Il rebus dei rapporti con gli Usa ora che la Russia non balla più a comando

Lo stato dei rapporti tra Russia e Stati Uniti è, in questo momento, qualcosa di simile a un limbo a due uscite principali e alcune secondarie. Da dove usciranno le novità dipende da cosa esce. Prima uscita: il prezzo del petrolio, cioè in primo luogo, l’andamento della recessione mondiale. Se il petrolio rimane basso a lungo, ai livelli attuali, le chances di una Russia “assertiva” e poco trattabile saranno basse.
Minori entrate valutarie, maggiori pressioni sociali interne, spingeranno Mosca a occuparsi più dei fatti propri che di quello che accade all’esterno. Salvo che nelle sue immediate vicinanze. Ma su questo tornerò tra poco.

Petrolio crescente, Russia crescente: questo è ovvio per un paese che ha il 30% delle riserve energetiche mondiali di idrocarburi.
La seconda uscita dal limbo è quella del livello del dollaro. Non è un’uscita del tutto sconnessa dall’altra, ma ha un alto grado di autonomia. Finora Putin ha scommesso su un dollaro che “tiene”, e non ha cambiato le sue riserve in valuta. In questo (mal) consigliato dalla parte pro-americana del suo entourage, che continua a esistere. Ma se il dollaro dovesse andare verso il basso, come diversi segnali indicano, contrariamente al sentire comune delle borse e degl’investitori, allora Mosca potrebbe diventare molto “assertiva”.
In termini meno diplomatici: non dateci troppo fastidio o risponderemo per le rime.
Quanto sia alta questa probabilità lo ha fatto capire il recente discorso all’America di Wen Jabao. In sostanza: «Ci auguriamo che gli Stati Uniti siano in grado di fare fronte ai loro impegni mondiali». Evidentemente, a Pechino, i 300 miliardi di dollari investiti in Fanny Mae e Freddy Mac, hanno fatto venire i sudori freddi. Poi Paulson ha mantenuto gl’impegni. La questione è che Obama sta sul filo. E la Cina, pur avvinghiata all’America sull’orlo del precipizio, potrebbe trovare più pericoloso tenere i miliardi di dollari del debito americano che venderli.
Mosca ne ha molti meno. E adesso li ha pure dimezzati, ma segue con la stessa spasmodica attenzione le mosse della Federal Reserve.
Ma credo sia utile avvertire gli analisti occidentali, che sperano molto in una divisione a breve scadenza tra i due Dioscuri che guidano la Russia. Quali che siano le varianti di uscita dal limbo resteranno uniti. Non è tempo di divisioni interne mentre le bufere si addensano all’orizzonte.
Anche perché, per ora, la coppia Obama-Clinton non ha offerto molto di nuovo su nessuno dei punti “al contorno”. E questi sono appunto le uscite secondarie cui accennavo.
Primo la Georgia. I sorrisi di Hillary non hanno chiarito nulla delle intenzioni di Washington, mentre Saakashvili continua a ricevere armi e a riorganizzare il suo esercito con l’aiuto di decine di consiglieri militari (non solo americani, per la verità, ma adesso anche francesi e, di nuovo, israeliani). E l’ala pro-americana (maggioritaria) del Parlamento Europeo, che sicuramente non agisce senza coperture, ha approvato recentemente una risoluzione in cui addirittura chiede alla Russia di ritornare sulla sua decisione di riconoscere come stati indipendenti l’Ossetia del Sud e l’Abkhazia.
Irrealismo pericoloso. Medvedev e Putin non faranno passi indietro su questo fronte. Il rischio, insistendo, è di creare una brusca reazione. E incentivare Saakashvili è operazione anch’essa ad alto rischio.
Altro punto acuto: estensione della Nato a Georgia e Ucraina. Non Obama ma addirittura il pregresso George Bush ha preso una pausa di riflessione. Perché non potevano fare altrimenti, sia dopo la scoppola georgiana, sia in presenza di una crisi senza rimedio al vertice di Kiev, dove non si trovano nemmeno i denari per pagare la bolletta del gas e dove la rivoluzione arancione è ormai sbiadita definitivamente.
Ma organismi come la Nato hanno una vitalità prolungata. Centinaia di funzionari e di militari continuano a lavorare sulla base dei vecchi ordini e non cambiano direzione fino a che non arriva un segnale chiaro. E non è arrivato.
Né è arrivato, limpido, sulla faccenda dei missili in Polonia e del radar in Repubblica Ceca. Tutto è fermo, in attesa che qualcuno trovi il bandolo della matassa. Hillary Clinton ha regalato al ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, un tasto simbolico di “reset”. Simpatico gesto per dire ricominciamo d’accapo. Lavrov ha accettato il regalino, ma il bottone non sembra collegato a un computer. Ha fatto, per adesso, solo click. E la Russia di Putin e di Medvedev non è più quella di Boris Eltsin, che ballava a comando.