Il racconto di una scelta

La ragazza del secolo scorso: sbaglierò – il successo del libro dice il contrario – ma non mi pare un titolo indovinato. Intanto, non di una ragazza si tratta, ma di una donna. E sappiamo da questo racconto di un io immerso nel mondo che non fu precoce in Rossana la consapevolezza del suo tempo tragico: «… presa più dal fragore della mente che da quello della guerra». Francamente, si fa fatica a pensare la giovane Rossanda come «una ragazza grigia». Mi sono chiesto: perché questa insistenza su una adolescenza, e in parte una giovinezza, non politica, prima di piantare tutto intero il proprio corpo in mezzo ai sentieri interrotti della propria epoca. E mi sono risposto così: tutto il racconto si propone di avvertire, noi e tutti, che c’è un’eccedenza della persona rispetto alla figura. La presenza pubblica non esaurisce la complessità umana. Anzi, questa entra spesso in un ombroso conflitto con quella. E quanto più si alza il livello dell’accadimento storico tanto più stride la forma della risposta intima. E l’insoddisfazione emerge forte sempre: o per non aver dato soggettivamente il necessario, o per la difficoltà delle condizioni oggettive, o per l’insipienza delle forze in campo. Circola per tutto il libro un’aura di dolorosa sproporzione tra ciò che si è e ciò che si fa. Una Stimmung del Novecento. E siamo sempre lì a cercare di capire se si è tentato troppo o se siamo stati noi ad essere troppo poco. Noi, voglio dire la parte entro il cui destino l’esistenza di Rossana Rossanda si è a un certo punto iscritta, con una sorta di decisione penultima. Molti fingono di non capire che il vero legame di ferro non era quello di un partito con uno Stato, ma quello di un singolo, una donna, un uomo, con una storia più grande.

Più del titolo dice la bella foto di copertina. Un’aria perplessa, uno sguardo diretto, due mani che reggono un volto. A suo modo, un’altra figurazione della «melanconia», questo prezioso moto dell’animo sensibile, che solo in questo senso è la stessa cosa del carisma: chi non lo possiede non se lo può dare. Abbondanti esempi di queste figurazioni – in genere un volto che poggia su una sola mano – Rossanda ci ha raccontato di aver visto in una recente mostra a Parigi, che, come tutte le cose che lei frequenta, non l’aveva soddisfatta.

Questo libro è il racconto di un grande amore andato a male. È il destino dei grandi amori. Solo le piccole vicende durano in eterno e in eterno si ripetono. Quello tra Rossanda e il Pci attraversa tutte le fasi: lo stato nascente dell’innamoramento, le prime frequentazioni entusiaste, le prime incomprensioni che rinsaldano il rapporto, l’illusione dell’identificazione, la scoperta del diverso nell’altro, le reciproche diffidenze, l’approfondirsi delle differenze, fino alla consapevolezza delle incompatibilità e alla soluzione della separazione. Il libro quasi ci vuole dire che questo esito era oscuramente contenuto negli inizi. Come poteva quella ragazza del secolo scorso diventare una donna nel Pci del Novecento? I frammenti di riservata saggezza cosparsi nella prima parte, sull’infanzia, sull’essere padre e madre e sorella, non fanno presagire il lieto fine. E non perché si trattasse di quei comunisti lì, ma perché quel tipo di sensibilità, formata nel gusto di interessi estetici, vocata ai misteri della cultura, affascinata dai risvolti dell’interiorità, non si componeva, sulla lunga durata, a dispetto della scelta razionale, con i duri aridi ripetitivi compiti della politica quotidiana. L’epoca, poi, aveva lasciato dietro di sé l’eccezionalità degli eventi per riprendere il passo normale dell’ordinaria amministrazione degli avvenimenti.

Eppure, in questo corpo a corpo con i fatti, mediato da una appartenenza di organizzazione, stupisce di trovare alcuni buchi di memoria o alcuni vuoti di presenza. Il `56 non risulta essere «l’anno indimenticabile», quello strappo dentro, quello shock di risveglio dal sonno dogmatico, che fu per molti di noi e per la gran parte della cultura dell’impegno. Nei primi anni sessanta, vivendo a Milano, non incontra l’operaismo, di cui per tutto il libro non c’è traccia, né di ricordi né di giudizi. Non perché quello fosse un evento, ma un passaggio di rottura, politico e sindacale, sì: le organizzazioni lo guardavano in un modo, lo si poteva guardare in altro modo. Non compare la scoperta lancinante, creativa, negli stessi anni, della cultura della crisi, del milieu mitteleuropeo, delle avanguardie artistiche primo-novecentesche, della sociologia critica, della fenomenologia. Ma questo stupisce di meno. Dei maestri del sospetto, Rossanda conosce Marx e Freud. Le manca Nietzsche. Vuole che le manchi.

Sul rapporto tra «la donna del secolo scorso» e il femminismo, soprattutto quello della differenza, ci sarebbe da aprire un discorso a parte. Rapporto di amore e odio, di appartenenza conflittuale, di attenzione molto, troppo, disincantata. È un terreno minato. Non mi ci avventuro. Non voglio saltare in aria.

Ho fatto fin qui queste considerazioni per sgombrare il campo da aspetti secondari e puntare quindi al cuore di tenebra del libro. La bellezza di questo racconto sta altrove. Ho letto sul Corriere della sera, a firma di una persona che finora reputavo intelligente, un intervento becero, che prendeva a pretesto il libro per insultare la persona. L’anticomunismo in assenza di comunismo, cioè il senso comune intellettuale oggi corrente, non sopporta che si parli del Pci senza accendere il rogo sotto i piedi delle donne e degli uomini che l’hanno frequentato. E non importa se la frequentazione sia stata ortodossa o eretica. Il peccato, la colpa, il delitto, rimangono. Se questo libro fosse stato scritto con il Pci ancora vivo, si può giurare che sarebbe stato molto più duro e lontano. Oggi Rossana, interpellata, ha risposto: con questo libro ho voluto difendere la memoria dei comunisti. Ecco perché, se le parti letterariamente più belle sono i ritratti delle persone, in cui Rossana è maestra, le pagine politicamente più significative sono i resoconti di vita del collettivo. «Era il partito pesante… una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra». Il soggetto di «un’immensa acculturazione», di massa. Alla sezione di Lambrate, ascoltando il relatore che passava di gradino in gradino, dal centro del mondo alla periferia di Milano, dall’informazione alla direttiva: «osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti…. Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche il mio». C’è la cognizione del dolore nella vita pubblica? Sì, c’è. Lo dice quella frase, a Comitato centrale della radiazione ormai concluso: «non eravamo più dei loro, dei nostri».

«Non si è comunisti di passaggio», scrive Rossana. E ricorda di Aldo Natoli, sempre in quel Comitato centrale: «Non c’è bisogno di una tessera per essere comunisti». C’è un filo che lega il libro, e il libro a una vita, e una vita alla storia. È vero che il racconto del privato si limita all’infanzia e all’adolescenza e, quando viene il passaggio sulla scena pubblica, il resto scompare. Ma proprio questo è il punto di problema. La ridicola formula «il personale è politico», che giustamente non compare in nessuna pagina, viene qui ritradotta, riarticolata, immersa in una vicenda altra, dura, grande e terribile. Appunto, il secolo scorso. Mi pare di capire fin nel profondo le parole e le pause e i silenzi delle arrabbiature di Rossana, di fronte alle obiezioni, soprattutto femminili, di chi dice: ma chi ve lo ha fatto fare? «Come far capire che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un’illusione, un abbaglio, come ebbe a dire qualche tempo fa una mia amica. Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai poco distinguibile da un’umana realtà» (pagina 213).

E raccomando di leggere le pagine 221-223. La contraddizione dell’essere donna e del fare politica. «Diffido dei saperi femminili». Eppure quando «non sono in gioco io sola – sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio….». E poi. Alcune notevoli donne, che s’erano date da fare per le altre, un bel momento decisero per il futuro di non fare più che per se stesse. «Una di esse se la prendeva con Simone Weil: ma chi glielo aveva fatto fare di immischiarsi, chi l’aveva chiamata? Fremetti di collera. E di dubbio. Chi aveva chiamato me, che non ero neanche Simone Weil? Nessuno… Ero infuriata….». Altre la rimproverano di aver sacrificato se stessa. «Sacrificata? Ma via. Di una stanza tutta per me non ho sentito la mancanza avendo per me il mondo e potendo perfino recederne. Mai ci si realizza come assieme agli altri… Mai si è meno sacrificati che in un collettivo che hai scelto e cui ti credi necessaria». Vedere a pagina 296: «Io ero diventata comunista nell’ottobre del 1943 quando mi scoprivo un fuscello nel precipitare del mondo». Una scelta di ragione. Non una teoria, per via dei libri che Banfi le mette in mano, ma una parte di sé che si mette per suo conto in moto. «Come sopportare che i più fra coloro che nascono non abbiano neanche la possibilità di pensare a chi sono, che faranno di sé, l’avventura umana bruciata in partenza? O c’è un Dio tremendo che ti mette alla prova e compensa nell’aldilà, o non si può accettare… per questo non avevo lasciato il Pci né nel 1948 né nel 1956. I comunisti erano i soli a negare l’inevitabilità del non umano».

«Non si può accettare»: questa rimane la ragione di fondo della scelta politica comunista. Nel Novecento nessun altro ha detto questo così nettamente. E non sarà il coro dei pentiti, dei transumananti, degli atei devoti, dei borghesi laici, dei padroni illuminati, a cancellare questa storia. Se il partito democratico sarà la nuova frontiera dell’«anticomunismo democratico», se lo facciano. Mobiliteranno un manipolo di intellettuali prodiani, ma non ri-motiveranno le ragioni di una sinistra di popolo. Qui sta la differenza tra una forza storica e una trovata politica. La prima sa liberarsi del passato per superare se stessa, sa spezzare la continuità per rivalutare una tradizione. La seconda sa solo fanciullescamente ricominciare da capo, per ritrovarsi ad essere niente.

Scrive Rossana: «Del resto il mio scacco come persona politica è totale soltanto da una ventina d’anni». Calcoliamo: da metà degli anni ottanta. Dunque lo scacco non fu la frattura di questa persona con il corpo del Pci. Perché, fuori, il gruppo del «manifesto», come leggiamo a chiusura del libro, non cadde nel nulla, cadde anzi in mezzo a un paese in movimento, tra rivolta giovanile e spallata operaia. La speranza era «di essere ponte tra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra». Lasciamo stare che non funzionò. Abbiamo imparato che non tutto quello che storicamente non ha funzionato era politicamente sbagliato. La verità è che la speranza di mettere insieme vecchia e nuova sinistra c’è stata finché c’è stato il Pci. È dopo che diventa disperazione. Oggi verifichiamo, fatti alla mano, che chiudere con il Pci ha voluto dire coerentemente chiudere con la sinistra. Magari non c’era questo disegno nelle intenzioni, ma i processi sono più forti dei disegni. E la politica che non controlla i processi, e non sa guidarli, non è politica, è amministrazione. E perché metà anni ottanta? Perché quel giorno che, massa di popolo, demmo l’Addio a Berlinguer, celebrammo il funerale del Pci. Il dopo era già iscritto in una storia che non stava più nelle nostre mani. Lo scacco è in tutto quello che si è tentato dopo: scaramucce di retroguardia, un insensato agitarsi a inseguire una cosiddetta modernizzazione o una improbabile rifondazione, più qualche grillo parlante – stiamo parlando di noi – a dire senza che nessuno ascoltasse.

Cara Rossana, non so se avrai voglia di continuare il racconto. Ho l’impressione che, in questo caso, dovresti tornare a partire da te. Da quegli anni, il mondo ci è riprecipitato dentro. Le cose migliori, in fondo, sono quelle che ci sono capitate in interiore. Ma, a quanto pare, solo a noi, che sul mondo non abbiamo allentato la presa dell’artiglio antagonista. E, ci fosse uno, un solo spiraglio, per ricominciare sul serio nella pratica a combatterlo questo mondo, un attimo di esitazione non ci passerebbe nemmeno per la testa.