Il ritorno di Ortega 17 anni dopo

Sarà ritardata di alcune ore oggi la cerimonia di insediamento alla presidenza di Daniel Ortega in Nicaragua: per attendere l’arrivo da Caracas di Hugo Chavez, che poche ore prima si re-insedierà a sua volta al potere in Venezuela.
Sarà probabilmente la presenza di Chavez la nota saliente di questa giornata nella quale il leader sandinista riassumerà la carica di capo di stato dopo 17 anni dalle traumatiche elezioni del febbraio 1990. A meno che non si verifichi all’ultimo momento la clamorosa presenza di Raul Castro da Cuba, filtrata come possibile. Il che, unito alla partecipazione certa del boliviano Evo Morales e del premier iraniano Ahmadinejad, costituirebbe, agli occhi di Washington, una clamorosa concentrazione dell’«asse del male» nel proprio cortile di casa.
Eppure Daniel Ortega ha mantenuto un profilo assai prudente e defilato dalla vittoria elettorale dello scorso 5 novembre; badando a tenere le carte coperte e a tacere; o al massimo a rassicurare internamente tutti settori, così come la comunità internazionale (Stati uniti in testa) che il suo sarà un governo per «la pace, per il lavoro e per la riconciliazione di tutti i nicaraguensi».
L’ex comandante guerrigliero ha un serio problema in parlamento per garantire una certa stabilità di governo: nonostante sia stato nominato presidente l’ex comandante Renè Nuñez, i suoi 39 deputati sono in netta minoranza e dovranno ogni volta accordarsi con i 25 liberal-somozisti (con cui il Fronte sandinista ha mantenuto fino ad oggi uno scellerato patto di spartizione del potere) e/o con i 23 liberisti dello sconfitto banchiere Eduardo Montealegre (oltre ai 4 deputati del Rinnovamento sandinista in libera uscita). Ma potrebbe anche averli tutti contro.
Quella che si profila dunque è un’assemblea legislativa a maggioranza variabile che rischia di convertirsi in un mercato di compra-vendita di voti, di tradimenti e ribaltamenti di fronte; come è stata del resto la realtà degli ultimi anni nella politica nicaraguese, di cui Ortega ha saputo astutamente approfittare; fino a ridiventare presidente con più o meno lo stesso numero di voti (il 38%) con cui era stato sconfitto nelle tre elezioni precedenti.
Nonostante questa debolezza di partenza, Daniel Ortega avrebbe approntato una lista di ministri (ancora ufficiosa) che non conferirebbe alcun incarico di rilievo alla destra dura (salvo la scontata vice-presidenza della repubblica all’ex capo negoziatore dei contras, Jaime Morales Carazo); contraddicendo la dichiarazione per un «governo di unità nazionale» dei primi giorni dopo il voto. Anzi, i ministeri-chiave sarebbero in mano a sandinisti di provata fede «danielista»: a partire dagli esteri, affidati all’ex sindaco di Managua dei tempi della rivoluzione, Samuel Santos (abile businessman del Fronte negli ultimi anni, oltre che responsabile esteri del partito); e piazzando volti (un po’ meno) noti del sandinismo agli interni, sanità, istruzione, agricoltura, trasporti, energia, turismo. All’influente moglie, Rosario Murillo, avrebbe assegnato addirittura due ministeri: affari sociali e cultura; mentre non è ancora chiaro se la difesa andrà a Marisol Castillo, moglie dell’ex capo dell’intelligence comandante Lenin Cerna, o al più moderato (ex social-cristiano) Luis Humberto Guzman.
Anche sul programma di governo Ortega non si è sbilanciato ancora. Unica novità finora annunciata sarà il piano Fame Zero (mutuato dal brasiliano Lula, che non sara fra i 15 capi di stato presenti oggi a Managua) affidato a Orlando Nuñez, forse il solo intellettuale del Fronte non trasferitosi fra i «rinnovatori». L’unico ministero importante consegnato a un liberale soft (il commerciante Horacio Brenes) è quello delle finanze-industria-commercio. Mentre ancora non sono noti il ministro del tesoro e il presidente della banca centrale.
Una compagine governativa dunque assai compatta per applicare una politica eminentemente pragmatica che non scontenti nessuno. Ortega ha assicurato che non ci saranno espropriazioni né nazionalizzazioni; che non ci saranno conflitti con l’Fmi, né con Bush (che gli ha telefonato pochi giorni fa complimentandosi, un po’ in ritardo, per la sua elezione) sul Cafta, il Trattato di libero scambio Usa-Centramerica. Intanto però si lascia le mani libere. E comunque dando subito una risposta assai concreta al principale problema patito da qualche anno dalla popolazione nicaraguese: il brutale razionamento dell’energia elettrica. Chavez non presenzierà infatti solo a una cerimonia, ma firmerà un sostanzioso accordo di cooperazione economica e sociale a partire dall’installazione di 32 centrali elettriche (naturalmente a petrolio) per un valore di 80 milioni di dollari, che riguarderà anche i campi della salute, educazione, agricoltura e dell’edilizia.