Il primo arabo ministro piace solo a Peretz

«Un ministro laburista ebreo, Ophir Pines-Paz, ha dato le dimissioni (dal governo Olmert) perché non voleva sedersi accanto ad Avigdor Lieberman mentre paradossalmente un laburista arabo si dice pronto a farlo». Il commento del settimanale arabo Fasl Maqal, organo ufficioso di Tajammo (Balad), il partito di Azmi Bishara, ha riassunto ieri il giudizio della minoranza palestinese (i cosiddetti «arabi israeliani», 1,5 milioni di persone) alla notizia, data giovedì con enfasi dai media locali, che quasi sessant’anni dopo la sua costituzione, lo Stato di Israele avrà tra i membri dell’esecutivo un arabo musulmano, Ghaleb Majadleh. Una nomina che è frutto d’una decisione presa dal ministro della difesa e leader laburista Amir Peretz e che ha suscitato le reazioni contrarie della destra, come il partito di Lieberman, Yisrael Beitenu, che ha lanciato l’allarme sulla «fine del sionismo»; dei partiti arabi che hanno denunciato una manovra politica volta solo a fare gli interessi di Peretz ma inutile per la minoranza palestinese; e raccolto l’indifferenza di altre forze politiche e di gran parte dell’opinione pubblica. Da parte sua Majadleh, che è designato al dicastero per le scienze e le tecnologie, ha detto di considerare l’incarico «un precedente storico e quindi un’occasione da non rifiutare».
Nel partito laburista la nomina di Majadleh, originario di uno dei comuni arabi più poveri della bassa Galilea, Baqa Al-Gharbiyeh, ha sollevato un polverone. Molti hanno visto in questa novità politica una cinica mossa di Peretz, volta a rafforzarlo in seno al partito, dove è fortemente contestato, in vista delle primarie di fine primavera. Con Majadleh nel governo, Peretz crede di poter recuperare consensi tra gli arabi con in tasca la tessera del Partito laburista, a scapito del suo principale avversario, l’ex premier Ehud Barak. «Non c’è dubbio – ha commentato il dimissionario Pines-Paz – che un arabo debba essere ministro ma la mossa di Majadleh è un nuovo record di cinismo e di sprezzo per l’intelligenza degli elettori». Peretz cerca di tamponare le falle e di ostacolare le manovre dietro le quinte del premier Olmert che, secondo indiscrezioni, lo vorrebbe sostituire con Barak che con il suo prestigioso passato militare potrebbe aiutarlo a recuperare il sostegno dell’opinione pubblica, perduto con la fallimentare offensiva della scorsa estate contro il Libano. Secondo un sondaggio, se si votasse oggi, il partito di destra Likud sarebbe il trionfatore, mentre Kadima, il partito di Olmert, affonderebbe: il Likud passerebbe dagli attuali 12 a 29 seggi in parlamento, mentre Kadima scenderebbe ad appena 12.
Gli esponenti politici palestinesi in Israele da parte loro si sono posti il problema delle conseguenze che la nomina di Majadleh avrà per le rivendicazioni della minoranza araba. E le previsioni sono tutte negative. «Qualcuno penserà, soprattutto all’estero, che questo paese ha fatto passi in avanti verso una democrazia piena e l’uguaglianza e invece questo incarico ministeriale affidato ad un arabo musulmano non ha nulla a che fare con l’eguaglianza, è solo una mossa per salvare la dirigenza di Peretz nel partito laburista. Gli arabi di Israele chiedono ben altro che queste operazioni di immagine, chiedono uguaglianza, risorse e riconoscimenti», ha spiegato al manifesto il deputato e leader di Hadash (comunisti) Mohammed Barakeh. I leader palestinesi in Israele procedono nella direzione opposta al paternalismo del laburista Peretz. Di recente il Comitato che coordina le autorità locali arabe, sotto la guida di Shawki Khatib, ha prodotto un importante documento che rappresenta quelli che sono i principi e gli obiettivi comuni a tutta la minoranza palestinese.
Dopo aver messo in evidenza che i palestinesi di Israele dal 1948 ad oggi hanno dovuto fare i conti con oppressione, discriminazioni e minori risorse rispetto alla maggioranza ebraica, il documento afferma che la minoranza araba ha mantenuto, nonostante ciò, la sua identità e la sua cultura e, pertanto, ora chiede con rinnovata forza di essere riconosciuta come una «minoranza nazionale» e che Israele da Stato ebraico diventi uno Stato per tutti i suoi cittadini.