«Il processo di Baghdad, un mostro giuridico»

Madrid Unico avvocato spagnolo dell’équipe che difendeva Saddam Hussein, Javier Saavedra Fernandez è noto per difendere membri del jet set internazionale come la Duchessa d’Alba o personaggi ambigui come Sergei Butorin, capo della mafia russa. In quest’intervista, condanna l’esecuzione dell’ex rais e spiega le ragioni per cui il processo, viziato da irregolarità, non ha alcuna legittimità.
Che opinione dà del modo in cui è stato giustiziato Saddam Hussein?
Non pensavamo che avrebbero eseguito la condanna a morte del presidente Saddam Hussein. Soprattutto, non credevamo che sarebbe stata applicata la pena di morte, un tipo di condanna assolutamente estraneo alla cultura e al diritto europei. Nessuno avrebbe voluto essere processato come è stato Saddam. Il 30 dicembre, giorno dell’esecuzione, è stato un giorno triste anche per l’Unione europea, che non ha potuto impedire l’impiccagione. Che cosa rimane dei propositi di coloro che hanno invaso l’Iraq, che volevano convertirlo in un paese libero e democratico?
Dal suo punto di vista, che tipo di irregolarità ci furono durante il processo?
Numerose. In primo luogo, è stato cambiato il giudice quando ci si è accorti che le opinioni del giudice scelto non erano in linea con quelle del governo. Inoltre, noi avvocati abbiamo dovuto sforzarci a livelli inverosimili per poter fare il nostro lavoro. Tre difensori di Saddam sono stati uccisi. Da parte sua, il presidente del tribunale ha respinto vari testimoni in modo ingiustificato. Non è stato garantito nessuno dei requisiti stabiliti dalla Corte di Strasburgo per i diritti umani o dalla legge penale internazionale. E, anche nel caso in cui Saddam fosse stato condannato al termine di un processo regolare con le prove e le garanzie necessarie, avrebbero dovuto condannarlo a una pena detentiva, non alla pena di morte.
Perché, secondo lei, è stato giustiziato con tanta fretta?
Credo che si sia agito in fretta perché il secondo processo sarebbe stato molto imbarazzante. La grande domanda del secondo processo sarebbe stata: chi ha fornito il gas per sterminare i kurdi? Senza contare che l’opinione pubblica europea avrebbe esercitato grandi pressioni per evitare l’esecuzione. Tutto è stato quindi fatto in modo rapido… Tanto per dire, il giorno precedente l’esecuzione, mi avevano detto che non lo avrebbero ucciso perché era la festa del sacrificio. Quando mi sono alzato, la mattina del 30 dicembre, ho poi saputo che lo avevano fatto. È stato molto triste vedere che, mentre Saddam moriva con dignità, i suoi boia applaudivano. Il minimo che bisognerebbe garantire a qualcuno che sta per morire è un po’ di rispetto.
È stato molto difficile per voi avvocati parlare con Saddam durante il processo?
L’ultima volta che l’ho visto è stata in novembre. Ma molte volte non ho potuto incontrarlo perché non si è trovato un accordo con il sistema di sicurezza americano che doveva garantirti la mia protezione una volta arrivato all’aeroporto di Baghdad. Per fortuna, l’ambasciatore spagnolo è venuto a cercarmi personalmente in più di un’occasione.
Ha qualche prova che il tribunale iracheno abbia subito pressioni dagli americani per ratificare la condanna a morte?
Non saprei, per quanto mi pare abbastanza improprio per un paese che si dice sovrano lasciare il detenuto nelle mani di un’altra potenza. Noi abbiamo chiesto a un certo punto che Saddam venisse processato da un Tribunale internazionale costituito da esperti arabi; il che avrebbe dato al processo un’altra legittimità. Spero che tutto quello che è successo serva almeno a sviluppare la consapevolezza che bisogna lottare contro la pena di morte.