Il riformismo di Schroeder è impopolare e non funziona

Intervista ad Hans Birnbaum. «E’ in crisi il `modello renano’; le imprese non sentono più necessità del consenso sociale, e non vogliono più pagarne il prezzo; perciò delocalizzano»

Hans Birnbaum, docente universitario e consulente del sindacato dei metallurgici tedeschi – l’IG Metall – è tra coloro che più da vicino hanno seguito l’involuzione del programma sociale del partito socialdemocratico e studiarne il progressivo distacco dalla propria base popolare.

Quali sono le ragioni di questa disfatta?

I socialdemocratici hanno preso una «botta» netta. Ma, chiaramente, il governo regionale della Renania-Westfalia ha pagato il prezzo di una politica sbagliata a livello nazionale.

Ha fallito, dunque, la «politica delle riforme» condotta da Schroeder?

La politica dell’«Agenda 2010», con la cosiddetta «riforma del mercato del lavoro», non è davvero stata una politica socialdemocratica tradizionale. L’elettorato socialdemocratico non si è più riconosciuto in questa politica.

Perché l’«Agenda 2010» non ha convinto?

Da un lato era impopolare, dall’altra non ha avuto successo sul piano economico. E abbiamo una situazione molto difficile: le previsioni congiunturali parlano di una crescita dell’1% appena, o anche meno. Dall’altro, c’è una disoccupazione che supera i 5 milioni di unità. Questo non quadra. L’argomento del governo era che «questa politica avrà successo nei tempi lunghi». Ma non è stato così. Si sono perciò sposate una situazione difficile e una politica molto impopolare.

Qualche esempio di misure impopolari nell’«Agenda 2010».

I tagli ai sussidi di disoccupazione. E in particolare la cosiddetta riforma «Hartz IV», che ha portato numerosi tagli ai servizi sociali destinati a quelli non hanno più un lavoro.

Abbiamo letto sui giornali italiani che una delle grandi paure tedesche riguarda l’immigrazione dall’Est europeo.

Non credo. Abbiamo un altro problema, che è quello della delocalizzazione. Questo sì che è un fatto molto preoccupante, perché è chiaro che noi viviamo nelle fabbriche una pressione, una minaccia costante da parte delle imprese a delocalizzare.

Dove spostano le fabbriche gli imprenditori tedeschi?

In due regioni, principalmente. Nei paesi dell’Est europeo, come Cechia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Ucraina. E poi in Asia, soprattutto in Cina. E’ questa la cosa che preoccupa di più la gente.

Quali produzioni hanno spostato, finora?

In generale nella manifattura, nei settori ad alto contenuto di manodopera. Ossia metallurgico, componentistica auto, settore elettrico ed elettronica. Ma soprattutto nel settore metalmeccanico.

Che tipo di «riformismo» è stato quello di Schroeder?

Il risultato di queste elezioni è certamente un giudizio netto su queste «riforme». Sono convinto che la gente giudica in modo negativo questa politica a favore dell’impresa, che peraltro non funziona. E anche la critica degli ultimi giorni, rivolta alle «cavallette capitaliste», non ha fatto invertire la rotta. C’è una contraddizione palese tra le ultime dichiarazioni uscite da questo partito e la realtà. Si deve dire che il governo Schroeder ha fatto molte cose a favore delle imprese, ad esempio ha ridotto le tasse in modo significativo, ma l’elettorato popolare non ha gradito questa cosa.

Il «modello renano» è solo in difficoltà e potrebbe riprendersi, oppure si vedono i segnali della sua fine?

Secondo me abbiamo una crisi di questo modello. La situazione generale attuale è molto differente dal passato. E’ una crisi vera.

Qual’è la principale differenza rispetto al passato?

Abbiamo avuto sempre, malgrado i conflitti che pure si verificavano, un consenso sociale. In questo quadro, anche le imprese erano disposte a pagare un prezzo pur di mantenerlo. Adesso, per le imprese, il consenso sociale è solo un costo eccessivo. E stanno cambiando politica. Credo che con questi cambiamenti – ossia la globalizzazione e la concorrenza globale, un capitalismo molto «azionario» – stia mettendo il crisi il «modello renano». Credo si stia verificando veramente un cambiamento del modello produttivo tedesco, in una direzione molto neoliberista. E’ l’effetto del mutamento della situazione e del capitalismo attuale, dove prevale quest’ottica centrata solo sui costi, davanti a una concorrenza globale.

I sindacati tedeschi stanno prendendo atto di questo cambiaento?

Sì, ma con molta fatica. All’interno dei sindacati c’è ancora molta ambiguità. Da un lato si prende atto del cambiamento, dall’altro sono ancora attaccati al vecchio modello del capitalismo renano.