Il revival sciita sbarca a Damasco

Via degli iracheni, come ora la chiamano gli abitanti di Damasco, ha il profumo delle spezie della Mesopotamia e parla sempre più in farsi. La carneficina incessante che l’occupazione americana ha regalato all’Iraq, ha trasformato questa zona poco fuori la capitale siriana, dominata dalla moschea-santuario di Saida Zeinab, in uno dei punti di approdo obbligati per i più poveri tra il milione e mezzo (forse più) di iracheni fuggiti dal loro paese e ora profughi in Siria.
Ma anche in un’importante località di pellegrinaggio per gli iraniani, da quando le bombe delle cellule qaediste irachene hanno colpito la cupola d’oro del mausoleo di Askariya, a Samarra, uno dei luoghi di culto sciita più venerati, e le città sante di Kerbala e Najaf. Nella Siria sunnita per oltre l’80%, autobus e taxi scaricano quotidianamente nell’ampio parcheggio di Saida Zeinab centinaia di sciite iraniane velate e chiuse nell’abaya che assieme a mariti e figli hanno affrontato un viaggio che può durare anche quattro giorni, attraverso la Turchia, passando per Aleppo fino a Damasco. Ad accoglierli trovano siriani e iracheni, che li guidano al santuario e poi al vicino mercato popolare colmo di merci.
Rasu e Farnaz vengono da Isfahan. Si sono sposati qualche mese fa e da tempo sognavano di visitare Saida Zeiban e l’altro santuario sciita, Saida Rukaiya, nella città vecchia di Damasco. «Ringraziamo i fratelli siriani per averci offerto questa opportunità di visitare questi luoghi santi sciiti», ci dice Rasu, un ingegnere, «ci piacerebbe andare ai santuari di Kerbala, Najaf e naturalmente Samarra, ma l’Iraq è troppo pericoloso, si rischia la vita».
Farnaz, un’esperta di software, da parte sua sottolinea il costo della vita tutto sommato basso in Siria, nonostante il recente balzo dell’inflazione. «Dopo aver pregato e visitato il tempio, andremo a Damasco a fare shopping – dice – qui tutto costa molto meno che in Iran, è davvero conveniente». Abolfazl Zarei, docente all’università di Shiraz, invece a Damasco è giunto in aereo. «Il biglietto costa un po’ ma venire in Siria vale la pena – spiega – è tutto più calmo e sicuro rispetto all’Iraq e poi in questo paese lo sciismo è ben accettato e non devo guardarmi le spalle». Nel mercato intanto gli abaya neri delle iraniane si affollano davanti alle bancarelle dove i commercianti siriani, esprimendosi in perfetto farsi, realizzano buoni affari vendendo souvenier del santuario ma anche stoffe e dolci.
«Gli iracheni non sono ben accolti, ma tutti diamo il benvenuto agli iraniani – dice Adel Hamad mentre prova a rifilare a tre donne venute di Qom una decina di cartoline di Saida Zeinab scolorite dal sole – i pellegrini arrivano da Teheran, Shiraz e altre città, comprano tante cose e ripartono nel giro di qualche giorno. Per noi siriani è perfetto».
Persone che vanno e vengono e tante merci vendute a beneficio della sofferente economia siriana. In questo modo la trentennale alleanza tra Damasco e Teheran nata da una necessità militare e strategica anti-israeliana e anti-Usa (e in passato anche anti-Saddam Hussein) e rafforzatasi sotto l’urto delle sanzioni internazionali volute da Washington contro entrambi i paesi (ma più pesanti verso l’Iran), si sta trasformando velocemente in un solido rapporto a più livelli: economico prima di tutto, ma anche sociale e religioso. Il revival sciita porta l’Iran duodecimano a considerare ora alcune sette islamiche come gli alauiti al potere in Siria (ma anche gli alevi turchi e i bektashi albanesi) come «cugini stretti», con i quali non solo si può ma si deve dialogare. Un avvicinamento «teologico» che ha aiutato la crescente penetrazione economica e commerciale iraniana in Siria, in particolare nel settore energetico e in quello delle infrastrutture.
Gli investimenti totali iraniani in Siria hanno superato nel 2007 il miliardo di dollari e siamo solo all’inizio perché dopo la finalizzazione a Damasco del memorandum d’intesa per l’avvio di una lunga serie di progetti, l’industria automobilistica iraniana Khodro, la prima azienda straniera ad ottenere la licenza dal governo di Damasco per produrre le proprie autovetture in Siria, costruirà con partner locali una fabbrica di assemblaggio di autobus e furgoni. La Zam Zam, principale produttore di bevande analcoliche della repubblica islamica, aprirà i suoi primi stabilimenti in Siria.
L’Iran investirà anche nel settore farmaceutico ed ospedaliero e presto la Saipa siriana, consociata dell’omonima società automobilistica iraniana, produrrà la prima berlina «Saba Pride» nel proprio stabilimento di Hama.
Secondo i dati diffusi a dicembre dalla Camera di Commercio di Damasco, ogni anno 200.000 commercianti iraniani si recano in Siria per concludere i loro affari. Una partnership che non tralascia di coinvolgere altri paesi «amici». Il terzetto Siria-Iran-Venezuela ha raggiunto una intesa per la costruzione, nei pressi della città siriana di Homs, di una raffineria con una capacità di trasformare 150.000 barili di petrolio al giorno.
Se Washington credeva che le sanzioni politiche ed economiche avrebbero affondare le economie di Siria e Iran, ora deve fare i conti con due paesi che, con una buona capacità di manovra, riescono a trovare alternative concrete alla strategia (e alla retorica) di Bush. L’«asse del male» costruito a tavolino dalla propaganda americana, sta facendo ottimi affari.