Il piano non ferma i lavoratori turchi

Sacrifici. E’ la parola chiave del nuovo piano di risanamento economico presentato ieri dal ministro dell’economia turco, Kemal Dervis. Ed è una parola che ha molte declinazioni. Significa soprattutto un deciso taglio alla spesa pubblica. Ma anche un’accelerazione nella privatizzazione della compagnia dei telefoni e delle linee aeree. E ancora, il tentativo di risanamento bancario. Quest’ultimo è un obiettivo che – lo sottolineano in molti, in Turchia – potrebbe forse essere raggiunto con una seria inchiesta della magistratura sulla corruzione e la gestione “allegra” delle banche del paese. Per mettere in pratica questo piano di risanamento, il ministro ha confermato che sono necessari almeno 10-12 miliardi di dollari, cioè 20-25mila miliardi di lire. Soldi che il governo turco cercherà di ottenere forse già la prossima settimana in occasione dell’incontro del G7. Nel suo discorso, Dervis ha riconosciuto che la crisi economica sta avendo un impatto pesantissimo sulla popolazione: mezzo milione sono ormai i disoccupati, vittime di questo disastro finanziario. Ma Dervis ha anche confermato che, almeno per quest’anno e per tutto il 2002, i tempi saranno assai duri. Nel tentativo di imbonirsi lavoratori e sindacati, ha quindi dichiarato che “l’obiettivo del governo è quello di cercare di impedire ulteriori licenziamenti, perché per noi la dimensione sociale è estremamente importante”. Quanto agli sperperi del settore pubblico, il ministro ha confermato che le assunzioni saranno per il momento congelate.
Sottolineando che “il nostro obiettivo è quello di rimettere la Turchia sulla via della crescita economica”, Dervis ha anche ricordato che “la crescita è un processo a lungo termine. Non ci ritroveremo in una situazione migliore nel giro di tre mesi – ha aggiunto il ministro – e senza dubbio saranno necessari molti compromessi. La strada è dura e lunga – ha concluso Dervis – ma non c’è ragione di essere pessimisti”. Invece, l’ipotesi più accreditata è che quest’anno l’economia crollerà di almeno un altro 3%. Ottimismo improbabile anche quando si guarda ai livelli d’inflazione del passato recente e soprattutto del prossimo futuro: quest’anno l’indice toccherà il 52.5% ma, promette il ministro, entro la fine del 2002 scenderà al 20%. Quanto alla spesa pubblica, il ministro ha prospettato un taglio di almeno il 9% per quest’anno e ha annunciato che “per crescere economicamente la Turchia non può continuare ad avere grossi debiti esteri e tassi di interesse così elevati”. E’ in questo contesto che il ministro ha inserito la parte del discorso riguardante la necessità di riforma delle banche statali e di privatizzare quanto prima linee aeree, fabbriche di zucchero, raffinerie e la compagnia dei telefoni. Quanto al futuro della lira turca, Dervis ha detto di non avere in mente nessun obiettivo e di non voler fissare un valore, specialmente dopo l’enorme svalutazione causata dalla fluttuazione della moneta il mese scorso.
Mentre Dervis illustrava nella conferenza stampa di Ankara il suo piano di risanamento economico, le strade di decine di città turche (e kurde) si riempivano di gente. Ci dice da Ankara il portavoce della Emek Platformu (la piattaforma per il lavoro che riunisce quindici sindacati e che ieri ha presentato una lista di domande al governo e la sua visione della crisi e della sua possibile soluzione) Kaya Guvenc: “Nonostante il divieto a svolgere manifestazioni, sono scese in piazza ben più di centomila persone. A Istanbul ce n’erano oltre 40 mila, a Adana, Antep, migliaia. Non ci sono stati problemi da nessuna parte. I lavoratori hanno manifestato, come sempre in maniera pacifica anche se determinata, la loro contrarietà a questo piano che come andiamo dicendo dall’inizio della crisi ricadrà negativamente sulla popolazione turca. I tagli alla spesa pubblica – insiste Guvenc – sono la cartina di tornasole della ricetta del ministro Dervis per risanare l’economia del paese. Il ministro dice che bisogna stringere la borsa, ma i sacrifici continua a chiederli a chi già ne sta facendo e di enormi. I prezzi continuano ad aumentare, i disoccupati anche. Ma il governo – conclude Guvenc – continua a fare finta di non sentire e non vedere”.
Nei giorni scorsi, il premier Bulent Ecevit aveva fatto sapere a chi (tra i sindacati, i giornali e l’unione industriale) chiedeva le sue dimissioni. di non avere alcuna intenzione di mollare la poltrona. E ha aggiunto di non avere nemmeno intenzione di procedere a un rimpasto di governo. Gli slogan delle manifestazioni erano gli stessi in tutto il paese: “Fmi uguale disoccupazione e fame”, oppure “Fmi go home”. La Emek platformu, che riunisce un milione di lavoratori, ha ieri ribadito che se il governo vuole davvero uscire da questa crisi, prima o poi dovrà parlare con la gente, con i disoccupati, con i poveri. “Ma finora – dice il portavoce della piattaforma – il governo si è rifiutato di ascoltare le domande della gente e ha preferito rispondere mandando la polizia armata a sedare le proteste”. Nelle manifestazioni dei giorni scorsi, infatti, oltre duecento persone sono rimaste ferite e decine sono state fermate. “Il nostro lavoro – continua Guvenc – non si esaurisce certo nella crisi economica di questi mesi. Siamo riusciti a creare una piattaforma che i lavoratori sentono come il luogo in cui riunirsi e nel quale discutere e lanciare proposte”. Non c’è dubbio che i quindici sindacati che hanno dato vita alla piattaforma per il lavoro sono riusciti in qualche modo a riportare il sindacato vicino ai lavoratori. Un obiettivo non da poco, se si considera che in Turchia soltanto l’8% dei lavoratori è sindacalizzato.
Il piano del ministro dell’economia Dervis ora dovrà essere sottoposto al vaglio del parlamento che deciderà se approvarlo. Ma il premier Bulent Ecevit ha già fatto sapere che il suo partito (Dsp), così come i due partner di coalizione (Anap dell’ex premier Mesut Yilmaz e Mhp, cioè gli ultranazionalisti Lupi grigi), appoggerà il piano di risanamento.