Il pianeta Cina

Nota preliminare dell’autore

Ho attinto le informazioni di seguito allineate da viaggi, letture, incontri con imprenditori e amministratori sia cinesi che italiani. In particolare i viaggi – agosto 2007 e agosto 2008 – erano di accompagnamento, allora in qualità di assessore al lavoro della Provincia di Milano, a delegazioni di piccoli e medi industriali italiani che si proponevano di andare in Cina a produrre per il mercato cinese, non smobilitando però in Italia. Nel corso dei viaggi sono stati sottoscritti accordi con le amministrazioni di Dalian e Shanghai. Ho anche tratto spunto nella stesura di questo testo da articoli vari, in particolare di Domenico Losurdo, Sergio Ricaldone e del compianto Oscar Marchisio. Spero di non averne interpretato male i contenuti.

Decliniamo il tema “Perché comunisti” sul paese più grande e popolato del pianeta, governato da un partito comunista.

Ai fini del nostro ragionamento forse è bene, di questo paese, offrire una scheda d’insieme estremamente sintetica.

– La Cina è uno Stato-continente di 1miliardo e 300 milioni di abitanti. E’ il 22% della popolazione del mondo,ma dispone solo del 7% delle terre coltivabili dello stesso.

– La Cina è un paese grande dieci volte gli USA e duecento volte l’Inghilterra, confina con 14 paesi asiatici e ospita ben 56 etnie, una babele di lingue, il più delle volte non comunicanti nemmeno tra di loro, anche se la scrittura ideogrammatica fornisce un elemento culturale unificante. Si potrebbe dire “le Cine”, se non fosse che esiste chi opera per davvero per la divisione della Cina.

– La Cina per millenni è stata diretta da una monarchia imperiale, alla quale è seguito – e parliamo dei primi del 900 – il caos dei governi nazionalisti.

– La Cina nel secolo scorso è andata in ostaggio dei colonizzatori europei, poi fu tiranneggiata dalle cricche dei “signori della guerra”, per essere invasa nel 1936 dai giapponesi che si produssero in stermini di massa, come a Nanchino.

Il 1° ottobre del 1949, il partito comunista cinese (PCC), dopo aver sconfitto i nazionalisti del Kuomingtang, sostenuti dagli Stati Uniti e, paradossalmente, anche dai giapponesi, prende il potere. Da allora il PCC governa la Cina attraverso i 1300 membri della “Assemblea del popolo” che, a loro volta, eleggono il Presidente della Repubblica, il primo ministro e il Consiglio di Stato.

Non si dimentichi il dato fondamentale che offre la chiave di accesso al ragionamento che andremo a sviluppare. Quando il PCC, dopo la “Lunga marcia” – che ebbe un’influenza enorme per la Cina e, per tutti i popoli oppressi, rappresentò quel che la battaglia di Stalingrado significò per i popoli d’Europa – prese appunto il potere, si trovò a esercitarlo nel paese, immenso come detto, con il reddito pro-capite più basso del mondo. Allora, nella Cina devastata e saccheggiata dalle invasioni, si moriva a milioni di fame. E si continuò a morire anche negli anni 50, quando l’imperialismo che, ora come allora pontifica sui diritti umani, la strinse d’assedio – perché comunista – con un “embargo” criminale. Ma c’è una cosa che non si sa. La Cina in origine, non era affatto un paese povero. Nel 1820 infatti questo paese contribuiva per ben il 32% al prodotto interno lordo del mondo intero, quando l’Europa vi contribuiva per il 20,6%. In quel tempo, quasi due secoli fa, le speranze di vita dei cittadini cinesi erano pari a quelle dei cittadini inglesi. La povertà fu imposta (alla Cina) dall’Occidente con le cannoniere, con l’infame “guerra dell’oppio”, le umiliazioni, le stragi, le amputazioni territoriali.

Come l’Occidente, con la tratta degli schiavi e le occupazioni coloniali, ha bloccato il cammino dell’Africa per 500 anni e più, così lo stesso Occidente ha fatto regredire la Cina per 150 anni. La Cina poi alza la testa, si ribella, blocca il grande gelo, prepara il suo “grande balzo” che la porterà in soli sessant’anni, particolarmente nei secondi trent’anni – un attimo nella storia – da paese più povero del mondo a terza economia dello stesso. Due domande premono.

– Prima domanda: come è stato possibile? Proveremo a rispondere, tenendo altresì conto che l’artefice, l’ingegnere progettista del “grande balzo” è stato, e lo è tuttora, il Partito comunista.

– Seconda domanda che taluno si pone: ma quello cinese è ancora un partito comunista? Proveremo, in tutta modestia, a rispondere anche a questo.

Esaurite queste premesse andiamo a sviluppare il tema articolandolo in quattro punti:

1) Lo sviluppo presente e futuro del mercato cinese

2) La società cinese contemporanea

3) La mappa dei problemi e delle contraddizioni

4) La lunga marcia verso il socialismo

1. Lo sviluppo presente e futuro del mercato cinese

Nella storia della Cina c’è un anno chiave, è il 1978. La crescita economica del paese, il “grande balzo”, viene più volte annunciata negli anni precedenti – quelli della “prima generazione” dei dirigenti comunisti, come Mao e Zhou Enlai – ma di fatto decolla veramente con la “seconda generazione”, nel 1978 appunto, dopo quindi la morte di Mao, che avviene nel settembre del 1976.

In quell’anno chiave, il 1978, la terza Assemblea plenaria dell’XI Comitato centrale del PCC delibera l’impianto attuativo delle cosiddette “quattro modernizzazioni”: agricoltura, industria, difesa, scienze. Ogni periodo, in Cina, si accompagna con immagini pedagogiche: con Mao, ieri, erano “le tre discipline e le otto attenzioni”; con Hua Guofeng sono “gli otto onori e gli otto disonori”; con Deng, il Piccolo timoniere, erano appunto “le quattro modernizzazioni”. I principali interventi che ne discesero – il piano delle riforme attribuito correttamente a Deng Xiaoping, il leader della seconda generazione – possono essere condensati in:

– zone economiche speciali

– nuova Costituzione

– decentramento delle competenze alle province (quelle che in Italia sono le Regioni)

– collettivizzazione agricola

Deng, il progettista del balzo, ritorna così in scena, riabilitato, dopo l’emarginazione degli anni precedenti (dice Giovanni Arrighi che Deng con la rivoluzione mercantile salva la Cina dalla Rivoluzione culturale). Deng ritorna in scena senza clamori perché la Cina, anche quando modifica radicalmente il percorso, non procede mai a strappi violenti, non taglia rumorosamente con il passato, o almeno non lo fa figurare. Innova ma non cancella. E’ la trasformazione silenziosa che ha le sue radici profonde nella cultura millenaria del Tao.

Così nel 1978 si avvia quello che anni dopo il XIV Congresso del PCC, nel 1992, chiamerà il “socialismo di mercato”.

Comincia un’altra lunga marcia: quella per uscire dall’indigenza. Condotta con grande pragmatismo, per dirla proprio con Deng: “Prima riempire i granai, poi pensare alle formule”. Riempire i granai per dare da mangiare a un miliardo di donne e uomini. Gli interventi che da allora si sono succeduti con il carattere dello scambio “manodopera cinese che attrae tecnologia straniera”, vanno visti nel loro insieme, ma ce n’è uno che dà il senso al tutto, è il vero intervento-bandiera teso ad attrarre appunto investitori esteri in Cina attraverso il rammentato mutuo scambio: il profitto che ne deriva per loro (gli investitori stranieri) e i granai che cominciano a riempirsi per il popolo. L’apertura agli investitori stranieri avviene così, questo è l’intervento-bandiera, in tre mosse, accompagnate – anticipate o seguite – da tre leggi principali.

– La prima mossa è del 1979, ed è data dalle agevolazioni per le prime tre “zone economiche speciali”, tre province del Guandong – Shenshen, Zhunbai, Shanton – poi seguite dallo Xiamen nel 1980 e, nel 1988, dalle province di Gujan, Shandong, Liaodeng, Hebei. Nel 1990 sarà poi la volta del Pudong, la provincia di Shanghai.

– La seconda mossa è l’apertura, nel 1984, di 14 città “a porte aperte”, città costiere tra le quali Shanghai e Dalian, meta dei nostri viaggi. Shanghai città è una megalopoli di 22 milioni di abitanti per 100 chilometri di diametro. Dalian ha “solo” 6 milioni di abitanti.

– La terza mossa è la creazione di 16 zone di libero scambio, 32 zone di sviluppo tecnologico, 53 zone di sviluppo industriale.

Ora le tre leggi che rendono praticabili le tre mosse e quindi attivano l’apertura agevolata agli investitori europei.

– La prima è la legge delle società miste, che è del 1971 e quindi ancora con Mao vivente. Mao vedeva lontano ed è con Mao che nel 1972 (visita del presidente USA Richard Nixon) riprendono le relazioni diplomatiche con gli USA. Relazioni tormentate che oggi, con Barack Obama, possono riprendere dopo gli otto devastanti anni di George W. Bush.

– La seconda è quella delle barriere tariffarie che proteggono il mercato interno. Ma con l’ingresso della Cina nel WTO queste barriere vengono tolte e, da allora, anche la Cina con i suoi prodotti può accedere all’Occidente. Anche questo è uno scambio: “se mi fai entrare in casa tua a produrre al tuo basso costo del lavoro (così l’Occidente alla Cina) ti consento poi di uscire e vendere i tuoi prodotti in casa mia”. E’ sulla base di questo scambio che, nel 2005, viene cancellato anche il cosiddetto accordo “multifibre” che vincolava l’accesso dei prodotti tessili cinesi in Occidente. Sempre nel 2005 inizia però la crisi del settore tessile in Italia e non solo. Da allora la Cina è diventata il sarto del mondo (e anche l’officina manifatturiera).

– La terza è la svalutazione dello yuan all’inizio del periodo denghista per favorire appunto le esportazioni. Nel 2005 lo yuan veniva però rivalutato – resta sempre sottostimato comunque – per favorire le importazioni. Perché la Cina da allora guarda al mercato interno, ai consumi del suo popolo.

Dopo questi richiami, che sono poi le coordinate principali del “grande balzo”, è forse possibile rappresentarlo (il balzo) in due fasi distinte.

– Una prima fase, sempre a partire dal fatidico 1978, che vede la Cina aprirsi agli investitori esteri, agevolarli nelle “zone economiche speciali” e nelle “città a porte aperte”. La prima joint-venture con gli USA è del 1980. E’ la fase, arrivata fino a qualche anno fa, in cui si parla, ad esempio in Italia, del “pericolo giallo”, della Cina che ci invade, della Cina che ci copia (un piccolo riscontro curioso ma assolutamente fuori contesto: sin dai tempi di Confucio, in Cina, copiare alla perfezione è considerata un’arte non minore).

– Segue una seconda fase, nella quale tuttora ci troviamo: quella della Cina non più a rischio ma diventata opportunità, dove (gli occidentali) si corre in Cina, in un primo momento, solo per poi reimportare in Occidente prodotti (magari con il marchio “made in Italy”). E’ il periodo delle delocalizzazioni. Al quale momento si innesta il successivo, l’attuale, in cui si corre in Cina sì per produrre ma per il mercato cinese, perché la Cina, a differenza della Germania, grande esportatrice, il mercato ce l’ha in casa ed è immenso. E’il periodo, l’attuale, delle localizzazioni, e sono ben 1700 le imprese italiane operanti oggi in territorio cinese con questo obiettivo. La Cina da allora non ci copia più, anche perché – eccezion fatta per la moda e la Ferrari – abbiamo ben poco da farci copiare. E i quotidiani italiani oggi titolano: “Non si deve aver paura della Cina”. E’ girato il vento.

Se ora volessimo rappresentare la Cina come struttura economica e assetto proprietario potremmo dire, utilizzando il nostro alfabeto, che siamo davanti a un sistema di partecipazioni statali ma di enormi proporzioni (le partecipazioni statali, su scala ben più ridotta, segnarono, ai tempi, la fortuna dell’economia italiana e tuttora segnano la tenuta di quella francese e tedesca) e, insieme, siamo davanti a un grande “kombinat” di distretti e poli tecnologici.

Il turista frettoloso non si accorge che, quando ad esempio va a Xian a visitare (è imperdibile) l’armata di terracotta, si trova anche nel cuore della ricerca aviospaziale, non solo della Cina ma del mondo, con 36 università a supporto e un centro studi con 100.000 super ingegneri, cinesi e stranieri, all’opera. Xian, più che non Shanghai, come metafora della Cina: lo straordinario passato che migliaia di guerrieri ci ricordano, lo straordinario futuro che migliaia di ingegneri, i nuovi guerrieri, ci indicano. Siamo – abbiamo utilizzato un solo esempio – al salto di dimensione, in cui netti ci appaiono i caratteri del “grande balzo” che avanza processualmente. Non solo avanza, corre. Poi, dentro il processo, appaiono i limiti: lo scarto nello sviluppo tra la costa e l’interno, tra l’est e l’ovest; tra le realtà industriali e quelle rurali e le differenze sociali che andremo a considerare. Però, dati alla mano, si deve riconoscere che ovunque c’è sviluppo, solo che sono diverse le sue velocità. E questo è un limite non da poco, che però il PCC ha ben presente, visto che con il XVII Congresso della fine del 2007 e, quindi, prima che gli effetti in calo della domanda estera dovuti alla crisi finanziaria esplosa negli USA arrivassero anche in Cina, è stato impresso dal centro un rallentamento al treno dell’economia che rischiava di perdere i vagoni più lenti – gli strati sociali maggiormente esposti – con possibili ricadute in tensioni, che però non sono mancate. Il treno rallenta ma viaggia comunque a velocità sestupla rispetto ai più veloci treni dell’economia occidentale. La Cina è l’unica grande economia mondiale non andata in recessione e il suo PIL, alla fine del 2009, aumenterà del 7,9%. Rallenta ma aumenta. Un exploit.

Poniamoci ora una domanda, la risposta alla quale dovrebbe sgombrare il campo dai troppi malintesi che, in buona fede o meno, sono sospesi. La domanda è questa: con l’apertura ormai trentennale delle “zone economiche speciali” chi dirige per davvero l’economia cinese oggi? E’ il Partito-Stato? Sono i capitalisti occidentali? O è il mercato che si autoregolamenta? Nelle sinistre d’Occidente circolano appunto disinformazione e talvolta malafede, mentre gli imprenditori che vanno in Cina sanno benissimo come stanno le cose, lo si chieda al vecchio Romiti.

E come stanno veramente le cose? Esattamente così: la Cina è un grande sistema a economia mista controllato dallo Stato. Progetto industriale e controllo attuativo sempre pubblici (Stato centrale, con i suoi 140 enti, dall’energia alle assicurazioni, e province) solo la gestione può essere privata. Vediamo ora quanto pesa questa gestione privata nell’economia della Cina. I dati di riferimento del PIL cinese ci dicono che nel 2007 l’84% dello stesso è stato prodotto da 500 grandi imprese, delle quali poco meno di 400 sono statali o a partecipazione maggioritaria dello Stato, e poco più di 100, quindi, sono private. I dati però, per essere bene interpretati, non vanno solo misurati attraverso la conta numerica ma “pesati” con i punti del PIL. E questa operazione ci dice che le imprese private hanno contribuito, sempre nel 2007, alla costruzione dell’8% del PIL cinese, mentre per oltre il 90% vi hanno contribuito le imprese pubbliche. E sono le imprese pubbliche che conquistano l’estero: le miniere d’Australia, il petrolio iracheno, i grandi magazzini giapponesi. Se nel 2002 gli investimenti cinesi all’estero erano di 143 milioni di dollari, nel 2009 raggiungono gli 80 miliardi.

Sintesi: chi dirige l’economia? Questi riscontri ci dicono che è lo Stato che la dirige, senza alcun dubbio, e in Cina è il PCC che dirige lo Stato. In un rapporto dialettico centro-periferia – diciamo dialettico perché non è affatto tranquillo – spesso oggetto di contenziosi. E’ in ragione anche di questi rilievi che si può essere portati a convenire con Giovanni Arrighi – il suo “Adam Smith a Pechino” è veramente un aureo saggio – quando sostiene che la Cina è un laboratorio planetario in cui si sperimentano forme di mercato non capitalistiche, più che non con quanti danno la Cina per persa in modo definitivo per il socialismo.

E i cinesi che dicono? I cinesi, essi stessi, si considerano (citazione dal XVII Congresso) paese ancora in via di sviluppo e nella fase primordiale dell’edificazione del socialismo. Il socialismo verrà, i cinesi sono costruttori di fondamenta, non “costruttori di soffitte”.

Lasciamo ora da parte l’ideologia – che deve sempre fare da scenario – e proponiamoci invece di produrre un esercizio concreto di “controllo di gestione” della svolta denghista ponendoci tre domande:

– E’ uscita la Cina dalla povertà, perché è questo che conta?

– Hanno funzionato quindi le riforme di Deng?

– A che punto è il famoso “grande balzo”?

La Cina non è uscita completamente dalla povertà. Questa è la verità. Esistono ancora poveri estremi. Non sono più i 400-500 milioni di cinesi di sessant’anni fa che morivano di fame, ma restano ancora quasi 100 milioni di donne, uomini, bambini da sottrarre all’indigenza. Il punto di partenza allora era terribile, il punto di arrivo – il welfare per tutti i cinesi – oggi lo si vede, ma non è ancora stato conquistato. In corso d’opera c’è però uno sforzo gigantesco ravvisabile non tanto dalle esportazioni, che comunque sono esplose, quanto dalle importazioni, perché alla Cina, per recuperare quei quasi due secoli di gelo e “riempire i granai”, servono materie prime di cui non dispone a sufficienza in rapporto ai programmi. Ma esportare e, soprattutto, importare chiede un formidabile sforzo per tessere pacifiche relazioni commerciali con tutti i paesi del mondo, non scivolando nell’errore commesso (e imposto) dall’Unione Sovietica, pagato poi a caro prezzo, di chiudersi quasi esclusivamente nel Comecon pur sostenendo, con grande e generoso sacrificio, partiti e movimenti di lotta in tutto il mondo. Ma la Cina oggi, in questa gigantesca operazione di interscambio, è però frenata dall’accerchiamento energetico – il taglio dei vettoriamenti di olio combustibile, gas, elettricità – che tuttora è posto ai suoi confini. Accerchiamento che si è stretto negli otto anni della folle gestione Bush.

In ogni caso sono stati fatti passi da gigante. Solo per esempio, la Cina è il principale produttore mondiale di cellulari (nel febbraio 2007 i cellulari sono in possesso di mezzo miliardo di cinesi) e di semiconduttori per sistemi informatici, Produce il 70% dei DVD sul mercato mondiale, il 20% degli schermi dei pc, il 30% delle lavatrici e dei frigoriferi, il 40% dei condizionatori, il 40% degli schermi di televisori. Oggi la Cina, nel tessile, veste 2 miliardi di persone (oltre ai cinesi), produce il 70% delle scarpe del mondo. E’ il principale produttore mondiale di legname, zinco, antracite. E’ il primo produttore mondiale di riso, frumento, carne, pollame. E lasciamo sullo sfondo aviospazio e navalmeccanica.

Ma è il rapido esame delle importazioni che, come detto, ci offre la chiave di lettura di tutta la politica estera cinese, senza lo sviluppo della quale, ed è stato finora uno sviluppo davvero impressionante, non ci sarebbe nessun balzo, né grande né piccolo.

Sono tre i prodotti principali che la Cina oggi importa, pur disponendone ma non a sufficienza per reggere al ritmo impetuoso dello sviluppo programmato. E sono acciaio, cemento, petrolio.

Il “grande balzo” chiede, ad esempio, il 38% della produzione mondiale di acciaio. Spesso gli occidentali, a conoscenza di questa necessità vitale, vendono alla siderurgia cinese anche partite di rottami inquinati. E, per parlare della sensibilità degli operai siderurgici cinesi, quando lo Stato decide di privatizzare l’acciaieria di Henan (una Ilva di Taranto moltiplicata per cento), sono gli operai stessi che si ribellano e costringono lo Stato a fare un passo indietro. Non si fidano dei padroni, vogliono lo Stato.

Per quanto riguarda il cemento, la Cina importa il 55% di tutta la produzione mondiale.

Il nervo scoperto, non solo per la Cina, però è il petrolio, di cui il paese consuma già ora dai 5 ai 7 milioni di barili al giorno. La Cina dispone di pochi pozzi, tutti collocati all’ovest, nello Xiniang (provincia grande cinque volte l’Italia) che è la terra dell’etnia uigurica, il che spiega molte cose che sono successe e possono succedere.

Sintesi: la fuoruscita totale della Cina dalla povertà è legata, nel campo dei piani e dei progetti che il PCC si è dato, anche alla disponibilità di questi tre prodotti. Ma la loro disponibilità per la Cina, particolarmente in relazione al petrolio, può acuire, come vedremo, i problemi ambientali per il mondo intero che però, finora, nella ricerca del suo sviluppo (parlo ovviamente dell’Occidente capitalistico) non ha mai tenuto conto né di Cina né di India né del sub-continente americano. Anzi, l’Occidente ha scaricato off-shore tutte le produzioni nocive calpestando la salute dei popoli.

Ma questo è il capitalismo. E il socialismo?

Se l’industria è l’elemento propulsore dello sviluppo, quello che crea ricchezza, dà lavoro, incentiva i consumi, è il commercio con le sue reti distributive che fa capire molto di più del pensiero del popolo, dei suoi bisogni, della sua domanda. Ovunque, e così anche in Cina. La Cina, a tal proposito, non ha però commesso l’errore dell’Unione Sovietica che ha mantenuto i negozi di Stato fino al dettaglio. E a prezzi unificati, dalla Lituania alla Siberia. Ma si è presentato però il rovescio della medaglia quando in Cina il prezzo statale veniva sostituito con quello di mercato: esplodeva il panico con malesseri sociali e tumulti. E’ ancora lungo e carico di contraddizioni quindi il cammino verso la “società armoniosa”, per utilizzare terminologie confuciane.

Guardavamo prima ai dati del rapporto pubblico/privato per l’industria. Ebbene quei dati risultano più o meno rovesciati per la grande distribuzione che, quando si è aperta al mercato, ha visto l’ingresso prevalente dei colossi dell’Occidente: Carrefour il principale, Metro e Walmart seguono a ruota. In compenso la Cina compera la rete distributiva del Giappone. In questi grandi contenitori aperti dagli stranieri in Cina, gli italiani sono ospitati con loro specifici punti vendita. Molto attiva in Cina è Luxottica, con una propria apprezzata linea di occhiali di target alto. Mentre i grandi brand della moda – da Armani a Dolce&Gabbana a Trussardi – aprono negozi, ma ognuno corre per proprio conto, a Pechino e a Shanghai, e vendono ai cinesi a prezzi italiani. Il bello è che vendono per davvero, e anche questo fa capire che molte cose sono cambiate in Cina.

Sin qui abbiamo sommariamente rappresentato qualche aspetto della “macchina socialismo di mercato”. E’ una macchina che, con qualche guasto, funziona in ragione della spinta di tre motori: il lavoro, la ricerca, la formazione. C’è però un quarto fattore, frenante, ed è la corruzione. Le questioni che ora allineeremo sul lavoro, in Cina sono state verificate in tre grandi realtà che nei nostri viaggi abbiamo avuto l’opportunità di visitare, con altre minori. Le andiamo a esporre come testimonianze e non come verità.

Le tre realtà:

– La Dalian Trand, una sartoria con 6.800 dipendenti, con stilista italiano di scuola Armani, 5 milioni di abiti l’anno, mercato in Europa e un grande outlet a Dalian per i cinesi che possono comperare un abito maschile anche a 2000, o addirittura a 3000 euro. Lo stile italiano attrae.

– La più grande tintoria del mondo, a Shanghai. 11.000 dipendenti, dove si trattano anche tutti i tessuti della Lacoste. Una fabbrica servita da una centrale elettrica a carbone (e si sente) da 125 MW.

– La Baosteel di Shanghai, siderurgia e laminati d’acciaio, con 120.000 dipendenti, una immensa città-fabbrica fordista “combinata” con le miniere di carbone. Impressionante, come lo sono in Cina molte realtà poste al di fuori dei nostri metri di misura.

In queste realtà manifatturiere – dopo la legge sul lavoro del 2008, con cui i salari industriali sono stati aumentati del 18,7% – la retribuzione annua, per 46 ore alla settimana, varia dai 2500 euro delle sartine di Dalian ai 3500 euro del siderurgico provetto della Baosteel, che comunque sono pochi per vivere a Shanghai. In compenso, se facciamo riferimento al 1978, anno di decollo del “grande balzo”, i salari da allora sono aumentati, ovviamente a valori attualizzati, di ben novanta volte. In quel dato dei salari di trent’anni fa c’è anche la spiegazione del dato dei poveri estremi, che esistevano prima del 1949. Il lavoro in Cina, comunque, costa ancora poco, ma si ricordi che a 0,6-0,8 dollari l’ora, è stato questo basso costo il fattore calamita, l’esca, che ha attratto gli imprenditori italiani, che pagavano il lavoro italiano 13-14 dollari l’ora, o quelli tedeschi che lo pagavano 20. E questa attrazione ha permesso operazioni di scambio, del tipo: lavoro a basso costo contro acquisizione di conoscenze tecnologiche alte, la combinazione tra tecnologia estera e manodopera interna. E questa è la strada che ha consentito a mezzo miliardo di cinesi di uscire dalla povertà. Ce n’era un’altra?

Ora però che il costo del lavoro in Cina, con la legge del 2008, arriva al dollaro l’ora, sono loro, questi imprenditori stranieri, che (in Cina) protestano. Poi, se italiani, tornati in Italia, si atteggiano a portabandiera dei diritti umani che, in Cina o in Romania, calpestano. Non solo gli italiani. Nel 2008 sono stati 87.000 i casi di disordini in Cina nelle aziende straniere che rifiutavano il sindacato.

Il lavoro in Cina è però altre due cose.

E’ innanzitutto grande quantità disponibile. I soli operai cinesi dell’industria e dell’edilizia sono oggi 200 milioni, mentre la somma degli operai dell’OCSE, più India, Brasile, Indonesia, arriva a 178. E’ quantità. Ed è anche grande flessibilità. Oggi sono 100 milioni i “proletari vagabondi”, quelli che dalle zone rurali sono arrivati a Pechino per costruire le grandi opere delle Olimpiadi del 2008, o a Shanghai, per quelle dell’Expo 2010, e che ora tornano (e il governo li sta agevolando con un piano di incentivi) o si apprestano a tornare alla campagna.

E il problema, grande e irrisolto, che si presenta per gli amministratori è quello dei flussi, da e per, con conflitti molto serrati tra le province e il governo centrale.

Il secondo motore propulsivo è dato dai grandi investimenti intervenuti nel campo della ricerca. In questi anni è avvenuto appunto quel mutuo scambio tra Cina e Occidente secondo cui l’Occidente, fino a qualche decennio fa depositario assoluto delle conoscenze scientifiche in competizione solo con l’Unione Sovietica, oggi le elabora in Cina.Le colloca in Cina con qualche reticenza per le tecnologie “duali”, quelle di un uso civile che può essere convertito in uso militare. La Cina, dal canto suo, mette a disposizione della richiamata delocalizzazione dei grandi centri di ricerca dell’Occidente i propri laureati, ancora a basso costo e ad alta professionalità.

In questa operazione occidentale, di spostamento verso l’Asia dell’elaborazione dei saperi, è interessata anche l’Italia, ad esempio con il colosso STMicroelectronics (10.000 ricercatori tra Milano e Catania) che però apre in India, a Bangalore, un proprio centro di ricerca nel campo dei semiconduttori con 3.000 ingegneri indiani.

La Cina da tanto tempo progettava quello scambio oggi in corso, inviando i propri giovani a laurearsi in Occidente per poi, oggi, richiamarli in patria restituendo così al progetto del “grande balzo” le conoscenze acquisite negli USA – attualmente sono 80.000 i cinesi che studiano negli USA – in Inghilterra, in Francia o anche in Italia. Un esempio, il loro, di lungimiranza. In Italia invece si assiste al rovesciamento del percorso: giovani di casa nostra si laureano nei nostri Politecnici, talvolta eccellenti, ma poi trovano lavoro all’estero. Un esempio, il nostro, di miopia.

Si sappia che oggi sono 300 milioni i cinesi, tutti giovani o quasi, che studiano l’inglese.

I giovani laureati cinesi, poi rientrati, oggi operano fianco a fianco con ricercatori hi-tech americani, tedeschi, finlandesi, proprio perché in Cina IBM, Siemens, Nokia e molte altre realtà hanno spostato la ricerca. Ma la stessa operazione d’intreccio avviene nel campo dell’aviospazio, delle biotecnologie e della ricerca farmaceutica, ove è molto attivo il rapporto con la Roche, nella ricerca sul diabete, e con Pfizer, marchio conosciuto anche perché produce il famoso Viagra.

La forza della Cina risiede però nell’accostamento tra le linee di ricerca e la produzione manifatturiera. E’ la carta vincente che altri non possiedono. E’ questo l’affiancamento che non troviamo ancora, almeno a questo livello, in India dove pure guarda l’Occidente.

Nel frattempo il gambero Italia taglia la sua di ricerca.

Il terzo motore che spinge la macchina “socialismo di mercato” è la formazione. Oggi in Cina sono 20 milioni i giovani che frequentano le università, ai quali si affiancano, a decine di migliaia, gli studenti europei, africani, americani – sono 11.000 gli studenti USA in Cina – che vanno in Cina a studiare le materie scientifiche (con, si sappia, corsi di marxismo-leninismo obbligatori).

Per stare alla sola industria, ogni anno la Cina sforna dalle università 325.000 ingegneri tra civili, ferroviari, meccanici, elettrici, elettronici, chimici, tessili. Oggi però, a detta della stessa Accademia cinese delle scienze, ci sono anche 1,5 milioni di laureati in attesa di lavoro in ragione della contrazione della domanda in Occidente, con ricadute anche in Cina. Questo è un problema.

Ma per meglio capire quale sia lo scarto tra Italia e Cina in materia di formazione, prendiamo in considerazione la sola filiera del già citato tessile e, quindi, meccano-tessile, abbigliamento, moda, accessori, concerie, tintorie, pelletterie, scarpe, giocattoli. Questa filiera, malgrado abbia pagato un prezzo alto alla crisi, vede tuttora impiegate in Italia 800.000 persone. Ebbene, in questa filiera ogni anno vengono riversati dai 10 ai 15 ingegneri, di fatto c’è una sola facoltà attiva, mentre in Cina ogni anno sono 25.000 gli ingegneri tessili dei 325.000 sfornati dalle facoltà. Questo dato venne a raccontarcelo quattro anni fa, in Italia, Boxii Lai, allora ministro del commercio e ancor prima sindaco di Dalian. Seppur vada ovviamente considerato il rapporto tra le popolazioni che è più o meno di uno (l’Italia) a venti, resta pur sempre il fatto che il rapporto sugli ingegneri tessili è di uno a duemila circa. Anche in dati come questo risiede la spiegazione del perché il “dragone cinese” voli in avanti e il gambero italiano marci all’indietro.

Poi c’è la famosa sabbia gettata nei tre motori. Il guasto, il fattore frenante, che è dato dalla corruzione penetrata anche nei settori di punta del PCC, si pensi al clan “ipermigliorista” di Shanghai. Funzionari di altissimo livello che hanno interpretato l’invito di Deng rivolto al popolo “fa chai” (arricchitevi) come rivolto a sé stessi. Quello della corruzione del notabilato di partito non è comunque un problema recente, si pensi che una delle critiche principali, nel 1979, che la piazza Tienanmen avanzava era rivolta al cosiddetto “partito dei principini”, la critica ossia ai privilegi per i figli dei funzionari di partito. Critica fondata. Solo che in Cina chi ruba alla collettività, questi “craxiani gialli”, non vanno a sedersi in Parlamento coperti dall’immunità e nemmeno vanno in televisione a raccontare le loro gesta, come in Italia fanno i piduisti e i reduci di Tangentopoli, ma vanno altrove a lavorare, forzatamente, per il popolo che va risarcito. Comunque “quando si aprono le finestre entrano le mosche” (Deng), per dire che il malcostume non è stato debellato, anche se in Cina non ha assunto lo spessore preso in India. Per non parlare dell’Occidente e particolarmente dell’Italia, dove c’è una questione morale che grida nel silenzio di tutti, o quasi. Ma qui comanda il capitale.

2. La società cinese contemporanea

Una piccola premessa per meglio far capire l’escamotage dell’uso di un’immagine alla quale fra un attimo ricorreremo. Nella “società socialista di mercato” – intendendo per la stessa un mix di pianificazione di Stato e dinamiche capitaliste – avviene un vero rovesciamento dell’impianto maoista, che non è tanto l’apertura al capitale straniero ma è sul rapporto città-campagna. Già nel 1958 infatti Mao opera una netta distinzione fra agricoltori e non agricoltori bloccando la mobilità: chi aveva residenza rurale non poteva accedere alla città e viceversa. Anche quando negli anni 60 prende corpo il primo processo di industrializzazione – industria leggera, infrastrutture, costruzioni – l’utilizzo della manodopera dell’interno, quel primo flusso migratorio dalla campagna alla città, fu visto negativamente. Il mondo contadino – in sostanziale differenza con i processi in corso in Unione Sovietica, dai tempi della NEP (elettricità più soviet) all’industria pesante di guerra cui l’URSS di Stalin fu costretta per reggere a Hitler, sino alla sfida tecnologica con gli USA condotta sino all’inverosimile – era considerato il fulcro dell’edificazione del socialismo, tant’è vero che nel 1968 Mao promuove la grande iniziativa “dalla montagna alla campagna” in forza della quale, negli anni a seguire, ben 12 milioni di studenti cittadini furono mandati a rieducarsi dai contadini. Ovviamente l’iniziativa fu vista con favore dalle sinistre extraparlamentari occidentali che, ovviamente, si guardarono bene dall’andare, “loro”, a rieducarsi in fabbrica o nei campi. Curiosamente furono invece settori della Chiesa europea, francese e italiana in particolare, a interpretare, con il movimento interessantissimo dei preti operai, quel messaggio che arrivava da oriente. Chi invece interpretò il messaggio nel modo più nefasto furono i Khmer rossi che, in Cambogia, dopo aver rovesciato il regime americano di Lon Nol, dal 1975 avevano trasferito nelle comuni agricole tutti gli abitanti delle città, abolendo l’idea stessa di città e insediando un regime di terrore, spazzato via in poche settimane, nel 1970, dall’intervento dell’esercito vietnamita. Ma di quel particolare aspetto – la centralità del mondo contadino – che fu uno dei cardini della “Rivoluzione culturale”, parla un bel libro scritto da cinesi, “Il totem del lupo”, che narra la storia di un gruppo di studenti cittadini spediti in rieducazione presso un collettivo di pastori mongoli, a loro volta in conflitto con i contadini che, sospinti dal governo, “mangiavano” i pascoli estendendo le terre coltivate. Bisognava “riempire i granai” con tutte le contraddizioni che ciò comportava. Non è stato, e non è, quindi semplice il cammino della Cina per uscire dall’indigenza. L’analisi della società fa allora capire meglio le tappe del cammino. Immaginiamo pertanto la società cinese – è il ricorso all’escamotage – come un insieme di sfere sovrapposte, ogni sfera racchiude in sé i cittadini in rapporto al reddito. E collochiamo nel tempo l’immagine: il passato, il presente, il futuro. Il passato è il 1949 quando, dopo la guerra e dopo la vittoria sul Kuomingtang, il PCC prende il potere. Cosa trova la prima generazione di comunisti? Il presente è l’oggi, a sessant’anni da allora. Come è cambiata la società con la svolta impressa dalla seconda generazione di comunisti? Il futuro prossimo lo si colloca fra dieci anni. A che società mira per il 2020, la terza generazione di comunisti?

– Nel 1949 la società cinese è configurabile in due sfere: quella sottostante con 400 milioni di poveri estremi, una massa sterminata che muore di fame; quella sovrastante di operai e contadini poveri, 200 milioni, che possono contare solo su una ciotola di riso al giorno. I comunisti si trovano davanti questa società alla quale, priorità delle priorità, dar da mangiare.

– Oggi, primo decennio del terzo millennio, la società cinese è configurabile in tre sfere: quella sottostante, con ancora 100 milioni di poveri che non vanno oltre la ciotola di riso (però, riflettiamo, nel mondo i poveri aumentano, in Cina diminuiscono); una grande sfera centrale di un miliardo di persone che lavorano, studiano, mangiano, vivono dignitosamente, 300 milioni di loro hanno il cellulare e la televisione; infine una sfera sovrastante, questa è la novità intervenuta con la seconda metà del sessantennio considerato, la svolta denghista, con quasi 200 milioni di cinesi che vivono bene, tre milioni di loro possiedono l’automobile, 172 milioni utilizzano Internet e il dato si avvia a superare quello degli USA, e sono in condizione, questi 200 milioni, di vestire italiano per dare anche un segno esteriore al loro status.

– Come sarà la società cinese fra un decennio, e quindi domani? E’ il programma varato dal XVII Congresso del PCC che chiama, quella del futuro, la “società della media prosperità”, così il Segretario Hu Jintao, che potremmo configurare ancora con l’immagine delle sfere, che tornerebbero a due perché, fra solo dieci anni, dovrebbero sparire del tutto i poveri: nella sfera superiore mezzo miliardo di persone raggiungeranno i 200 milioni di cinesi che già ora vivono bene, e saranno così 700 milioni a vivere bene; nella sfera inferiore saliranno i poveri di oggi costituendo un insieme di operai, contadini, studenti che, in altri 700 milioni, vivranno meglio.

E nemmeno quello del 2020, e men che meno quello di oggi, è il socialismo. Sono i cinesi stessi ad affermarlo: è solo una tappa “verso”. E d’altra parte la lettura dei documenti congressuali come l’incontro con dirigenti e amministratori cinesi, fa percepire che c’è la consapevolezza che la strada imboccata nel 1978 trascini e ingeneri anche diseguaglianze e conflitti dovuti a un accesso ai consumi (le tre sfere di oggi) oggi ancora fortemente differenziato. Sta al gruppo dirigente del PCC correggere la rotta, controllare il processo di sviluppo che deve continuare, tenendo conto che sono loro, i comunisti, che parlano, e noi lo ripetiamo con loro per la seconda volta: la Cina è un paese “in via di sviluppo”, che si trova tuttora nella “fase primordiale dell’edificazione del socialismo”. E nella fase primordiale sono già diventati la terza potenza economica del pianeta, ma il cammino per conquistare la società dei “liberi ed eguali” è ancora molto, molto lungo.

3. La mappa delle contraddizioni

Il cammino è molto lungo e irto di difficoltà e contraddizioni. Nel 2004 l’agenzia Xinhua (Nuova Cina) affermava ad esempio che se è vero che il modello di sviluppo del paese è (citiamo) “idealisticamente accelerato dalla macchina Stato, ed è sbalorditivo in quanto a crescita e velocità, è altrettanto vero che tale straordinaria crescita sia stata inseguita a costo di grandi sacrifici in termini di cure mediche e protezione ambientale”. In effetti sono questi i due nervi scoperti: l’ambiente è il primo, perché particolarmente nelle zone industriali (la Cina costiera e non solo) il livello di inquinamento è altissimo; il sistema sanitario che non funziona è il secondo. La protezione non è adeguata e c’è chi – quei 100 milioni di poveri e anche settori del lavoro flessibile in movimento – non è in condizione di pagare la quota di accesso al servizio e ne chiede la gratuità.

Ma c’è un terzo nervo scoperto, collocato al centro dell’immane sforzo produttivo in atto: si tratta della sicurezza nelle condizioni di lavoro. Premettendo che le peggiori condizioni di lavoro esistono nelle fabbriche straniere in Cina – ne abbiamo avuto prova – torniamo a far riferimento all’industria estrattiva e quindi alle miniere e ai minatori. C’è una ragione: avendo la Cina, a sostegno dello sforzo che sta producendo, grande necessità di energia elettrica e non disponendo, come anticipato, sul proprio territorio di sufficienti fonti petrolifere per reggere alla produzione termica necessaria al balzo programmato, è costretta a ricorrere a due tipi di intervento. Il primo intervento riguarda il ricorso all’energia idroelettrica. In quel contesto il famoso impianto delle Tre Gole, se ha un’importanza vitale – ed è opera ingegneristicamente e geologicamente impressionante – presenta però contraddizioni fortissime in ricaduta climatica e sociale su grandi territori. Il secondo intervento riguarda la riapertura di vecchie e pericolose miniere di carbone per alimentare le centrali di produzione. I dati ufficiali parlano di 4.700 morti in queste miniere nel 2006. Una guerra. Oggi il minatore – sono cinque milioni – è diventato figura portante dell’economia cinese, più che non il siderurgico o il contadino. Usassimo il lessico sovietico, oggi il minatore sarebbe il “campione del socialismo”. Ma il campione paga un prezzo altissimo allo sviluppo del paese. Nell’opinione di chi scrive è questa – la sicurezza nelle miniere – la principale contraddizione del presente.

Ma già si annuncia la contraddizione del prossimo futuro che la Cina (e il PCC) incontrerà sulla strada imboccata della “società della media prosperità”. Questa società futura vedrà abolite – come il PCC si propone – le ancor grandi sacche di povertà, dovrà garantire un buon servizio sanitario per tutti (è il nodo che sta affrontando Obama negli Stati Uniti, che però non hanno vissuto certo le terribili vessazioni che ha subito la Cina per 150 anni), dovrà soprattutto consentire l’accesso ai consumi per la classe operaia. I consumi popolari possono costituire un formidabile ammortizzatore sociale. Ma, tra i consumi, uno può diventare tanto importante quanto devastante: è l’automobile. L’automobile, consumo di massa o meno, è e sarà la prova d’esame più importante del socialismo cinese. O, ancor più chiaramente, si affaccia sul pianeta Cina quel modello che ha originato il fordismo e ha ridisegnato la stessa forma-città in Occidente.

Come risponderà la Cina che cammina verso il socialismo? Oggi in Cina circolano 3 milioni di veicoli a quattro ruote, il dato è triplicato rispetto solo a dieci anni fa. 700.000 automobili sono le tedesche Volkswagen, tutti i taxi sono Volkswagen. Ma oggi si fa avanti anche la Fiat, che sottoscrive una joint venture con il governo cinese. Si sappia solo che se già l’accordo Fiat con gli USA porterà in Italia alla chiusura certa di Termini Imerese, quello Fiat-Pechino potrebbe portare alla chiusura probabile addirittura di Mirafiori. Ora, spero solo per esercitazione, dovessimo adottare per la Cina il rapporto auto/abitante dell’Occidente, o quello italiano dove circolano 32 milioni di autovetture (nel 1960 erano 6 milioni, poi arrivò la Seicento) si arriverebbe in Cina a 5-600 milioni di autovetture. Si configurerebbe così una situazione impossibile ambientalmente, per le emissioni, e impossibile anche spazialmente. Qui appare allora un bivio nel nostro ragionamento di anticapitalisti italiani che cercano di capire come si muovono i comunisti cinesi su ben altro scenario. Qual è il bivio? Questo: se la libertà capitalistica si riduce a poter scegliere fra dieci o venti modelli di automobile, purché sia un’automobile (e questa è una strada), dalla libertà socialista ci aspettiamo che la scelta sia tra modelli di mobilità in cui il modello alternativo all’auto inquinante sia rappresentato dall’auto pulita (elettrica oggi, a idrogeno domani), dal mezzo pubblico per le città, dal trasporto su ferro per le lunghe percorrenze. E questa è la strada alternativa. Il socialismo, sui consumi, faccia quel che il capitalismo ha scelto di non fare. Questo ci aspettiamo.

Come ci si sta muovendo in Cina? Chi scrive questo non l’ha capito ancora, anche se ne ha parlato a lungo con il compianto Oscar Marchisio, un’autorità in materia. Ha capito però che se oggi la Cina consuma dai 5 ai 7 milioni di barili di petrolio al giorno (un barile di petrolio greggio corrisponde a 159 litri) e dovesse aprirsi, anche prudentemente, al mercato dell’auto, già lo fa, arriverà a consumarne almeno il doppio e, quindi, dovrà ulteriormente importarne dai 6 agli 8 milioni. Altro che contraddizioni con ricadute ambientali e sociali! Qui, anche al di là delle emissioni, si entra nel campo esplosivo della guerra commerciale (già in corso, del resto) e della guerra vera (anch’essa già in corso nello scenario asiatico) attraverso le quali gli USA si provano a tagliare i vettori energetici – gasdotti, elettrodotti, oleodotti – da e per la Cina. L’uscita o meno da questa guerra è la prova del fuoco anche per l’amministrazione Obama. La vorrà Obama (la fuoruscita) e, se lo vorrà, gliela sarà consentita dalle transnazionali del petrolio, dalle banche onnipotenti, dall’industria bellica e dai “dottor Stranamore” che comandano le Forze Armate USA e non solo? In questo pericolosissimo contesto la Cina, il PCC e il governo, si muovono su due linee parallele in modo tanto audace quanto prudente. Parrebbe un ossimoro – l’audacia prudente – ma non lo è.

Nella prima linea comportamentale si vedono in azione le due compagnie energetiche di Stato – Petrochina e Sinopec (come vedete le grandi opzioni strategiche non vengono mai appaltate a nessun privato, men che meno straniero) – che, non solo stanno stoccando riserve di petrolio, ma addirittura stanno direttamente scalando le proprietà delle compagnie petrolifere russe e americane. I cinesi scalano le “Sette sorelle”! Pensate alla fine che è stata fatta fare al povero Enrico Mattei quando mezzo secolo fa cercò, sfiorando le Sette sorelle, di rendersi un poco autonomo dagli USA nell’approvvigionamento di petrolio! Il bello è che oggi i cinesi scalano le compagnie americane con i dollari americani che hanno accumulato.

Nella seconda linea comportamentale, quella che rende praticabile la prima, si vede la Cina contrastare gli americani che tentano di ridurre l’influenza che lo sviluppo della Cina ha su tutto il pianeta. Come? Solo pochissimi anni fa un acuto osservatore diceva, del governo Bush, che stava affannosamente ricercando in Asia un altro Bin Laden, dopo che il primo, storico socio d’affari della famiglia del Presidente, si era dileguato avendo completata la sua parte di lavoro sporco. E aggiungeva che un’alleanza rinnovata contro il “dragone cinese” tra gli USA e i fondamentalisti islamici era assolutamente nell’ordine delle cose, nella riproduzione della stessa alleanza che anni prima si saldò contro l’”orso russo” che, oltre tutto, fu (quella alleanza) la levatrice dei talebani. Ora però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi (talvolta) e gli USA oggi si trovano così a dipendere finanziariamente dalla Cina, che loro vorrebbero appunto accerchiare, ma che però, nel frattempo, ha accumulato una massa enorme di USA Bond, cioè dei buoni del tesoro che Bush (ma anche Clinton!) emetteva per finanziare la presenza dei marines americani sugli scenari delle guerre asiatiche. Erano i tempi in cui l’ambasciata cinese di Belgrado, durante la guerra per il Kosovo del 1999, viene “accidentalmente” bombardata.

Prima sintesi: gli USA oggi si trovano, paradossalmente, a chiedere prestiti alla Cina – Bush lo ha fatto per davvero, con un’incredibile “faccia di tolla” – per rendere più pesante l’accerchiamento americano alla Cina stessa. Ed è del tutto ovvio che la Cina non può, oltretutto con i suoi soldi, sostenere di fatto operazioni di guerra commerciale che le sono rivolte. E non può nemmeno azzerare il gigantesco debito USA, come invece si appresta a fare con 50 paesi africani. Obama deve così correre a Pechino per cercare di ridurre il danno non perdendo la faccia.

Seconda sintesi: al di là del giudizio che si può dare del modello di sviluppo cinese, non si può non riconoscere la genialità – l’ossimoro della prudente audacia – di una politica internazionale in cui oggi sono loro, i cinesi, che stanno accerchiando, imbrigliando, il loro assediante. Poi può succedere di tutto, soprattutto se la società cinese della “media prosperità” mette in discussione il tenore di vita dei ceti abbienti d’America.

4. La lunga marcia verso il socialismo

Se nei tre punti precedenti abbiamo provato a rispondere alla prima domanda del capitolo introduttivo, quella che più o meno si chiedeva come fosse stato possibile per la Cina diventare in poco più di mezzo secolo, da paese più povero del mondo, la terza economia del mondo stesso, in questo quarto punto proveremo a rispondere alla seconda domanda dell’introduzione, quella che si interroga sul Partito comunista cinese, se sia ancora comunista o sia diventato altro.

Allineeremo opinioni, non giudizi. Tenendo conto che è giusto osservare la Cina, ma tenendo altresì conto che la Cina, in reciprocità, osserva noi occidentali. Tra gli osservatori della Cina i più attenti sono gli imprenditori, quelli che – novelli cercatori d’oro – sono scappati anche dall’Italia inseguendo il lavoro laddove costava meno e non presentava vincoli sindacali, e che ora si ribellano all’apparire di una pallida legge sui contratti collettivi. Costoro non fanno una piega nel firmare accordi reciprocamente vantaggiosi con funzionari del PCC sotto un ritratto di Deng, in palazzi pubblici imbandierati di rosso. Osservatori sono ancora quelli che, ai tempi del libretto rosso, erano entusiasti al limite del fanatismo della “Rivoluzione culturale” – si ricordino certi cortei con enormi ritratti di Mao che sfilavano nelle città italiane – entusiasti di un socialismo, se tale era, in un paese ancora povero, più o meno atteggiandosi ancora (i maoisti di casa nostra) come certi cristiani – mutuo l’immagine da Domenico Losurdo – per i quali il permanere della miseria degli altri consente loro di manifestare perpetuamente la propria carità. E costoro, gli ex supersinistri ora integrati dalla rivoluzione passiva, emettono oggi sentenze inappellabili e sprezzanti.

Non tutti in verità: in un recente libro, “Il sarto di Ulm”, Lucio Magri, che pure fu un ammiratore del socialismo cinese negli anni 60, si esprime oggi in modo ragionante ed equilibrato. Come ancora alla Cina guardano oggi con curiosità e rispetto quanti all’opposto di Magri – che fu radiato con la Castellina dal PCI perché riteneva irriformabile il sistema sovietico – a quei tempi seguivano con interesse proprio il corso dell’Unione Sovietica, rifiutando di percepirne l’involuzione. E, con Magri, seguivano il corso di Cuba e del Vietnam. Sono molti oggi gli osservatori, ma pochi quelli che escono dalle banalità dei luoghi comuni: la Cina che ci copia, il che non è più vero; o la Cina che abbatte i prezzi, come fosse cosa disdicevole; la Cina ormai persa per il socialismo, il che è esattamente il contrario di quel che pensa, ad esempio, Fidel Castro che qualcosa rappresenta. Si sappia però che noi, osservatori di tutti i tipi, siamo anche osservati, perché i cinesi ascoltano tutte le nostre critiche, con la dolce pazienza che deriva dalla cultura millenaria del grande rispetto nelle relazioni interpersonali, ma si capisce, anche nella diplomazia ovattata delle loro risposte, che in sospeso c’è un quesito, che non ti rivolgono mai direttamente, non è nel loro stile, ma è questo: “Ma dimmi, tu che sentenzi e critichi, dimmi cosa hai mai contribuito tu, al tuo paese, in valore aggiunto, all’edificazione del socialismo”.

E’ necessario pertanto ragionare della Cina, studiarla – siamo davanti a un continente vasto e complesso – visitarla se è possibile, perché la Cina è la questione non solo di questo secolo. Siamo davanti a un fenomeno straordinario. Va solo respinto lo schieramento pregiudiziale e apodittico, è un non senso, ad esempio, parlare di essere a favore o contro, bisogna ragionare. Più ragionamento, meno schieramento, verrebbe da dire. E ci si interroghi. Ci sono domande pesanti in sospeso. Ci si domandi, ad esempio, se la crescita del mercato induca “necessariamente” a forme liberali permanenti in economia. Ci si domandi ancora se la crescita in corso dei consumi privati – l’auto, la televisione, il cellulare, il computer, l’accesso allo studio ecc. – debba condurre “per forza” a una nuova domanda di prodotto politico.

Detto meglio in due versioni più esplicite.

– La prima: ci può essere insomma un socialismo ricco e democratico o il socialismo deve essere per forza solo miserabile (e chi lo vuole un socialismo così)?

– La seconda: il percorso verso il socialismo in Cina porterà o meno a risolvere i problemi che il capitalismo alimenta?

La partita, almeno nell’opinione di chi scrive, è del tutto aperta, il percorso è a esito non dato e il PCC, con cento contraddizioni, prova a rispondere. In Occidente, in Italia, non ci prova nessuno, è questo che deve preoccupare: la questione abbandonata del socialismo in Occidente. E quella del socialismo in Italia, dove esisteva il più forte partito comunista dell’Europa occidentale e ora (l’Italia) è la macchia nera d’Europa con un governo in cui siedono fascisti e xenofobi. Non siamo un tribunale, siamo un problema. Riveste invece preoccupazioni minori, sempre nell’opinione di chi scrive, il quesito se sia estraneo o meno al marxismo il tollerare o addirittura agevolare aree di economia capitalistica come in Cina lo sono le “zone economiche speciali”. Sappiamo bene che non si risolvono i nodi a colpi di citazioni decontestualizzate, ma ce n’è una, non del Deng del 1978, ma di Mao del 1947 (poi Mao la ripeterà più volte) che vale la pena richiamare. Disse allora il Grande Timoniere: “Data l’arretratezza economica della Cina, anche dopo la vittoria della rivoluzione in tutto il paese sarà ancora necessario consentire per lungo periodo l’esistenza di un settore capitalistico dell’economia”.

Siamo tuttora nel campo del lungo periodo, nel senso che i grandi processi – Fidel Castro dall’Avana e Sarkozy da Parigi dicono che quella in corso in Cina è la più grande trasformazione mai vista negli ultimi mille anni – si misurano non in anni ma in decenni e secoli. E in questo campo lungo ci pare che la Cina faccia tesoro degli errori dell’Unione Sovietica. Errori che vanno da Kruscev (anni prima Stalin guardò con più interesse al Kuomingtang che non a Mao), ai lunghi anni della glaciazione brezneviana, in cui i comunisti sovietici rimasero bloccati dentro la concezione del “comunismo di guerra”, inteso come impulso alla sola grande industria pesante, piani quinquennali rigidi, negozi di Stato sino al dettaglio, collettivizzazione forzata dei kulaki. Poi i grandi meriti di una società che aveva spazzato via il feudalesimo e la reazione. L’URSS non uscì dalla gabbia nemmeno quando era possibile fuoruscirne. Ci provò blandamente Kossighin, ci provò anche Andropov, ma al gruppo dirigente sovietico sfuggiva l’esigenza processuale di stringere anche compromessi economici con il capitale, necessari in una fase di transizione lunga verso il socialismo.

Gorbaciov forza la mano, ma lo fa nel modo peggiore, e la mano non viene raccolta né dal PCUS né in Occidente. Viene invece aperta la strada per il brigante Eltsin per il colpo di grazia che cancella le speranze e i sacrifici della classe operaia russa. Ma era nei decenni precedenti che il compromesso, per vivere e avere un futuro, andava colto e praticato dall’URSS. Andava in buona sostanza ripreso il messaggio di Lenin e della NEP. E ascoltati Willy Brandt e Olof Palme. Quel messaggio invece viene raccolto dalla Cina e dalla sua rivoluzione, che lancia il proprio “grande balzo” un attimo prima (il 1978 appunto) che l’Unione Sovietica perda l’ultima sua occasione e regge (la Cina) al suo crollo. E si rilancia, controscatta, quando tutti pensavano che il capitalismo, con le carte Eltsin e Walesa, avesse cancellato definitivamente i percorsi aperti con la Rivoluzione d’ottobre, e quindi pensavano che, dopo il crollo del muro, si potesse completare indisturbata la svolta reazionaria avviata con Reagan, la Thatcher e Kohl.

Non sarà così. La Cina non si chiude dentro la Grande Muraglia, non si lascia accerchiare, apre agli investimenti esteri, se corrispondono al proprio programma. Commercia con il mondo intero, interessantissimo il suo rapporto con l’Africa, inaugurato da Zhou Enlai, e quindi con Mao, già negli anni 50, proseguito con la costruzione della ferrovia Tanzania-Zambia che è del 1969, definito oggi, con Wen Jiabao in una relazione “da popolo a popolo” e quindi attraverso la cancellazione del debito per 50 paesi africani, con un prestito di 10.000 miliardi di dollari e la costruzione in Africa di 50 scuole per formazione di docenti. Con il commercio pacifico, oggi un milione di cinesi lavorano in Africa, la Cina sottrae quegli spazi che gli USA cercano di mantenere con i marines.

Poi ci sono le critiche, i limiti, i pericoli. Ma almeno una cosa va riconosciuta: con la Cina in campo, e che opera a 360 gradi, sono cambiati radicalmente i rapporti di forza tra l’imperialismo atlantico e il resto del mondo. Anche da destra se ne prende atto. Con la Cina – azzardiamo una chiave di lettura da sinistra – si aggiornano e rimodellano le nozioni della NEP, accompagnate da una politica economica e finanziaria duttile tatticamente, ma ben salda e definita strategicamente. Una politica commercialmente aperta e militarmente non aggressiva, quasi si adottasse la tesi confuciana che sostiene che la vittoria militare più importante sia quella di quando si vince senza combattere.

Conclusione: nel 1997 – ce lo ricorda Sergio Ricaldone in un suo scritto (e del resto dagli scritti di Ricaldone ho attinto ampiamente in tutto l’articolo) – Brezdzinski, nel suo famoso libro “Il grande scacchiere”, che viene considerato il manifesto dell’imperialismo dopo la caduta del muro e la sconfitta dell’Unione Sovietica, accolti con festoso tripudio dalla sinistra spensierata di casa nostra, indicò con grande precisione e con l’arroganza del vincitore, le tappe che avrebbero successivamente consentito agli USA il controllo del mondo diventato unipolare. La destrutturazione della ex Jugoslavia, il solo paese che con Tito aveva provato un modello di socialismo non sovietico; la Russia tenuta sotto scacco con lo scudo spaziale; gli interventi militari permanenti in Afghanistan e Iraq; il fucile sempre puntato su Iran e Corea del Nord; la tragedia palestinese; l’accerchiamento della Cina attraverso la questione del Tibet e dello Xinjang, il taglio dei vettori energetici e gli eserciti sui confini. Era così tracciato il 2000 come l’avvio del secolo americano e “guai ai vinti”. Cancellato il socialismo e anche il sogno di Bandung.

Sono passati da allora poco più di dieci anni, solo dieci anni. Ed è possibile, anzi indispensabile tirare due righe di conto. Perché se il 2000 non si avvia a diventare il secolo americano il merito è certo del continente sub-americano, della nuova Russia, dell’India, ma soprattutto è gran merito della Cina popolare diretta dal Partito comunista. Però continuiamo a ragionare del loro “grande balzo” provando magari a produrre noi qualche piccolo salto.

(Gubbio 25-26-27 settembre 2009)