Il petrolio snobba la tregua

Può sembrare contraddittorio che nel giorno in cui il prezzo del petrolio – grazie alla tregua in Libano – scende di qualche centesimo, l’amministratore delegato dell’Eni fosse impegnato in un dibattito pubblico dal titolo non proprio benaugurante: «Quanta energia ci resta?». Eppure dobbiamo considerarlo normale.
Ieri, sulla piazza di New York. il greggio è tornato per qualche ora sotto i 73 dollari al barile, per poi risalire un po’. Del resto gli analisti più esperti avevano avvertito che l’effetto della crisi mediorientale sui prezzi non era da considerasi alto; quindi anche l’effetto opposto è stato piuttosto ridotto.
A Cortina d’Ampezzo, invece, Paolo Scaroni – presidente e a.d. del «cane a sei zampe» – è riuscito ad evitare il tema principale, ma non a fugare le preoccupazioni. Prima fra tutte quella per l’approvvigionamento di gas durante la prossima stagione invernale. «I consumi continuano a crescere, non solo in Italia, ma in tutta Europa e nel mondo»; anche se «la situazione politica in Ucraina si è chiarita», anche se l’Eni «sta facendo tutto il necessario», tipo «aumentare gli stoccaggi e la capacità di importazione», le forniture in arrivo potrebbero non essere sufficienti a coprire il fabbisogno. Una stilettata l’ha comunque riservata alla retorica della liberalizzazione: «non ha senso liberalizzare quando abbiamo solo due fornitori (Russia e Algeria, ndr) che tra l’altro parlano tra di loro» (allusione trasparente al recente accordo tra Gazprom e Sonatrach). Tanto più in assenza di rigassificatori, che costituirebbero l’unico accesso alternativo ai flussi di gas dall’estero.
Peccato che la domanda (quanta energia ci resta?) sia rimasta senza risposta, complici i tanti giornalisti presenti, più interessati alle notizie di breve momento (l’ipotesi – smentita – di fusione con l’Enel, il prezzo atteso sopra i 60 dollari per un anno almeno, ecc). Ma è noto che le compagnie petrolifere preferiscono «tranquillizzare» con un argomento ormai datato: le difficoltà di aumento della produzione di petrolio sarebbero dovute agli scarsi investimenti effettuati (dalle compagnie stesse!) durante gli anni in cui il prezzo del greggio era troppo basso. Sono alti già da un bel po’…
Ma alcuni investimenti attualmente in programma destano più preoccupazioni di quante non ne sciolgano. Il Senato Usa, due giorni fa, ha approvato l’estensione del permesso di perforazione in un’area del Golfo del Messico prima vietata. Si spera di tirarne fuori – in tutto – 1,2 miliardi di barili, l’equivalente di 50 giorni di consumi statunitensi.
Né si può dire che gli allarmi vengano solo da «catastrofisti» o dilettanti. Venerdì scorso l’International Energy Agency (l’agenzia dell’Ocse) ha diramato il suo consueto report in cui per un verso rassicura che il mondo può far fronte «per ora» alla perdita di un milione di barili al giorno che provenivano dal giacimento di Prudhoe Bay, nell’Alaska, e dalla Nigeria; per l’altro constata che la «capacità di produzione non utilizzata», ovvero il «cuscino di sicurezza per la continuità degli approvvigionamenti» globali, è di appena «2 milioni di barili al giorno». Se si tiene conto che i consumi attuali vaggiano intorno agli 84,8 milioni, mentre le stime per il prossimo anno sono attesi sugli 86,4, si vede facilmente che la distanza è proprio poca. Anche perché, viene sottolineato, al problema della quantità di greggio si somma quello della qualità (il petrolio Opec, per esempio, è in genere di tipo heavy, più complicato da raffinare, al punto che parecchi impianti – per esempio statunitensi – non sono attrezzati per farlo). La conclusione dell’Iea è indicativa: «tenuto conto del persistente deterioramento dei fondamentali dell’offerta, può sembrare sorprendente che i prezzi non siano più elevati».
Sui consumi globali pesa sempre di più anche la crescita cinese, che in solo in giugno ha fatto salire la domanda di greggio di ben 300mila tonnellate (1.800 milioni di barili), certo non compensati dai 250mila barili in meno degli Stati uniti, alle prese con un’economia che comincia a rallentare, o dagli stabili consumi europei. Forse per questo la rivista Business, citando però tra le cause anche un «calo delle riserve», dà per scontato che i prezzi arriveranno già quest’anno a sfondare la soglia degli 80 dollari al berile. E poi?