Il punto che scotta

Caduta, come era prevedibile, l’uscita sulle irregolarità del voto, Silvio Berlusconi continua a tenere su di sé l’attenzione della stampa. A torto. Oggi il paese ha davanti una sola procedura da adempiere: il capo dello stato deve chiamare Prodi per affidargli l’incarico. Sia adesso sia fra un mese, sia Ciampi o sia un altro, non c’è altra scelta possibile. La supposta reticenza del Quirinale a prendere una decisione in fase di scadenza, non muta la decisione. Semplicemente la rinvia. E prolunga il governo di Berlusconi, sia pure nella non pienezza dei poteri di almeno un mese, ma potrebbe essere di più, quando urgerebbe metter fine alle incertezze e passare ai primi famosi cento giorni della sinistra. Rinviarli a petto di una finanziaria e le successive vacanze non è né brillante né del tutto innocuo. È curioso che la stampa sembri galleggiare fra banalità e gossip. Banale è stata l’uscita di Tremaglia. Banale, anche se indicativa del personaggio, è l’ultima proposta che Berlusconi ha mandato tramite il Corriere della sera alla banda di comunisti che fino a ieri deprecava: patteggiamo assieme un pacchetto essenziale di misure internazionali, interne, economiche, eccetera. Gossip aveva già sollevato ieri la proposta di D’Alema all’opposizione di incontrarsi sull’elezione del nuovo capo dello stato, solo incontro d’obbligo, perché lo si vota a maggioranza qualificata e se, come è probabile, non ci sarà accordo, attraverso più d’un defatigante passaggio. In Italia il presidente della repubblica non è eletto dai cittadini bensì dalle camere, ma (sia detto fra parentesi) non è una buona ragione che a un mese di distanza il paese nulla ne sappia e in nessun modo venga interpellato e tutto si decida in incontri di capigruppo e segreterie. Sta di fatto che si parla di tutto fuorché della sola cosa seria: quale Italia è uscita dalle elezioni, quale fisionomia concreta ha, quale giudizio ne diamo? Non numerico. I numeri sono chiari e denunciano il carattere malefico del maggioritario bipolare, perdipiù in vario modo manipolati, che fa sussultare chi creda ancora alla democrazia rappresentativa quando si contempli la distribuzione dei seggi alla Camera e al Senato. La spartizione dell’Italia in due blocchi quasi equivalenti, ma che se ne dividono diversamente le spoglie nelle coalizioni oscura una realtà politicamente assai più complessa, tagliando fuori interi pezzi di bisogni e di culture. La riduzione al bipolarismo a) oscura l’evidenza che il paese è almeno tripolare b)non rispetta la Costituzione legittimando nel centrodestra forze che in nessun altro paese europeo si ammetterebbero. Noi siamo un paese che più d’una scelta di fondo divide non sulla linea fra le due coalizioni. Lo divide la contraddizione sociale indotta dal neoliberismo, che unisce quasi tutta la destra a metà del centrosinistra, lo divide lo spirito della Costituzione, che è stato intaccato in diversi modi da tutte e due e renderà non così agevole il prossimo referendum, lo divide l’idea di laicità dello stato. Questioni che, oscurate dal voto, emergono di continuo come trasversalità grazie alle quali ne abbiamo viste negli ultimi anni di tutti i colori. Sul giudizio del paese del resto, mi lasciano perplessi anche le conclusioni di due stimati amici Pasquale Santomassimo sul nostro giornale e Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera. Il primo rimprovera a Prodi non solo e con ragione certe goffaggini e confusioni di linguaggio, ma il non essere andato incontro alla richiesta di diminuire le tasse. SEGUEA PAGINA 10
ROSSANA ROSSANDA/SEGUE DALLA PRIMA Ma non è questo il cardine di quel privatismo che Santomassimo deplora? Con che altro si pagano i servizi pubblici? Davvero ci si deve limitare al recupero dell’evasione o non si dovrebbe andare a qualche ragionevole forma di redistribuzione? Davvero la proprietà della casa è sacrosanta? Davvero ogni casa è abitata da chi la acquista? Davvero farebbe fuggire i capitali una scure fiscale sulle rendite, immobiliari e non? Quanto al cuneo fiscale, che meglio sarebbe stato chiamare detassazione del lavoro, non è neppur chiaro se quel che i lavoratori riceveranno in più in busta paga corrisponderà a qualche perdita in assistenza, previdenza, scuola e sanità. Dietro al problema delle tasse, sono in ballo davvero due idee di società, privatistica o solidale, uguagliante o disuguagliante. Analogamente non mi persuade che il blocco di centrodestra esprima una realtà finora semplicemente sotto traccia. Non è la stessa cosa votare Alcide De Gasperi o Silvio Berlusconi. Il primo ha messo un argine a destra, il secondo lo ha tolto. E questa non è una differenza da poco. D’altra parte, quando Giuseppe De Rita, il cui lavoro è sempre di grande interesse, osserva che Prodi non ha parlato al cuore profondo del profondo Nord, ha ragione. Una breve incursione nel medesimo mi ha fatto constatare come esso sia a sua volta diviso fra centri urbani e campagna. I primi più recettivi a qualche problematica progressista.Ma che sono le campagne del nord oggi? Non certo il sinonimo dei campi dai quali a sera rientra il contadino onusto di fatica. Sono il territorio di piccole imprese, il cui gene egoistico è più grosso quanto più piccole sono e nonché il luogo dove riparano sempre più gli abbienti dei centri urbani, in cerca di verde e di comuni fiscalmente meno esigenti. È ai bisogni di questi attori sociali che il centrosinistra doveva parlare? Doveva andare incontro agli umori della Lega? Già la sinistra, e non solo diessina, s’era troppo piegata sul cosiddetto malessere del nord e farebbe bene a interrogarsi perché non più di un anno fa s’era conquistata delle regioni oggi perdute. Converrebbe insomma dare i nomi alle cose, i volti alle persone, la vera natura ai bisogni. Per capirli. Non sempre per andarvi incontro.