Il rifiuto del lavoro

Di lavoro si muore. Non è una novità in Italia, ma gli ultimi, tristissimi episodi, colpiscono particolarmente. Dopo Francesco Iacomino, 33 anni, caduto da un’impalcatura a Ercolano, è morto Nicola Tricarico, 26 anni, trovato in una fossa a Napoli. I loro «datori di lavoro» si sono sottratti a ogni responsabilità, i loro compagni hanno tenuto un comportamento omertoso. Non c’è pietà per chi è costretto a lavorare in nero, ma anche la solidarietà tra gli sfruttati sembra cancellata. Emerge, da queste morti, un tema chiave. Che valore ha oggi la vita umana nel lavoro? Che valore ha il lavoro in questa società e nel sistema politico? Se stiamo ai fatti, il dominio del denaro e del capitale offre a milioni di giovani e ragazze precarietà, insicurezza, incertezza nell’avvenire, impossibilità di realizzare se stessi. La questione riguarda non qualche imperfezione del sistema, ma il cuore del sistema. E la miscela diventa esplosiva quando si aggiungono l’evasione fiscale e contributiva, l’intreccio sempre più stretto tra economia e criminalità. Guglielmo Epifani ha detto che i lavoratori vengono trattati peggio degli animali, e non è populismo come sicuramente pensa qualche raffinato «riformista».

Nel 2003 sono morti sul lavoro più italiani che soldati americani in tutta la guerra in Iraq. Quattro al giorno, dicono le statistiche. Una guerra a bassa intensità, di cui normalmente nessuno parla, che si combatte non solo al sud, ma a Roma – dove il 70% dei cantieri è fuori norma – e a Milano, a Torino come nel Nord Est. E’ la punta estrema e più vistosa di un processo di svalorizzazione e di degrado del lavoro, che annulla la persona umana. Un processo che con il governo Berlusconi ha raggiunto il parossismo, ma che è avanzato senza sosta dagli anni `80, complici gli stessi governi di centro-sinistra. Paradossalmente, con l’affermarsi del nuovo capitalismo digitale e finanziario, sono riemersi vecchi fantasmi ottocenteschi, che ritenevamo definitivamente scomparsi perché messi in fuga dalle lotte sindacali e politiche. Parlo del lavoro minorile, dello sfruttamento senza regole degli immigrati e dei più deboli, della forte penalizzazione del lavoro femminile, del diffondersi del mercato delle braccia, della individualizzazione del rapporto di lavoro, secondo cui «ogni Lazzaro deve camminare da solo», come dice Giuliano Amato. Ma non si tratta di puri sedimenti del passato, bensì di fenomeni di una modernità capitalistica che travolge ogni limite e condizionamento alla ricerca del profitto. Come dimostra, per esempio, il sistema moda, e soprattutto la precarietà del lavoro intellettuale e scientifico.

C’è qualcosa di surreale nel dibattito della sinistra, che non riesce a mordere nella realtà con una proposta credibile nonostante il logoramento evidente del berlusconismo. Credo che ciò sia dovuto principalmente al fatto che la sinistra non considera centrale la questione del lavoro, e perciò mette tra parentesi le condizioni materiali in cui vive la maggioranza degli italiani, da cui dipende in definitiva l’esercizio stesso dei diritti di libertà. Piero Fassino, rispondendo a De Rita che domandava «a quale blocco sociale, a quali logiche di classe ci si intende rivolgere», ha negato nella sostanza che di blocco sociale si possa parlare. E infatti queste parole non le trovate nel documento da lui presentato per il congresso Ds: il principale partito della sinistra si rivolge a tutti, lavoratori, imprenditori, giovani, donne, anziani, ecc., ecc. Insomma, un partito «pigliatutto», che non è il partito del lavoro. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: infatti, se la società non è altro che una somma di individui spogliati di ogni qualità sociale, non ha senso la rappresentanza politica del mondo del lavoro, come non ha senso parlare di blocco sociale. La politica, in queste condizioni, non può fare altro che galleggiare sulle tendenze del momento. Da azione collettiva, fondata sul protagonismo delle donne e degli uomini tenuti insieme da un legame sociale, si trasforma in «un servizio alla persona», come sostiene un altro dirigente Ds. Un cambiamento che va benissimo ai «poteri forti».

Ma l’accettazione, anche a sinistra, dell’idea che il lavoro non è altro che «capitale umano», cioè una merce nella piena disponibilità del capitale, ha distrutto l’idea fondante del movimento operaio, ovvero che i lavoratori debbano avere una loro rappresentanza politica, oltre che sindacale. E infatti non esistono più oggi in Italia partiti che si richiamino al fondamento del lavoro, come erano il Pci, il Psi e in parte anche la Dc. In altre parole, il mondo del lavoro non dispone più di un’autonoma e libera rappresentanza politica.

C’è chi dice che è un bene, ma l’eliminazione del lavoro dall’orizzonte della sinistra, se ha dichiarato improponibile un’altra idea di società, non ha portato né benessere né sviluppo. Produce, invece, tendenze ben visibili: la mutazione della democrazia in oligarchia e con essa il declino del paese. Per porre con i piedi per terra il dibattito nella sinistra bisognerebbe ricominciare da qui: come dare, oggi, centralità politica al mondo del lavoro? E’ una rivoluzione culturale, ma proprio di questo ci parla la morte dei due ragazzi napoletani e di tanti altri come loro. Della politica vera, che ha a che fare con le persone in carne e ossa, e con la trasformazione della società.