Il problema dell’Unione non è la lotta di leadership, ma il programma

“Una relazione bellissima. Montezemolo non ha nascosto nessuno dei problemi del paese, proponendo soluzioni forti”. Così Romano Prodi. “… una sollecitazione a dare impulso a una politica economica e industriale all’altezza dei problemi. Non mancavano proposte che indicano come sia possibile tornare a far crescere l’Italia”. Così Piero Fassino.

Sarebbe meglio che parlassimo di questo, e cioè delle distanze sempre più abissali tra la componente moderata del centrosinistra e Rifondazione Comunista, anziché delle alchimie politiciste che di volta in volta emergono nel centrosinistra. Sono due anni che si perde tempo. Almeno da quando Rifondazione Comunista ha deciso – giustamente – nell’estate 2003 che bisognava prioritariamente contribuire, assieme alle altre forze del centrosinistra, alla sconfitta di Berlusconi. Si è parlato di Fed, di Gad, di Unione, di primarie, di liste e listini, non si è ancora scritta una parola comune, sulle questioni di fondo, tra sinistra alternativa e sinistra moderata. Adesso si proseguirà ancora per mesi in questa estenuante discussione. E cioè: Prodi avrà o no una sua lista? Sarà lui il candidato o spunterà Veltroni? Rispunteranno le primarie? Una pena!

La verità è che l’opposizione in questi anni ha vissuto di rendita. L’unico collante è stato l’antiberlusconismo. E le vittorie elettorali rischiano di diventare la vittoria di Pirro se queste forze poi non saranno in grado di dimostrare che oltre ad essere unite contro qualcuno sono anche capaci di unirsi per fare qualcosa.

Era inevitabile. I nodi vengono al pettine.

La componente moderata dell’Unione – che non ha sostanziali divergenze programmatiche – ha un problema di assetto organizzativo: la Fed è l’anticamera di un partito politico (come auspicano Prodi e la maggioranza Ds) o, viceversa, i partiti che vi fanno parte sono destinati a mantenere la loro autonomia (come vorrebbero Margherita e sinistra Ds)? Questa è la contesa che si è sprigionata in questi giorni e che è stata esasperata da due esigenze contrapposte.

Da un lato Rutelli e la maggioranza della Margherita, che vedono nello sfaldamento del blocco sociale che ha sostenuto Berlusconi una occasione irripetibile per intercettarne una larga parte. Operazione che verrebbe preclusa qualora si costituisse un soggetto politico ad egemonia Ds. Dall’altro lato Prodi, che non intende governare senza guidare il partito più importante che sostiene il governo stesso. Ma, come giustamente è stato detto, i partiti non si inventano. Prodi dovrà farsene una ragione e dedicarsi al ruolo che è chiamato a svolgere in qualità di candidato della coalizione: verificare se ci sono le condizioni per costruire un programma condiviso tra tutte le forze che oggi si oppongono a Berlusconi. Questo è il tema che dobbiamo porre noi e più in generale la sinistra di alternativa.

Il vero problema dell’Unione non è lo scontro tra Prodi e Rutelli: sulle grandi scelte di politica estera e politica economica sono entrambi sulla stessa lunghezza d’onda ed è quindi più che probabile che alla fine trovino l’intesa. Il vero problema dell’Unione è la distanza profonda, confermata anche l’altroieri dalle valutazioni contrapposte sulla relazione di Montezemolo, che separa la Fed da Rifondazione Comunista e, più in generale, dalla sinistra di alternativa. Basta guardare alla politica estera, altro punto decisivo per un futuro governo, e al contrasto tra le tesi espresse da D’Alema (esportare la democrazia anche con l’uso della forza) e le nostre. Come si può costruire un programma comune di governo se si dicono cose così distanti sulla politica estera e sulle grandi scelte di politica economica?

Questa la questione che con coraggio e determinazione dobbiamo porre all’Unione e –contemporaneamente – discutere in modo trasparente nel paese. L’errore più grave che potremmo fare sarebbe quello di rimuovere questo problema, dando l’impressione al popolo della sinistra che le gravi divergenze che ci hanno diviso in passato siano superate. Io non sono di questa opinione. Devo prendere atto, purtroppo, per quello che leggo, che la leadership maggioritaria dell’Unione non intende operare alcuna cesura rispetto a scelte che noi abbiamo contrastato negli anni passati.

Mi chiedo come si faccia a non cogliere, da parte di tutti, la drammaticità di questo problema.

Da tempo continuiamo a sottolineare che non c’è solo il rischio di perdere la sfida con Berlusconi, presentandosi divisi alle elezioni. C’è anche il pericolo, forse ancora più grave, di vincere e dopo poco tempo, magari di fronte alla prima legge finanziaria o alla prima crisi internazionale, di non riuscire a stare assieme.

Che fare, dunque? Prima di tutto parlare di questo e lasciare perdere altre questioni procedurali (primarie o listini elettorali) che servono solo a farci perdere tempo prezioso. Parlare di contenuti, dandoci obiettivi massimi, ma prevedendo anche alcune subordinate. Se c’è l’intesa sul programma si può entrare nel governo, altrimenti vanno valutate tutte le altre possibilità che ci consentano comunque di unire le forze per cacciare Berlusconi. Ciò che decide, come sempre, a mio parere, sono i contenuti.

Per esempio, quali proposte per uscire dalla crisi economica? Insistere ancora sul costo del lavoro, sulla flessibilità, come è stato fatto in questi ultimi 25 anni, oppure cercare di dare nuovo slancio all’economia attraverso un aumento di salari e pensioni, recuperando risorse dalle rendite e dai profitti (gli utili delle imprese in Italia sono passati, tra il 2002 e il 2004, da 8 a 30 miliardi di euro!)? Insistere ancora su liberalizzazioni e privatizzazioni oppure mettere in campo, come è stato fatto in altri paesi europei, un forte intervento pubblico capace di orientare risorse in settori ritenuti strategici e in ricerca e formazione? Continuare a privatizzare il sistema previdenziale, consegnando anche il Tfr alle assicurazioni private, oppure rilanciarlo – invertendo la tendenza delle ultime controriforme – recuperando l’evasione contributiva, separando l’assistenza dalla previdenza e garantendo quindi a tutti una pensione che consenta di vivere la vecchiaia con tranquillità? Un analogo ragionamento potremmo farlo sugli altri grandi temi: il lavoro, la scuola, l’immigrazione, il Mezzogiorno, l’informazione, la democrazia, ecc.

Un discorso a parte deve essere invece fatto per la politica estera. Qui non c’è una via di mezzo. Siccome i nostri interlocutori – D’Alema, Fassino, Rutelli, ma anche Prodi – continuano a sostenere che la guerra in Kosovo fu giusta poiché si trattò di un “intervento umanitario” è bene far presente subito a loro e al paese che anche noi non abbiamo cambiato idea e che – quindi – non esistendo “guerre umanitarie”, qualora ne venissero fatte altre la nostra presenza nell’esecutivo cesserebbe automaticamente.

Queste ed altre questioni sono da porre sul tappeto subito all’interno dell’Unione suscitando nel paese -contemporaneamente- un dibattito diffuso e coinvolgente su: quale programma, quale unità, quale alternativa a Berlusconi.

Assieme a ciò sarebbe utile, poiché darebbe maggiore forza al nostro progetto, che la sinistra di alternativa (quella, per intenderci, che sostenne il referendum per l’estensione dell’art. 18) si dotasse di una proposta programmatica comune, lasciando fuori dalla porta qualsiasi discussione su assetti organizzativi. E non sarebbe male se iniziassimo ad evidenziare con forza che molte delle contraddizioni che stanno vivendo non solo Rifondazione Comunista, ma molte altre forze politiche di questo paese, sono determinate da questo abominevole sistema elettorale maggioritario. Un buon sistema elettorale proporzionale sul modello tedesco sarebbe stato e sarebbe tuttora più idoneo per il nostro paese. Varrebbe la pena, anche su questo, rilanciare con forza un grande iniziativa politica.