Il Pentagono contro il terrorismo «useremo l’atomica»

Il Pentagono si prepara a impiegare armi nucleari tattiche «contro il terrorismo». E non solo

Date in mano a un cieco bugiardo e avventurista una pistola carica. E avrete l’immagine esatta dell’amministrazione Bush in questo momento. Non paghi della figura fatta nel mondo (se ne ricorda ancora il «pentito» Colin Powell, spedito davanti al Consiglio di sicurezza Onu a giurare, con una boccettina in mano, che l’Iraq possedeva «armi di distruzione di massa»), gli Usa ridisegnano la dottrina del first strike nucleare per adattarla alla «guerra contro il terrorismo». E’ quanto previsto da un lungo documento «dottrinario» del Pentagono, pubblicato nei giorni scorsi nel sito della Global Security (http://www.globalsecurity.org/wmd/library/policy/dod/jp3_12fc2.pdf ) e reso noto al mondo dal Washington Post. Allo stato attuale il documento risulta firmato dal capo di stato maggiore dell’esercito, generale Richard Myers, in attesa dell’ok del ministro delle difesa, Donald Rumsfeld.

In parole povere (il testo è lungo 69 pagine), gli Stati uniti si riservano di impiegare «armi nucleari tattiche» in «azioni preventive» contro nemici che «progettino» di attaccare il Nordamerica. Sull’affidabilità del «giudizio preventivo» si sa già tutto. Quel che è poco noto riguarda proprio le «nanobombe atomiche», piccoli ordigni a «bassa potenza» (fino a 5 kiloton) di cui una legge Usa del 1994 vietava lo sviluppo, con la motivazione esplicita che «cancellavano la distinzione tra guerra nucleare e guerra nucleare». Una legge abolita nel maggio 2003 da un Senato in pieno trip bellicista (Bush aveva appena dichiarato «missione compiuta» in Iraq).

Sul piano militare e tecnologico, dunque, non si tratta di una novità assoluta. Il «nuovo» sta nella dichiarata intenzione di farne uso in teatri di guerra convenzionali e contro nemici dall’identità incerta. Le «nanobombe», infatti, sono concepite come ordigni «ad alta penetrazione» nel terreno, ideali per colpire bunker sotterranei. Dove, però, sono in genere situati i «centri di comando» di paesi con qualche disponibilità economica e tecnologica, non certo «gruppi terroristici» dalla logistica evanescente. Non a caso la pubblicazione del testo applicativo della nuova dottrina (detta delle «operazioni nucleari congiunte», intendendo con questo un mix di operazioni nucleari e non) ha fatto immediatamente scattare la ricerca sui possibili obiettivi di queste armi. E tutti hanno pensato non a gruppi «terroristici» (che accade se un nucleo consistente di questi si nasconde, come appare probabile, in città sovraffollate?), ma a paesi già definiti «canaglia», a cominciare da quell’Iran che non ha affatto rinunciato al proprio programma nucleare, ma che anzi, propri ieri, ha mandato il responsabile del progetto – Gholamreza Aghazadeh – a Mosca per «intensificare la collaborazione tecnologica con la Russia».

Il Pentagono ricorda che gli Usa non hanno mai rinunciato al «primo colpo», neppure quando di fronte avevano l’Unione Sovietica e la «distruzione reciproca» era comunque assicurata. Figuriamoci ora che non è visibile un avversario di pari forza, che possa «restituire» il «primo colpo». Ciò non toglie, comunque, che il complesso militare-industriale continui a bussar cassa lamentando di gestire «un arsenale che rischia di diventare inadeguato».