Il realismo magico di un mosaico in bianco e nero

Dire che un’opera di letteratura è utile rischia, nell’attuale senso comune, di passare per una definizione dimezzata, o meglio amputata del tratto di pienezza ed autosufficienza formale da cui appunto la letteratura viene legittimata: il medesimo senso comune, in questi casi, preferisce spendere gli aggettivi che più direttamente corrispondono alla sfera intellettuale e/o emotiva, vale a dire quelli relativi alla complessità e all’intensità. Certe volte, però, dire che un’opera letteraria è utile al lettore significa semplicemente che se ne sentiva la mancanza e dunque la necessità, un termine che forse redime il senso parziale o sfuocato degli altri possibili.
Questo è il caso di Le risorse umane (Feltrinelli, «Serie Bianca», pp. 223, euro 12), l’ultimo libro di Angelo Ferracuti che recupera e connette in forma circolare tredici reportage sul mondo del lavoro, qui-e-ora in Italia, usciti sulle riviste cui lo scrittore marchigiano, nato a Fermo nel 1960, collabora abitualmente, da «Diario della settimana» a «Nuovi Argomenti» e «Rassegna sindacale». Può colpire anche il fatto che un autore segnalatosi nel decennio scorso per alcuni testi di narrativa di singolare qualità e caratura stilistica (si vedano le raccolte di racconti Norvegia, Transeuropa 1993, e Nafta, ivi 1997, nonché i romanzi Attenti al cane, Guanda 1999, e Un poco di buono, Rizzoli 2002) torni al genere dell’inchiesta e della diretta testimonianza, quasi scorporandosi dell’inventiva e dell’immaginario per recuperare la purezza, si dica pure l’elementare povertà, da biancoenero neorealista.

Metafisica del pensiero unico

Le cose non stanno tuttavia così. Semmai è il senso della saturazione da fiction, la consapevolezza che il maggioritario mediatico ormai tende a distorcere e ad adulterare la realtà virandola nei colori più bugiardi e smaccati, spesso a contraffarla velenosamente, che induce lo scrittore a un gesto di svincolo ovvero a un’opzione primaria, tutt’altro che facile, la quale comporta innanzitutto una specie di tabula rasa percettiva: come chi, esausto di fissare il computer e saturo di quanto gli vomita addosso ogni giorno il televisore, scelga di guardare fuori dalla finestra e finalmente di uscire di casa. (Ciò, sia detto per inciso, accomuna la ricerca di Ferracuti al percorso di alcuni altri scrittori della generazione di mezzo, diversissimi da lui ma altrettanto impazienti degli standard narrativi costruiti su materiali mediatici, comunque di riporto e d’accatto, altrettanto vocati a una letteratura di testimonianza e riflessione sul presente, quali ad esempio Edoardo Albinati, Massimo Carlotto, Eraldo Affinati e Sebastiano Nata la cui opera prima, Il dipendente – Feltrinelli 1997 -, referto di un’anima persa nel microcosmo del «nuovo» lavoro, compreso l’ipersfruttamento e l’ontologica precarietà, costituì allora un bel segnale per tutti).
In una pagina di Le risorse umane Ferracuti cita non a caso il più volatile e impolitico degli scrittori, Robert Walser, per formulare paradossalmente la sua dichiarazione di poetica e anzi la sua scelta di campo: «Lo scrittore, in qualsiasi tempo e occasione, ha sempre ficcato dappertutto il suo naso avido e curioso, e non smette di annusare. (…) In questo, esattamente in questo, si ritiene che generalmente consista il compito più nobile di un solerte e coscienzioso scrittore. Tiene le narici costantemente aperte, è uno che fiuta e che annusa, e considera come un dovere il fatto di affinare fino alla massima perfezione le capacità sensoriali del suo naso». Sembrerebbe un elogio del talento istintivo, un ennesimo progetto minimalista (etichetta, quest’ultima, che ha letteralmente massacrato la generazione di Ferracuti) e invece tradisce l’esigenza di uno svincolo, la fisica necessità di smarcarsi, di rendersi autonomi nel vedere e nell’ascoltare, di sottrarsi infine al diluvio incessante del «Pensiero Unico» i cui postulati hanno ormai consistenza metafisica e comportano tutta una serie di stereotipi peraltro universalmente introiettati: la classe operaia non esiste più, la globalizzazione determina ovviamente flessibilità e precarietà, i diritti vengono riconosciuti solo in quanto coniugabili con il profitto, sviluppo e progresso sono sinonimi, la politica è gestione dell’economia e delle sue mere compatibilità ecc. ecc.: la sequenza normale e micidiale di eccetera che ben conosciamo, insomma le parole d’ordine di un quasi trentennale ciclo neoliberista.
Quello che non si vede, che è rimosso dall’agenda politica per essere consegnato al silenzio e all’insignificanza, appare tanto il referente quanto l’orizzonte d’attesa del libro di Ferracuti; in altri termini, consiste nella quota impressionante di lavoro vivo e vita viva, nuda humanitas, che l’attuale economia politica modella/consuma/espelle nella propria dinamica, fino all’annientamento, ritenendola puro plasma, un costo variabile nel listino, una merce tra le altre merci e una merce, beninteso, corvéable à merci.
«Degli operai non si sa più niente» dice la voce fuori campo che introduce al primo reportage di Le risorse umane, dedicato alle vedove e ai superstiti della peste da amianto di cui si continua a crepare dentro e fuori dai cantieri navali di Pordenone. Lì senti che la fabbrica oggi sta davvero fuori della fabbrica, che, per esondazione tanto di scorie materiali quanto di rapporti simbolici, ha completamente divorato la città, ne ha segnato duramente il destino e ogni possibile sopravvivenza («Anche fuori del cantiere c’è il cantiere»), ne ha cominciato a spegnere, con la morte bianca e il ricatto del silenzio, l’idea stessa di Polis; e lì, nel combinato disposto di arcaismo e postmodernità («pre» e «post» vi coabitano: migranti con la pelle scura nei loro reclusori di fortuna e filantropi isolati, disperati, come già un secolo prima nella Cittadella di Cronin) puoi sentire quanto è nuda la sofferenza che si esprime dal basso, strappandosi al ricordo muto, con poche espressioni laconiche e di estrema dignità. Sono voci di donne, per lo più, nemmeno di donne con trascorsi militanti, ma semplici casalinghe ed ex operaie accomunate dal sapere speciale che sempre si iscrive nella sofferenza corporea e nella forma della solidarietà primordiale, la vera e propria cognizione del dolore.

Morire d’amianto

Annota, al riguardo, l’autore: «Nelle facciate di quelle case c’è ancora il ricordo vivo della lotta di classe, e sembrano tutte uguali, una vicina all’altra nelle tristi periferie che immalinconiscono un posto di per sé poco allegro, coi cieli sempre grigi e i fumi dello stabilimento, guardato con sospetto da quanti a Grado, Opicina e Trieste fanno turismo, rinverdendo con lo stile liberty i fasti del fascino mitteleuropeo. Nelle foto d’epoca, il ‘panorama casa’ con le lunghe file di tetti spioventi non era molto diverso da quello di adesso. Le casette sono vicinissime al cantiere. Le polveri d’amianto, specie nei giorni di bora, si alzavano leggere viaggiando invisibili nell’aria, arrivando rapidamente dentro le abitazioni e nelle trachee delle persone. Ma nessuno lo sapeva».
Molti altri sono però gli scenari cui accede l’occhio-sonda di Ferracuti in un libro composto a mosaico che, proprio salvaguardando la libertà dello sguardo ed eludendo la fredda sistematicità del naturalismo, guadagna una sua sostanziale organicità. (In altri tempi, questo si sarebbe detto senza equivoci uno sguardo realista). E’ come se l’autore si proponesse ogni volta di ammutolire le idee ricevute, comprese le sue, per andare invece di persona a constatare e registrare sul campo.
Il libro è fatto di viaggi in treno, in macchina, l’ultimo persino in camion, mentre la geografia (che muta lentamente intorno e dentro chi la osserva, insieme col paesaggio) è parte costitutiva delle storie al presente, dà loro una precisa tridimensionalità, ne definisce il contesto in termini di clima, di colori e di acustica.
Ecco allora un campionario del Paese reale al lavoro, e non stupisce affatto che somigli a un panottico del dolore e del disagio esistenziale: un caso di molestia morale, cioè di mobbing, occorso a un suonatore di tromba dell’orchestra dell’Arena di Verona; la memoria del disastro di Marcinelle (agosto del ’56) che resiste e incrudisce in alcuni ex minatori pugliesi; la vita quotidiana di uno sportellista; il fine settimana dei lavoratori immigrati in una piccola città del centro Italia; l’aria che tira nel sindacato e la grande manifestazione a Roma del 23 marzo 2002; i cinesi a Prato; la nascita di una cooperativa gestita da disabili; la precarietà di chi fa, in seconda o terza fila, la vita dell’attore; un maestro e un camionista, entrambi incapaci di riconoscere un senso e un futuro al proprio mestiere; ma anche i pensieri terminali di un manager minato dal cancro che ricorda l’azienda nei modi, oggi vulgati, di una mistica e di un credo militare: «Un’altra cosa che colpisce, quando la si guarda dal di fuori, è che in azienda c’è sempre una specie di re, un imperatore, che può essere amato, odiato, rispettato o anche deriso: le aziende non sono affatto organismi democratici. La struttura del potere è chiarissima e trasparente: c’è un vertice, e poi le seconde, terze e quarte linee. La struttura è piramidale. Gli ordini sono come quelli di un esercito, non ci sono differenze tra un’azienda e le forze armate. Tranne quella che in azienda, almeno all’inizio, si cerca di ottenere un certo consenso. Soprattutto in quegli ambiti dove conta il valore aggiunto di una persona, e cioè i processi lavorativi non sono standardizzati. Più una persona si sente parte dell’azienda, e dunque aderisce alla mission, agli obiettivi, maggiore è la convenienza per l’azienda in termini di risultati tangibili. Mission. Missione. Il linguaggio non mente».
E’ ciò che l’autore ha dovuto sperimentare anche su di sé, come testimonia il bellissimo racconto autobiografico Poste a vita, che funge da baricentro di Le risorse umane e richiama direttamente il suo primo romanzo, Attenti al cane (il quale resta il solo tentativo, fra l’altro, di descrizione analitica del Distretto della Scarpa, reticolo capillare di piccole imprese marchigiane – un terzo degli addetti nel calzaturiero nazionale – su cui domina, sembra con dispotismo arcaico sia pure circonfuso di glamour, il detentore del marchio Tod’s e attuale proprietario della squadra di calcio della Fiorentina).
Tale è la vicenda di uno che fa il portalettere per quindici anni, diviene di colpo collaboratore dell’amministratore delegato delle appena privatizzate Poste, da Fermo va a lavorare a Roma, gira l’Italia costruendo progetti per l’immagine e le pubbliche relazioni, poi altrettanto di colpo viene mollato e dimenticato, al punto di ritrovarsi nel luogo di partenza e in un’anonima condizione impiegatizia: illusioni perdute, fatalità, scacco dovuto a un errore soggettivo oppure ad una imperscrutabile realtà oggettiva? In corpore vili, Ferracuti connette lo sguardo da sopra a sotto, e viceversa, per riconoscere che, se lasciata a se stessa e perciò non-compresa o non-governata, la logica omicida delle «risorse umane» si traduce volentieri in passività autolesionista e, almeno virtualmente, in deriva suicida. Perciò gli pare meglio la borsa del portalettere, il contatto diretto con le altre persone, piuttosto che una cella nell’alveare amministrato, un ufficio che sporge sul nulla.
Scrive: «Perché ho visto gente allegra o angosciata aprirmi la porta, e venirmi incontro dagli usci più incredibili esseri umani che ogni volta rinnovavano in me una nuova emozione. Cosa stavano facendo? Chi erano quelle persone? Immaginavo le loro storie, me le inventavo nella testa, facevo associazioni di idee incredibili. Conoscevo i padri, le madri, vedevo i figli nelle nuove case che si sposavano e mettevano al mondo altri figli. Gli appartamenti erano pieni di fotografie appese alle pareti, e io le osservavo. Ho seguito la vita di almeno una generazione consegnando telegrammi. Gente che nasceva e moriva, si sposava. (…) Fare questo lavoro mi ha permesso di avere per quindici anni un osservatorio privilegiato. Ho archiviato volti, luoghi, paesaggi, mestieri, automobili. Sono sicuro che anche il più introverso, il più cupo e impenetrabile dei portalettere, persino il più cinico, dopo un po’ diventa curioso come gli altri. E’ il mestiere che ti porta. Consegni lettere e raccogli chiacchiere. Specie in questa invisibile provincia dell’impero, di cui la mia città è forse l’avamposto più estremo».

I maestri in ombra

Qui il suo sguardo si fa acuminato, viene esonerato dalla pietà che gli impongono i suoi simili; e qui si avverte più esplicitamente il decorso della scrittura netta e lineare senza essere arida, scandita da brevi commessure strofiche, lavorata per via di togliere e mai di aggiungere, educata da alcuni maestri in ombra del nostro Novecento, che peraltro lo scrittore fermano ha sempre rivendicato: Luciano Bianciardi, Paolo Volponi, Lucio Mastronardi (l’autore di Il maestro di Vigevano, forse il critico più acre degli anni del boom economico e dei suoi miti) incluso un semicoetaneo di totale limpidezza stilistica come Claudio Piersanti (che chiama per l’appunto «uno scrittore pessimista dei nostri tempi»); ma si sente che pesa pure il cinema di Rossellini e di Pietro Germi, la cui eredità adesso si rinnova nella collaborazione con diversi fotografi (Ennio Brilli, Daniele Maurizi) e nel sodalizio con un grande maestro del fotoreportage, Mario Dondero, cui infatti Le risorse umane è espressamente dedicato, insieme con l’omaggio al «più anomalo repoter italiano e forse del mondo intero – così lo definisce -, una delle persone più miti della Terra». Di Dondero (che ha sempre sospettato l’estetismo come parassita seduttivo, in grado di stingere la forza pugnace di qualsiasi discorso) Angelo Ferracuti deve avere fatta sua la massima secondo cui le persone non gli interessano per scriverne o per fotografarle, ma gli interessano come collante delle relazioni umane, gli interessano perché esistono. E perché, nonostante tutto, esse provano a farlo.