Il Prc necessario ma non sufficiente

Svolta in progress Bertinotti: con Marx oltre Marx. Un percorso avviato già da due congressi. Ma la sfida vera inzia dopo il voto di aprile
«Necessario ma non sufficiente». Ovvero: il ruolo di un partito comunista rispetto a una sinistra non moderata del terzo millennio. Perché se c’è una cosa che Fausto Bertinotti non può permettersi è farsi recludere in cima alla torre da cui giocare con il simbolo della falce-e-martello e l’identità comunista che esprime. D’altra parte, non è nel simbolo che si riassume la svolta in progress bertinottiana. Anzi: la sconsacrazione delle icone viene al pari della loro glorificazione. «Sezione italiana della sinistra europea» è il perimetro entro cui Rifondazione comunista colloca la propria azione politica. Perimetro europeo della sinistra non solo comunista costruito nell’arco dell’ultimo triennio in collaborazione perlopiù con partiti comunisti ma anche di matrice affatto differente; perimetro italiano i cui confini in diversi punti si intersecano con quelli della sinistra riformista e del costituendo partito democratico. Operazione tutt’altro che scontata, complicata dalla volubilità a elastico dei riferimenti e delle relazioni: non ultima la tensione con la Cgil sulla manifestazione per la pace. Di questo processo Rifondazione si propone in qualche modo come motore. All’isegna di una delle dicotomie tipiche nel ragionamento del segretario del Prc: quelle secondo cui non c’è sinistra senza un partito comunista – alla cui semantica Bertinotti si rifiuta di abdicare, se non altro per ragioni di consumata pratica personale -, benché la sinistra non si esaurisca affatto in quel partito. Se è stato vero nell’ultimo terzo di Novecento in cui il pachidermico comunismo italiano ha inseguito la propria autoriforma, è vero a maggior ragione oggi che la riforma della politica è per lo più imposta dall’esterno dei gruppi dirigenti anziché promossa per loro inziativa (che forse è anche il limite di un’intera generazione). Per Bertinotti non è certo una novità. E’ una traccia che ha sovrinteso a tutto il suo principato su Rifondazione, anche quando c’è stato da difendere l’identità più tradizionale, prima con Cossutta e poi contro Cossutta. Ma bisogna ricordare che è dal ’98 che il segretario fissa il calendario della sua «vera rifondazione». Ed è nel corso degli ultimi due congressi che quell’architrave di ragionamento si è inspessito: sempre a cavallo tra partito e movimenti, lungo l’asse dell’autonomia di ciascuno e della democrazia come ricetta condivisa. Nel corso dello scorso finesettimana il leader del Prc ha quindi semplicemente approfondito un solco già tracciato. Non caso le parole pronunciate al centro congressi Frentani di Roma non sono dissimili da quelle udite al congresso di Venezia appena un anno fa. «Per il nuovo soggetto politico è fondamentale il rapporto con i movimenti, senza però tralasciare l’importanza delle radici», recita la dicotomia bertinottiana. Con Marx oltre Marx, sulla scia della pensiero critico degli anni Sessanta, per Bertinotti «non dobbiamo dimenticare Marx ma dobbiamo partire dalla critica marxista dell’economia per poi considerare la critica del produttivismo riscoprendo l’alienazione a cui ci ha portato la società capitalista». Dandosi quindi come orizzonte la «ricostruzione della società con al centro non il lavoro ma i lavoratori, cioè, le persone con le loro soggettività». La sinistra europea sarebbe lo strumento nuovo per farlo: il prodotto obbligatorio di quella «riforma della politica» che per Bertinotti funziona solo attraverso un rapporto tra dentro e fuori le sue forme organizzate. Rifondazione quindi non si scioglierà, rimarrà con il proprio simbolo e la propria identità comunista; ma di per sé non potrà mai essere esaustiva, non basta: questo è il punto forse maggiormente messo in rilievo domenica da Bertinotti. Ed è anche la sfida elettorale e post-elettorale del Prc: partito che ha deciso di giocare la sfida di governo sapendo che tutto può fare tranne che finalizzarsi a quella e che a giugno darà vita alla costituente della sinistra europea. Anche se di qui a giugno saranno in primo luogo le urne a demarcare confini e terre di mezzo tra il riformismo moderato e le sinistre.