Il reato di essere zingara

Dammi la mano zingara. Dammi la mano che ti metto le manette. E te le metto perché sei zingara. Zingara cioè sospetta, lo dice la parola stessa… La vicenda della zingara, che si chiama Diamanta Petrache, 34 anni, accusata di aver tentato di rapire un bimbo di 5 mesi in via dei Calzaiuoli a Firenze, arrestata dai carabinieri e dopo quattro giorni di cella rimessa in libertà dal gip «perché le prove non ci sono», è di quelle che danno adito a qualche riflessione.

Ricapitoliamo per sommi capi. Un giorno della scorsa settimana, la zingara Diamanta, una rumena, si avvicina alla carrozzina dove sta un bimbo e «cerca di portarlo via», denuncia la mamma del neonato. La zingara Diamanta si avvicina alla carrozzina dove sta il bimbo e cerca di rubare il braccialetto d’oro che il piccolo ha al polso, denunciano i vigili. E la zingara Diamanta in carcere nega tutto.

Il gip Anna Sacco, dopo aver convalidato l’arresto disposto dal pm Luca Turco, cerca, come è obbligo del suo ufficio, le necessarie prove del reato commesso. Cerca prove certe, «al di là di ogni ragionevole dubbio», come è obbligo del suo ufficio, persino nei riguardi di una zingara. E queste prove, «al di là di ogni ragionevole dubbio», ancorché a carico di una zingara, il gip non le trova. Nemmeno una, nemmeno una piccola. Di conseguenza, come è obbligo del suo ufficio, fa l’unica cosa che gli tocca fare: scarcera la zingara Diamanta. E persino mette nero su bianco, nella ordinanza al riguardo emessa, che la zingara, ancorché zingara, non risulta socialmente pericolosa. Né appartenente a un qualsivoglia gruppo zingaresco dedito al kidnapping. Né tampoco meritevole delle patrie galere in qualità di questuante endemica del centro come lei è (chiedere l’elemosina non è reato; non ancora). E, si dà il caso, nel nostro Codice vige tuttora la presunzione di innocenza, una roba valida sempre e per tutti, persino nei confronti di una zingara, che ci volete fare.

Scandalo. Gianfranco Fini col cipiglio alzato, ohibò, chiede conto al ministro Castelli, il quale diventa blu e batte più di un colpo. Una zingara in libertà?! Qui si mette sotto i piedi sia «il comune senso di giustizia del popolo», sia la Giustizia amministrata in nome dello stesso popolo, «qui si sta facendo del razzismo al contrario», addirittura. Allarme, come un sol uomo scatta il fior fiore dei leghisti doc. Calderoli dà di matto, urla al modo suo noto, «è un atto che grida vendetta a Dio», mentre il suo collega di partito, nonché eurodeputato, Salvini, si scaglia contro il magistrato che «ha sbagliato laurea». E c’è canea anche in tutta la destra, da FI ad An; si capisce, una zingara è una zingara.

Diamanta è libera, dunque, di tornare a chiedere l’elemosina in via dei Calzaiuoli e dintorni; e ancora una volta resta senza prova provata, ancora una volta, l’assioma (precipuamente leghista, ma non solo leghista) che gli zingari rubano i bambini.

Noi non sappiamo bene, oltre a non rubare bambini e a chiedere l’elemosina, che cosa facciano gli zingari. Ma sappiamo bene che, certamente, anche tra loro, come tra i ragionieri, i barbieri, i droghieri, gli avvocati e insomma tutti noi, italiani e non, ci sono gli onesti, i disonesti, i furbi, i figli di puttana, i ladri. Ed è ovviamente giusto, anzi normale, secondo legge, che chi commette un reato sia giudicato e punito.

Chi commette un reato. Non chi è zingaro.

Pur vero, talvolta i giudici possono sbagliare e una ordinanza può essere valutata e anche non condivisa. Quello che è però inaccettabile “sempre” è il riflesso condizionato, la sindrome di Pavlov che scatta, prima e comunque, davanti a un rom, un negro (si dice così, vero Calderoli?), un trans, un gay, un extracomunitario cosiddetto, peggio ancora davanti a un rumeno, uno slavo e, non voglia il cielo, un albanese (ricordate il caso di Erica e Omar, tanto per citare?).

Lo sappiamo bene, niente è più atroce e irrimediabile del rapimento di un bambino, una minaccia e un dolore così grandi da evocare per forza “mostri” oscuri e misteriosi, malvagi alieni, ai quali a volte è più semplice e persino consolatorio dare le fattezze di uno zingaro. Di uno “venuto da fuori”, lontano da noi.

Pulsioni dettate da paura e pregiudizio, pulsioni in gran parte regressive che qualcuno giustifica col bisogno di protezione e sicurezza sociale. Un bisogno certo legittimo, purché non all’insegna del Far West, la pallottola sempre in canna e le manette sempre pronte per l’ultimo immigrato o rom di turno.

Se un Codice è un Codice.