Il problema numero uno

Gli Stati Uniti hanno preso militarmente l’Iraq, lo terranno militarmente da soli e stanno minacciando la Siria. E’ in crisi, sostengono Luciana Castellina e Valentino Parlato, la loro egemonia, intendendo, con Gramsci, la supremazia indiscussa nella coscienza dell’occidente, la dominazione soft che si augurava Oscar Nye e che, specie dopo l’11 settembre, fece dire agli europei «siamo tutti americani». Questo consenso è stato leso dall’aggressione all’Iraq, sancito dal no di Francia, Cina, Russia e quindi dal Consiglio di sicurezza. E’ vero. Ma crisi di egemonia non significa potenza in crisi. Gli Usa hanno potuto sfondare l’Iraq con l’aiuto di Blair ma ci sarebbero andati anche da soli, perché sono la sola superpotenza al mondo per mezzi e tecnologia militare, e se possono venir feriti come i «comuni mortali» dal mordi e fuggi del terrorismo, non possono esserne vinti, mentre possono vincere qualunque paese mettano nel mirino. La battuta del New York Times per cui ci sarebbero due superpotenze planetarie, gli Usa e l’opinione pubblica, è lusinghiera, ma cancella una fondamentale asimmetria: gli Usa detengono soldi e soldati, molteplici poteri a livello di stato e delle istituzioni mondiali nonché le leve e l’egemonia sul sistema economico. Il movimento della pace possiede la coscienza di milioni di uomini ma non ha voce nei luoghi delle decisioni, fuorché l’esile obiezione che ha incontrato da una parte della vecchia Europa.

Questo è il problema numero uno che ci sta davanti. E non ha precedenti nel Novecento. Non è vero che saremmo di fronte alla quarta guerra mondiale: le guerre mondiali si sono combattute tra almeno due potenze o coalizioni in grado di sfidarsi. Oggi di superpotenze ce n’è una sola, e si è data un gruppo dirigente e una new strategy che le consente di procedere come e quando vorrà, corrisponda al diritto internazionale oppure no. C’è qualcuno disposto a scommettere che gli Usa non attaccheranno né la Siria né l’Iran né la Corea del Nord? Quel che la squadra di Bush enuncia va preso sul serio. Non è un piano egemonico né razionale: a medio e lungo termine il loro intento di rimodellare il medioriente con la forza ne farà un vulcano. Ma nel breve termine chi li può fermare?

Che all’impresa irachena si siano opposti alcuni grandi stati che difficilmente possono essere definiti di sinistra, la dice lunga sulla vera crisi, che è quella di una opposizione internazionale dotata, se non di una pari potenza di dissuasione che è perfino difficile augurarsi, di una presenza cogente a livelli di stati e istituzioni mondiali. L’incapacità, anzi il rifiuto dell’Internazionale socialista di rappresentare un movimento politico e morale contro la guerra è sconcertante. La sinistra moderata italiana identifica i valori americani – ha ragione di dolersene Furio Colombo – nell’attuale presidenza Bush, mentre non c’è voce americana fuori dal coro dei Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice, Richard Perle, Paul Wolfowitz, che trovi ascolto in D’Alema, Amato, Rutelli.

Ed è debole l’opposizione democratica degli Usa davanti alla sfida del gruppo neoconservatore, cui metà della metà degli elettori ha affidato i poteri più imponenti del pianeta, mentre l’altra metà se ne disinteressava. Se, anche grazie alla condizione brezneviana dell’informazione che oggi corre negli States, Bush venisse rieletto? Se il distacco fra movimenti e politica resta quel che è, non ci sarà che da emigrare sulla luna. Sempre che nel frattempo i paesi minori dotati di atomiche non comincino a catapultarsele addosso con lo stesso furore con il quale gli angloamericani hanno sganciato sull’Iraq le loro bombe a frammentazione.