Il «professore» ex guerrigliero

Il sociologo e matematico Álvaro García Linera è stato scelto a metà agosto come compagno di cordata da Evo Morales. Indossando i paramenti indigeni simbolo di prospetrità, il professore della Universidad Mayor San Andrés disse in quella occasione di avereraggiunto «in grande misura l’obiettivo che mi ero posto quando le sei federazioni cocaleras del Chapare mi invitatorno a essere il candidato alla vicepresidenza: unire i movimenti sociali in una sola alternativa elettorale». Si riferiva alle sue iniziative dirette a superare le divisioni tradizionali dei movimenti sociali e sindacali boliviani, iniziative a cui si deve il fatto che qualche settore, poco propenso ad accettare la leadership di Morales ha risposto positivamente alla proposta di creare un fronte elettorale. Fra gli altri, significativa l’adesione della Coordenadora del Agua, guidata da Oscar Olivera e protagonista della «guerra dell’acqua» del 2000; la federazione di campesinos addetti all’irrigazione della valli di Cochabamba; organizzazioni dell’oriente boliviano; cooperative di minatori e alcuni sindacati urbani. Garcia Linera aveva annunciato allora che si era anche riusciti «al 90%» a incorporare al fronte di sinistra la strategica Federación de Juntas Vecinales di El Alto, le combattive strutture di quartiere che nel giugno scorso avevano guidato le mobilitazioni e i blocchi stradali per esigere la nazionalizzazione degli idrocarburi.

Felipe Quispe (del Movimiento Indigena Pachakuti) y Jaime Solares (della Central Obrera Boliviana) hanno tuttavia respinto gli inviti unitari e andranno al voto con le proprie sigle.

«Siamo di fronte a una svolta storica – aveva motivato la sua decisione Garcia Linera -. Per la prima volta infatti possiamo ottenere quello che non fu possibile ottenere nel 1781 con Tupac Katari, quello che non fu possibile ottenere nel 1952 con la rivoluzione nazionalista né con le lotte degli anni 70 e 80: che un indigeno sia presidente della Bolivia. Mai più una Bolivia senza indios», aveva concluso il suo intervento nell’ex-cinema Tesla di La Paz. «Abbiamo davanti a noi la sfida che una boliviana vestita alla moda valga quanto una boliviana vestita con la gonna indigena, che le cravatte e i ponchos governino insieme, che non ci sia più discriminazione dovuta al colore della pelle o al cognome».

Il professor Garcia Linera aveva ricordato in quell’occasione che a causa del «suo impegno a fianco del movimento indigeno» in passato era finito in carcere. Nel 1990 aveva affiancato il leader aymara Felipe Quispe nella costruzione dell’ Ejército Guerrillero Túpac Katari (EGTK) gli era costato cinque anni di carcere. Fu in carcere dove approfittò per studiare sociologia. Oggi quegli anni di prigione sono la sua principale credenziale con i settori indigeni più reticenti di fronte ai k’aras (i bianchi), e allo stesso tempo sono divenuti il bersaglio su cui ha cominciato a sparare la destra, che lo accusa di essere un «ex-terrorista».

Negli ultimi anni «il dottor Garcia Linera», come lo chiama Evo Morales, è divenuto uno degli intellettuali più conosciuti della Bolivia, a partire dalla sua attività di analista politico alla televisione, dai suoi saggi e libri sui movimenti sociali boliviani.

Con la presenza di Garcia Linera nel ticket del Mas, questo partito – egemonico fra i campesinos – cerca di gettare dei ponti verso i ceti medi urbani restii a portare alla presidenza un indigeno senza titoli di studio, come Evo Morales.

Nello stesso tempo, con questa candidatura il Mas ha abbandonato l’idea iniziale di collocare al fianco di Morales un esponente di Santa Cruz per cercare di sedurre i cruceños lanciatissimi nelle loro velleità autonomistiche (e forse anche secessioniste). «Álvaro García è il Puente de las Américas», il più lungo di La Paz «verso la classe media urbana», aveva detto un militante entusiasta alla fine della cerimonia di presentazione. «Il binomio Evo Morales-García Linera è, per molti, l’incontro di un leader indigeno forgiato in anni di lotte sociali e di un accademico impegnato, nel tentativo di avviare la costruzione di una storia nazionale diversa da quella dei 180 anni dall’indipendenza», dice il giornalista Hugo Modis.

Con quest’accoppiata la sinistra boliviana si prepara alla madre di tutte le barraglie: riuscire a trasformare in voti la sua forza di mobilitazione nelle piazze. Per vincerla dovrà battere nelle urne una destra – che per ora ha due teste: il miliardario Samuel Doria Medina e l’ex presidente Jorge Quiroga – che conta su un’infinità di risorse e sull’appoggio di un’ambasciata Usa terrorizzata all’idea che il venezuelano Huco Chavez si conquisti un altro alleato nel cuore delle Ande.

I sondaggi – che però non toccano i campesinos – collocano Evo Morales fra i tre primi posti. «Siamo gli unici a poter garantire un’assemblea costituente che rifondi il paese e recuperi le risorse nazionali e i servizi pubblici. Oggi noi boliviani non siamo padroni dell’acqua che beviamo, della birra con cui brindiamo, della terra che pestiano – era stata l’emotiva econclusione del discorso di accettazione di Garcia Linera -. Dobbiamo avviare con allegria un cambio verso il recupero della speranza perché i miei alunni non continuino a pensare che l’unica salvezza sia andarsene dalla Bolivia».