Il pinochettismo non è morto

Giorni lunghissimi, dominati da una tv che ha seguito giorno e notte, minuto per minuto la morte (domenica) e il funerale di Pinochet (ieri) e che hanno riportato il Cile a un passato che non è stato possibile superare nei più di 30 trascorsi dal golpe del ’73.
La prima vera prova toccata alla presidente Michelle Bachelet non è stata buona per lei. La sua decisione di non concedere i funerali di stato non ha fatto altro che esacerbare i 100 mila cileni che si sono riversati nelle strade per piangere la morte del loro eroe e ieri mattina, durante il lungo, caldo e ostentato funerale preparato dall’esercito e dalla chiesa cattolica, la ministra della difesa, Viviane Blantot, unica rappresentante del governo alla cerimonia alla Scuola militare, è stata fischiata dai seguaci del regime. Oltre che fischiata, la Blantot è stata praticamente esclusa nel momento della messa in cui i fedeli si scambiano un segno di pace. Ma il peggio è stata l’arringa, fuori dal protocollo, di un nipote di Pinochet, Augusto III, vestito nell’uniforme dell’esercito, sulla lotta storica di suo nonno per sconfiggere il marxismo.
In genere tutti gli oratori si sono riferiti al morto come al «presidente della repubblica», una carica che il governo Bachelet non gli ha voluto riconoscere quando ha detto no ai funerali di stato. Anche il comandante in capo dell’esercito, generale Oscar Izurieta, ha traccheggiato nella sua orazione funebre fra il curriculum militare di Pinochet e le «circostanze» che gli erano toccate di vivere e che lo «obbligarono» al golpe prima e poi ad «accettare» la presidenza della repubblica da parte degli altri tre comandanti delle forze armate golpiste. Izurieta, che ha chiamato Pinochet «presidente della repubblica», ha menzionato di sfuggita le violazioni dei diritti umani e l’ha rimandato «al giudizio giusto» della Storia.
Il funerale di Pinochet è stato una prova di forza. Di fatto 80 mila persone, secondo le stime dei carabineros, ha atteso fino a 7 ore il suo turno per sfilare di fronte alla salma a piangere, svenire, baciare il vetro che la ricopriva, o sputarci sopra come ha fatto un giovane rimasto sconosciuto (poi i militari hanno provveduto a pulire il vetro dalla saliva): in ogni caso una prova di forza che non può lasciare indifferente il governo. Allo stesso tempo, la famiglia ha giocato al mistero, prima con il trasferimento della salma dall’Ospedale militare alla Scuola militare a notte fonda – per evitare incidenti con l’altro Cile che si è riversato anc’esso in strada per festeggiare la morte del dittatore – poi dopo le esequie con il trasporto della cassa in elicottero verso un cimitero dove doveva svolgersi la cremazione.
Durante le esequie, con le bandiere a mezz’asta, i discorsi erano interrotti da applausi ogni volta che l’oratore si riferiva al golpe del ’73, alla sua nomina a capo dell’esercito, alla sua auto-proclamazione a presidente della repubblica. Non una parola sulla riconciliazione, nessun accenno a una richiesta di perdono «per gli errori che può avere commesso e che solo dio potrà giudicare».
La chiesa cattolica non si è risparmiata negli omaggi al dittatore. Le cerimonie funebri e le messe si sono succedute fra domenica e lunedì, officiate dal cardinale arcivescovo Francisco Javier Errazuriz vestito con i colori della bandiera – veste bianca, stola blu, cappello rosso – e proseguite ieri mattina quando il volto del cadavere – che il rigore della morte aveva reso ancor più minaccioso che da vivo – è stato coperto dalla bandiera cilena e la cassa è stata trasportata nel patio Alpatacal della Scuola militare.
Ora il governo si trova di fronte a un quadro preoccupante. A questa provocazione chiara dell’esercito, della chiesa e della magistratura (intenzionata, quasi all’uanimità, all’archiviazione delle 400 cause contro di lui), il governo ha risposto finora in modo molto debole. Il presidente Bachelet ieri ha fatto issare la bandiera a tutt’asta sulla Moneda per marcare la differenza e il ministro degli interni Belisario Velasco ha avuto parole durissime contro Pinochet «il tipico dittatore di destra e violatore dei diritti umani». Ma è evidente che la morte e i funerali hanno mostrato che il pinochettismo non è morto con Pinochet e che il Cile non è uno solo ma, ancora, due.