizzazione” e di “orientare l’ascesa tra i grandi competitori globali”. Di fronte a questa situazione, per larghi tratti inedita – alcuni compagni sono propensi a definire tale dinamica come una sorta di “gigantesca Nuova Politica Economica”, altri denunciano l’avvenuta “maturità imperialistica della Cina” altri, ancora, né definiscono la natura “capitalistica di stato”. Esiste, insomma, una varietà di posizioni le quali, anche inconsapevolmente, producono un giudizio assolutizzato, di fatto immobile e non suscettibile di modificazione.

In questo schema, secondo noi, si colloca il giudizio ultimo dei compagni estensori dell’opuscolo i quali, pur partendo da alcune premesse e punti analitici che condividiamo, approdano, nei loro ragionamenti, a definizioni ultimative e compiute che presumiamo essere quanto meno affrettate.

Per quanto ci riguarda riteniamo che il continente/Cina è ancora dentro un ciclo politico contraddittorio dove maturano – a vario titolo – tendenze e spinte centrifughe verso soluzioni ed assestamenti strutturali non assimilabili immediatamente o riconducibili ad una modellistica societaria predefinita. Il recente congresso del PCC, al di là di alcuni correttivi sociali di non poco conto, non ha offerto ulteriori “novità” circa la compiuta definizione della natura sociale della Cina contemporanea. Permangono nella struttura della Cina d’oggi elementi spuri e difficilmente collocabili dentro categorie interpretative schematiche.

Certo la vigenza della legge del valore, del mercato, dello sfruttamento e della crescente ambizione statuale al confronto interimperialistico nel gorgo della competizione globale confermano che questa esperienza, a partire dalla rivoluzione antimperialistica che portò alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, è riuscita a superare, seppure in maniera socialmente e territorialmente differenziata, la barriera dell’arretratezza, a cui il capitalismo internazionale l’aveva costretta, ma non è stata in grado di dislocarsi verso l’affermazione e la stabilizzazione temporale di nuovi rapporti sociali.

Ritorneremo, necessariamente, nell’ambito del progetto teorico “Il bambino e l’acqua sporca” sulla questione/Cina e sul complesso dei problemi che questa tematica suscita. Ci ritorneremo, con calma e senza alcuna spocchia intellettuale, auspicando il fecondo contributo di compagni e studiosi che, abitualmente, si cimentano su questo rompicapo. Un invito, quindi, rivolto anche ai compagni di Collegamenti Internazionalisti affinché socializzino la loro ricerca. Restiamo consapevoli, però, che la Cina, comunque vogliamo interpretarla e definirla, ci ricorda che il tema della rivoluzione possibile, della transizione e della liberazione di miliardi di esseri umani dal sottosviluppo e dallo sfruttamento generalizzato non è un gioco alchemico, una pura proiezione statistica di dati e formule economiche o un freddo esercizio da laboratorio.

La storia del ‘900, le vicende del movimento comunista internazionale, con le sue positive affermazioni ma anche con tutte le derive e distorsioni prodottesi nell’arco di 150 anni, è un processo vivo che può alimentarsi ulteriormente e riproporsi adeguatamente solo fondando la sua azione sulla crescita del protagonismo attivo delle masse e sulla capacità di esercitare egemonia su tutto l’arco dei problemi della specie umana. Ancora di più nell’epoca del capitalismo mondializzato tale tendenza dovrà imporsi, necessariamente, sul piano globale, perché l’affrontamento risolutivo di alcune grandi contraddizioni, tra cui l’antagonismo storico tra capitale e lavoro(e ambiente) e tra capitalismo e socialismo, necessita di una condizione strutturale ed oggettiva la più ampia e completa possibile.

* direttore di Contropiano

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[1] “Pericolo giallo o tigre di carta?” – Perché la Cina ci interessa – Atti del Convegno di Torino 21/10/07 – in appendice: “La Cina non replica l’Inghilterra” di Silvio Serino, Edizioni Pon Sin Mor. Il testo può essere richiesto a: [email protected]