Il ritmo superiore del «socialismo di mercato»

Perché la crescita economica della Cina è così forte? E quali sono le conseguenze interne di questa crescita prolungata e accelerata? Intanto va detto che la Cina sta realizzando progressi epocali nella lotta contro la povertà. Secondo stime della Banca Mondiale, la popolazione cinese con un reddito pro capite di meno di un dollaro al giorno è passata da oltre 600 milioni nell’81 a 212 milioni nel 2001, scendendo in percentuale dal 64% del 1981 al 17% del 2001 (India e Asia meridionale sono al 31%). Contrariamente a quanto racconta la leggenda metropolitana, sono aumentati i salari reali (8% annuo dal `90 al 2005) e i redditi rurali (anche se di meno, circa 3-4% all’anno). Una prova indiretta del miglioramento generale del tenore di vita delle masse contadine (anche se non di tutti i contadini) è data dalla diminuzione della parte dei redditi rurali spesa per l’alimentazione: dal 68% nel 1978 al 47% nel 2003. D’altra parte, il livello alto e crescente delle diseguaglianze, la violazione diffusa delle norme sull’orario e la sicurezza del lavoro, le condizioni arretratissime dei servizi sociali – il disastro della «riforma» del sistema sanitario, uno dei più privatistici e meno egualitari del mondo, è stato riconosciuto dallo stesso ministro della sanità – e l’assenza a tutt’oggi di un un controllo adeguato delle conseguenze ecologiche della crescita rendono la Cina attuale un paese molto lontano dall’avere realizzato le mete fondamentali del «socialismo». Tuttavia, il rapporto tra accumulazione, crescita e progresso tecnico, da un lato, e politiche della spesa pubblica, dall’altro, non è deterministico, e – specie in un paese in forte crescita economica – mantiene ampi spazi di flessibilità. Priorità sociali e ambientali molto diverse potrebbero perciò essere perseguite anche senza fuoruscire dal sistema di «socialismo di mercato».

Non a caso la dialettica tra posizioni contrapposte sulle scelte fondamentali sta emergendo in modo sempre più evidente all’interno del Pcc. Qui, comunque, mi interessa di più il piano «positivo». Se la Cina, così grande, cresce così tanto, una ragione ci sarà. Dire che la Cina è un paese capitalista come gli altri, solo un po’ più repressivo, sfruttatore, e efficiente, è quanto meno superficiale. Il «segreto» della Cina non può essere la sola «riscoperta del mercato», perché il mondo è pieno (purtroppo) di paesi ai più diversi livelli di sviluppo – tra i quali il nostro – che continuano incessantemente a «riscoprire il mercato», privatizzano anche la nonna e non vanno da nessuna parte. A mio parere, il «socialismo di mercato» cinese ha sufficienti caratteristiche distintive e di stabilità da poter essere legittimamente considerato un sistema socioeconomico largamente «socialistico» (con questa brutta parola, in mancanza di meglio, intendo sottolineare il carattere tecnico, «oggettivo» dell’aggettivo, contrapponendolo al termine «socialista» che preferirei riservare alla sfera «normativa»).

Tale sistema può quindi essere considerato una formazione economico-sociale diversa e – per certi versi – superiore alle varie forme di capitalismo (anche se ha molti aspetti in comune con il «modello asiatico» di paesi come la Corea del Sud e la stessa Taiwan). In Cina, infatti, il controllo diretto e indiretto dei mezzi di produzione da parte dello stato è tale da determinare rapporti sociali di produzione diversi da quelli tipici del capitalismo. Mentre nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo l’agente principale dell’accumulazione è la borghesia, in Cina (pur senza ignorare il peso crescente del capitale privato) questo ruolo è tuttora essenzialmente ricoperto da un gruppo sociale che non dispone della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma esercita un controllo su questi ultimi attraverso una rete di organismi pubblici e semipubblici e un sistema complesso di diritti di proprietà. In questo senso, la battuta di Diliberto (il paese con la crescita economica maggiore è la Cina comunista) contiene una verità, contrariamente a quanto pensa Padoa Schioppa. Uno dei vantaggi di un sistema «socialistico» dovrebbe essere costituito dall’eliminazione dei consumi voluttuari della borghesia e dei fenomeni di patologia finanziaria legati alla appropriazione del surplus in forma privatistica. In tale sistema, agenti economici e finanziari pubblici possono usare produttivamente il surplus già esistente e generare e controllare grandi quantità di risparmi (sia spontanei che forzati). Già, in teoria, ma il problema è riuscirci! Beh, io credo che – anche se consumo voluttuario, corruzione, e malversazioni finanziarie non mancano di certo – la Cina ci stia sostanzialmente riuscendo.

La fase attuale del «socialismo di mercato» cinese, infatti, è caratterizzata dalla capacità di mantenere due caratteristiche positive del modello «socialistico» (alto tasso di accumulazione e controllo strategico dei principali mezzi di produzione, dell’investimento, e delle traiettorie tecnologiche), realizzando però anche un buon livello di efficienza nell’allocazione delle risorse e sviluppando un sistema nazionale di innovazione tale da permettere un rapido progresso tecnico. Che l’attività di investimento sia straordinaria è evidente: la formazione di capitale fisso è aumentata al ritmo dell’11% annuo dal 1980 a oggi; di conseguenza, il tasso di accumulazione, già altissimo (intorno al 35%) negli anni `80, è salito a 37-38% negli anni `90 e a oltre il 40% nei primi anni di questo secolo.

Meno evidenti, ma anch’essi sostanziali, sono stati i miglioramenti di tipo «qualitativo». Decisivi sono stati i risultati delle riforme dell’agricoltura, dell’industria e del sistema di ricerca e sviluppo. La riforma, negli anni ’70, ha generalizzato nelle campagne rapporti di produzione e scambio basati sulla piccola azienda familiare, l’unità produttiva più efficace in quella fase storica. Il mantenimento di un controllo pubblico totale sul sistema finanziario ha consentito di trasferire la gran parte del surplus derivante dalla maggiore produttività agricola all’industria pubblica. Nell’ambito industriale, la creazione di forme innovative di imprenditorialità pubbliche e semipubbliche (dalle piccole imprese rurali gestite dai governi locali alle grandi imprese statali ad alta tecnologia, controllate attraverso una rete sempre più sofisticata di «partecipazioni statali», spesso operanti in joint venture con multinazionali straniere) ha portato ad un continuo rinnovamento dei sistemi di gestione, che sono sempre più «compatibili con il mercato» senza per questo esserne del tutto schiave, data la necessità di pianificazione strategica indispensabile per superare le barriere tecnologiche. Le riforme del sistema di ricerca e di innovazione hanno fatto fare dei passi avanti importanti nella ricerca di una maggiore interazione tra università e imprese, nel diffondere e potenziare i centri di ricerca e sviluppo aziendali e nel concentrare strategicamente lo sforzo nazionale di ricerca verso un numero limitato di settori chiave.

La Cina ha espanso enormemente il sistema universitario e ha aumentato continuamente le spese per ricerca e sviluppo (R&S). Tra il 1990 e il 2003, il numero di studenti universitari si è moltiplicato per cinque. La spesa per R&S è più che raddoppiata in pochi anni, e il rapporto tra questa spesa e Pil è passato dallo 0,83% del 1999 all’1,31% del 2003, superiore a quello di molti paesi europei. Il numero di brevetti certificati è aumentato dell’80%. Anche questa capacità di canalizzare risorse crescenti alla ricerca è legata in buona misura al controllo strategico del surplus da parte dello stato.

Questo insieme di caratteristiche spiegano almeno in parte il dinamismo della economia cinese e consentono di affermare che la Cina non è un paese capitalistico come tutti gli altri; il «socialismo di mercato» ha infatti caratteristiche sistemiche proprie che lo rendono superiore nel campo dell’accumulazione e (almeno potenzialmente) del progresso tecnico.