Il refusenik britannico ribalta le accuse sul premier Blair

La corte marziale dell’esercito di Sua Maestà ha aperto il processo contro il primo ufficiale delle forze armate britanniche che rischia la prigione per essersi rifiutato di combattere in Iraq. Davanti ai giudici militari, questa settimana il medico della Royal Air Force, capitano Malcolm Kendall-Smith, si è dichiarato innocente, ribadendo la sua opposizione a servire in una guerra che ritiene «manifestamente illegale». Lungi dall’essere un obiettore di coscienza che ripudia l’intervento armato su basi morali, Kendall-Smith è un veterano pluridecorato che ha già partecipato ad altre campagne in Afghanistan e in Iraq. Ciò che ha spinto il capitano a disobbedire all’ordine di andare alla conquista della Mesopotamia, infatti, non è l’uso della forza in generale, ma l’illegittimità dell’ordine specifico di invadere un paese per cambiarne il governo. Dopo aver attentamente studiato il parere legale espresso dal ministro della giustizia britannica Lord Goldsmith – il quale metteva in dubbio la legalità dell’intervento – Kendall-Smith si è convinto di avere le carte in regola per disobbedire. «Il mio cliente si è dichiarato innocente sulla base del fatto che la guerra è manifestamente illegale», spiega al manifesto Justin Hugheston-Roberts, l’avvocato che difende il capitano della Raf. Espresso alla vigilia dell’invasione e inizialmente tenuto segreto agli stessi ministri del governo, l’autorevole parere del guardasigilli britannico è stato reso noto solo durante la campagna elettorale del maggio scorso.

Dopo che alcune parti del parere sono trapelate sulla stampa britannica, il primo ministro Tony Blair si è trovato in pratica costretto a pubblicare il documento. In questo, Lord Goldsmith avvertiva esplicitamente l’inquilino di Downing street che la sostituzione forzata del regime di Saddam Hussein non era uno scopo da potersi considerare legale secondo le legislazione internazionale. Per rimanere nel solco della legge, la missione avrebbe dovuto, infatti, limitarsi a togliere al tiranno di Baghdad quelle famose armi di distruzione di massa che non ha in realtà mai posseduto. Oltre ad affermare che la dottrina dell’intervento preventivo «non esiste o non è riconosciuta dall’ordinamento internazionale», nel documento Lord Goldsmith avvertiva senza mezzi termini che «il cambio di regime non può essere l’obiettivo di un’azione miliare». Quel che è accaduto successivamente in Iraq la dice lunga sul tipo di considerazione in cui Blair tiene l’opinione del suo esperto di giustizia. Oggi, quello stesso parere ignorato due anni fa, potrebbe tornare ad imbarazzare il governo e a servire per evitare la galera al primo ufficiale «refusenik» dell’esercito britannico.

Gi altri soldati in passato si sono rifiutati di combattere in Iraq, ma erano tutti riservisti non operativi. Kendall-Smith, invece, è il primo fra i militari in servizio attivo a prendere una simile decisione. Al momento del suo rifiuto, nel giugno scorso, il medico trentasettenne lavorava nella base dell’aeronautica di Kinloss. Da allora è stato sospeso, ma continua a vivere all’interno della sua caserma. «Justin è di ottimo umore e trascorre il suo tempo leggendo e preparandosi per affrontare la causa», assicura il suo legale. Il processo si è aperto in un clima di crescente disagio da parte dei militari verso la campagna in Iraq. L’impossibilità di stabilire una data certa per il rientro delle truppe e l’aumento degli attentati da parte della resistenza irachena contro i soldati britannici in un settore – quello meridionale – rimasto relativamente calmo per lungo tempo, aggiungono incertezze alla missione e contribuiscono a fiaccare il morale delle forze armate.

Per evitare quindi di creare un altro martire a favore degli oppositori della guerra, i giudici militari potrebbero cercare di chiudere in sordina il processo a Kendell-Smith, evitando una condanna al carcere. L’udienza preliminare che si è tenuta questa settimana all’interno della base militare di Bulford Camp nel Wiltshire è stata celebrata a porte chiuse, ma, a partire da marzo, le sedute diventeranno pubbliche, dando così la possibilità al movimento contro la guerra di sfruttare il caso per riaprire il dibattito sull’illegalità dell’intervento.