Il pericolo numero uno

Schierato in divisa da top gun sulla portaerei Lincoln il 1 maggio del 2003, George W. Bush, forte dei risultati della prima guerra di vendetta contro l’Afghanistan nel novembre 2001 in risposta all’attacco terrorista dell’11 setembre, era davvero sicuro quando annunciò al mondo: «Iraq, missione compiuta». I primi raid americani avevano colpito Baghdad il 19 marzo, poi l’attacco da terra, l’occupazione, la sceneggiata dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein. A tre anni da quelle prime bombe, il disastro iracheno di Bush che con quella guerra voleva attivare il nuovo «Grande Medio Oriente democratico» non ha bisogno di essere annunciato dai media. E’ stato lui stesso a dichiararlo agli americani nel discorso tenuto alla vigilia dell’anniversario dell’invasione dell’Iraq. «Potrei dirvi che in Iraq abbiamo risolto tutti i problemi», invece no «l’opera da svolgere resta impegnativa» e ci saranno ancora «momenti difficili», anche se «le violenze settarie» grazie agli sforzi politici non si sono trasformati in guerra civile, così, tanto per smentire il suo segretario alla difesa Donald Rumsfeld che il giorno prima aveva dichiarato che «a Baghdada è quasi guerra civile». Poi Bush ha «scoperto» quello che tutti prevedevano da tempo come portato della guerra all’Iraq: il rafforzamento, politico e militare, dell’Iran nell’area e la crescita della sua influenza in Iraq. Così ha attaccato l’Iran, accusandolo di essere dietro la fabbricazione di ordigni rudimentali usati dalla guerriglia irachena. «Alcune dei più potenti ordigni esplosivi che si vedono in Iraq includono componenti che vengono dall’Iran», ha accusato il presidente americano, come se fino a quel momento lui, il governo americano, lo stato maggiore statunitense e quello dei «volenterosi» che hanno seguito gli angloamericani nella sciagurata avventura, non avessero avuto sentore di quel che sul campo avveniva. Infine il presidente vede «segnali di autocontrollo e un futuro di speranza» in quanto è accaduto e sta accadendo in Iraq, dopo l’attentato del 22 febbraio contro un santuario sciita nella città sunnita di Samarra, nonostante le centinaia, forse migliaia, di vittime della nuova ondata di violenza, mentre leader politici e religiosi non si accordano, a tre mesi dalle elezioni politiche del 15 dicembre, sulla formazione d’un governo d’unità. Certo Bush ammette che la situazione «resta tesa», ma ribadisce che le unità americane lasceranno l’Iraq quando le forze di polizia e militari irachene saranno pronte a garantire la sicurezza del Paese. Vale a dire mai, visto che l’intelligence Usa ammette che nessuna brigata irachena è in grado di «fare da sé». Poi l’escalation sull’«esplosivo» iraniano che si chiama nucleare, con Tehran impegnata a difendere il suo «buon diritto» in Medio Oriente – vista la presenza delle atomiche isrealiane – ad attivare almeno il nucleare civile, e per questo subito sotto esame da parte dell’Aiea-Onu che, incapace di un compromesso e in assenza di ruolo dell’Unione europea, invia tutto al Consiglio di sicurezza dell’Onu già diviso però sull’imposizione di sanzioni, vista anche la rilevanza del petrolio iraniano. Mentre il segretario di stato Condoleezza Rice arriva a dire che «l’Iran è il pericolo numero uno» per gli Stati uniti, subito corretta dallo stesso Bush che rammenta che invece «il pericolo resta Al Qaeda, l’Iran e la Corea del Nord sono al secondo posto».

E infine lo svelamento della crisi israelo-palestinese, con l’affermazione di Hamas nelle ultime elezioni e la sconfitta di Al Fatah. A un anno e tre mesi dalla morte di Arafat, è il risultato della messa in un angolo della leadeship palestinese, l’evidenza delle ambiguità dell’Anp di fronte all’unilateralismo di Sharon che ha avviato, in aperto disprezzo perfino della timida Road map, il ritiro solo da Gaza. Confermando che in Cisgiordania resterà, occupando e rubando terre palestinesi con il Muro la cui costruzione continua, manterrà le grandi colonie «legali» sempre protette dall’esercito di Tel Aviv, estenderà il suo confine alla Valle del Giordano e annetterà defintivamente Gerusalemme est, manda a dire il neo-premier israeliano Olmert. Compromettendo così la necessaria continuità territoriale che può permettere l’esistenza dello Stato di Palestina. Ecco che il «Grande Medio Oriente democratico» diventa la realtà dei «Grandi Territori occupati», dalla Palestina all’Iraq. Dove, a tre mesi dalle esaltate elezioni del 15 dicembre 2005, è scontro sulla formazione di un nuovo governo di unità nazionale. Perché la guerra di Bush ha mirato a distruggere ogni forma della società sunnita per favorire la spartizione etnica e religiosa, tra curdi e sciiti, di quel che resta del paese iracheno, portando alla crescita proprio del ruolo dell’Iran. Che, di fatto, controlla il sud sciita e gangli vitali della «nuova» politica irachena, dai meccanismi repressivi del famigerato ministro degli interni Bayan Jabar del partito filo-iraniano Sciiri, alle altrettanto famigerate carceri. In un condominio sanguinoso tra occupanti angloamericani e presenza d’intelligence e militare degli iraniani. E’ anche per questo che Bush, adesso e ad ogni costo, vuole consolidare l’occupazione e vuole che nessuno dei «volenterosi» si ritiri dal baratro iracheno.

Ha scritto USAToday che la storia giudicherà, per l’attacco contro l’Iraq del 19 marzo 2003 e per le conseguenze a lungo termine della prima guerra dell’America del XXI Secolo», il presidente Bush. Che mantiene la «rotta di guerra» e ha chiesto, ottenendoli, 500miliardi di dollari per il bilancio del Pentagono, anche se il conflitto è durato molto più a lungo del previsto ed è costato molte più perdite del temuto. Ormai i militari alleati morti sono quasi più delle vittime dell’11 settembre: gli americani sono già quasi 2.600, gli alleati ben oltre 200. Del peso del conflitto sulla presidenza Bush sono convinti per primi gli americani, due terzi dei quali, secondo il recente sondaggio Gallupp per conto di Cnn/USAToday, pensano che il ricordo del presidente sarà collegato all’invasione dell’Iraq (uno su 5 alla guerra contro il terrorismo, uno su 10 alla risposta tardiva e inadeguata all’uragano Katrina). Lo approva solo il 36%, il minimo storico per la Casa bianca. E pensare che l’invasione dell’ Iraq, dopo la menzogna sulle armi di distruzione di massa, iniziò con un tripudio di consensi: allora 7 americani su 10 erano sicuri della vittoria. Adesso, quattro su dieci sono sicuri di perdere e sei su dieci pensano che le cose vanno male. La speranza è che la pace non sia solo un ravvedimento tardivo.