Il petrolio iracheno sotto controllo Usa

Occupato il paese, comincia la spartizione. Poche gocce di oro nero agli alleati più fedeli.

«Tutti i campi petroliferi iracheni sono ora sotto il controllo degli Stati uniti e dei loro alleati»: l’ha annunciato ieri, in un briefing a Doha, il generale Vincent Brooks. Egli ha precisato che le «forze alleate», dopo essersi «assicurate tutti i 1.000 pozzi petroliferi nell’Iraq meridionale, si sono impadronite della città settentrionale di Kirkuk, secondo centro petrolifero iracheno, dove vengono pompati fino a 900.000 barili di greggio al giorno». Solo uno dei pozzi nel nord è ancora in fiamme, ha aggiunto il generale, ma «risolveremo il problema appena possibile». A questo penserà la Kellog Brown & Root, unità della Halliburton (la società di cui Dick Cheney era direttore prima di diventare vicepresidente), la quale sta lavorando insieme al genio dell’esercito Usa per chiudere provvisoriamente i pozzi iracheni così che la pressione, aumentando, non li danneggi. Il fatto che la Kellog Brown & Root abbia ricevuto dal Pentagono, per mantenere in efficienza i pozzi iracheni, un contratto da 7 miliardi di dollari della durata di due anni, indica meglio di qualsiasi parola quali siano le intenzioni di Washington. Sotto il governatorato militare degli Stati uniti, con l’eventuale futuro avallo di un «governo» iracheno nominato da Washington, saranno le compagnie statunitensi a ottenere le più lucrose «concessioni» per lo sfruttamento dei pozzi iracheni e ad acquistare le infrastrutture petrolifere che verranno privatizzate a prezzi stracciati. Le grandi compagnie petrolifere statunitensi, e insieme a loro quelle britanniche, potranno così controllare le riserve petrolifere irachene, ammontanti a 112 miliardi di barili: le seconde del mondo dopo quelle saudite. Ad esse si aggiungono quelle scoperte negli ultimi anni nel deserto occidentale che, secondo la stessa Energy Information Administration (Eia) del governo statunitense, ammontano a circa 220 miliardi di barili. Le riserve complessive sono quindi, come minimo, di 332 miliardi di barili. Ciò significa che gli Stati uniti, occupando l’Iraq, hanno assunto il controllo delle maggiori riserve petrolifere del mondo.

Un petrolio doppiamente prezioso. Con una popolazione equivalente al 4,6% di quella mondiale, gli Usa consumano il 25,5% della produzione mondiale di greggio, ma, avendo riserve per appena 22 miliardi di barili, devono importare il 60 per cento di quello che consumano: hanno quindi bisogno sempre più di petrolio, ma deve essere un petrolio a basso costo perché l’economia statunitense possa restare competitiva. Allo stesso tempo gli Stati uniti potranno usare le riserve irachene per condizionare l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (Opec), da cui proviene il 47% delle loro importazioni, condizionando anche la Russia, il cui petrolio subirà la pesante concorrenza di quello iracheno, ed Europa e Giappone, che dipendono più degli Usa dal petrolio del Golfo nella misura del 30% e 81%.

C’è però un problema: allo stato attuale, sono le Nazioni unite responsabili della vendita del petrolio iracheno sui mercati internazionali, in base al programma «Oil for food» stabilito dal Consiglio di sicurezza, e una modifica di tale regime richiede una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, che Russia e Francia non hanno intenzione di far passare senza aver prima ricevuto garanzie su una loro compartecipazione allo sfruttamento del petrolio iracheno. Washington auspica un «coinvolgimento umanitario» delle Nazioni unite in Iraq, ma ha già detto chiaramente che il «ruolo centrale» spetta agli Stati uniti. Ha però bisogno che altri si addossino buona parte dei costi della ricostruzione del paese: si rivolge per questo al G-7, al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Ha bisogno allo stesso tempo che altri contribuiscano a mantenere «l’ordine pubblico» in una situazione che si preannuncia non certo facile, così che le forze statunitensi possano concentrarsi nel compito fondamentale di installare in Iraq proprie basi militari da usare nelle prossime guerre. Da qui l’invito che Washington rivolge ai più fedeli alleati «non belligeranti», a partire dall’Italia, perché mandino forze a presidiare il territorio iracheno. E’ comunque fuori discussione per Washington che, in ogni caso, saranno gli Stati uniti a svolgere in Iraq il ruolo politico, militare ed economico centrale. Gli alleati che avranno dato prova di fedeltà saranno generosamente ricompensati con qualche goccia di oro nero iracheno.