Il petrolio per finanziare lo sviluppo del Venezuela (intervista)

La visita di René Contreras in Italia si è trasformata in un tour per spiegare la situazione del paese durante il cosiddetto paro civico che ha paralizzato il paese per quasi due mesi. «No, niente sciopero, piuttosto un tentativo di golpe completo di sabotaggi», precisa l’imprenditore. Nello scorso novembre ha contribuito a fondare il movimento Clase media en positivo: professionisti, studenti, funzionari che sostengono il processo bolivariano «perché il governo non è solo sostenuto dai poveri e dagli emarginati, quelli che l’opposizione chiama lumpen». René Contreras ha, tra l’altro, titolo per parlare del settore petrolifero del suo paese: è presidente della società Prologs che offre servizi tecnici alla azienda petrolifera statale Pdvsa. Quali sono stati gli schieramenti durante la recente – peraltro non conclusa – crisi che ha visto al centro la Pdvsa e ha ridotto al lumicino le esportazioni di greggio?

Tutto il paese si è schierato, da una parte o dall’altra. L’opposizione aveva dalla sua figure professionali strategiche, dai comandanti delle navi ai tecnici, ai dirigenti e ai gestori dei trasporti verso i pozzi, i quali bloccavano oltretutto il tentativo di molti operai di andare a lavorare. I sabotaggi agli impianti sono stati numerosi, ecco una delle ragioni dei numerosi licenziamenti che ne sono seguiti. In compenso, ci hanno offerto aiuto tanti governi e lavoratori latinoamericani, l’esercito si è mobilitato, sono tornati in servizio diversi comandanti in pensione e il paese ne ha «importati» altri da Algeria e India.

La legge sugli idrocarburi ha contribuito a scatenare il tentativo di golpe dell’11 aprile?

Certo. La legge semplicemente applica il dettato della Costituzione, secondo cui il settore estrattivo venezuelano non può finire nelle mani di capitale straniero (invece le imprese venezuelane possono investire in tutte le attività collegate). La legge è stata presa di mira dai settori economici più «filostranieri» del mio paese e dalle multinazionali petrolifere statunitensi che vorrebbero controllarci direttamente. Va detto peraltro che nelle mani di queste ultime è il 10% dei pozzi del mio paese: anni fa la Pdvsa alienò diverse aree estrattive decretandole marginali. E va detto anche che siamo i quinti produttori mondiali di petrolio, e un milione di barili – due terzi delle nostre esportazioni – vanno negli Stati Uniti. A loro non piace la nostra posizione in seno all’Opec, che mira a rafforzare l’asse dei produttori e a garantire un prezzo giusto. Dietro il golpe c’erano quelle forze economiche. Ma quella volta la popolazione le ha sconfitte.

Quanto guadagna il Venezuela dal petrolio che esporta, lasciando da parte i fiumi di denaro rubati nei decenni scorsi da funzionari corrotti?

Molto meno di quel che potrebbe. se si considera il prezzo finale di vendita del petrolio, al produttore rimane il 10%, il 40% e’ assorbito dalle compagnie che lo lavorano (multinazionali) e il 50% se ne va in tasse. Il petrolio che esportiamo è greggio, andrebbe lavorato razionalmente. Il Venezuela pensa di costruire altre raffinerie, magari finanziate dalla vendita di quelle 20 che possediamo negli Stati Uniti, un altro frutto della passata gestione corrotta Pdvsa che pensò bene di acquisirle senza vedere che molte di essere erano o decotte oppure con impianti inadatti a trasformare il nostro tipo di petrolio. Così per farle funzionare – abbiamo là circa 25.000 distributori di benzina, marca Cidco – siamo costretti a comprare greggio: assurdo. Là lavorano decine di migliaia di persone, non venezuelani ma statunitensi o di altri paesi latinoamericani, e ci perdiamo somme favolose. Adesso l’obiettivo del mio paese è trasformare di più localmente, mantenere saldamente nello stato il controllo del settore. E anche esportare di più.

Il Venezuela ha una politica di razionalizzazione del consumo energetico interno?

Abbiamo piani di costruzione del sistema ferroviario finora inesistente, sono coinvolte compagnie francesi e cinesi.

Una particolarità del Venezuela è la politica del doppio prezzo di vendita del petrolio: «sconti solidali» per Cuba e per diversi paesi della zona del Caribe. Un’idea che potrebbe estendersi?

Auspichiamo di sì, sarebbe un modo per andare incontro ai compratori impoveriti e al tempo stesso mantenere il prezzo a un livello giusto. Anche quando uno degli altri produttori, la Colombia (il terzo è il Messico), si è tirata indietro dal progetto di solidarietà, noi abbiamo continuato, aggiungendo Cuba alla lista. Del resto, la politica internazionale del Venezuela è ispirata a questi criteri. Siamo contro le guerre per il petrolio – anche da noi ce n’è stata una durissima nei mesi scorsi! – contro la guerra all’Afghanistan, contro l’embargo e l’aggressione all’Iraq e in favore di un asse alternativo di paesi progressisti. Bene, dopo Venezuela, Cuba, Brasile ed Ecuador, spero che sarà l’Argentina a diventare una «repubblica bolivariana».