Il partito degli evasori

I dati contenuti nel Rapporto Annuale 2005 della Guardia di Finanza presentato oggi confermano che nel nostro Paese la guerra contro l’evasione fiscale è ben lontana dall’essere vinta. Anzi, negli anni del centrodestra il fenomeno si è aggravato. Gli imponibili sottratti al fisco scoperti dalle Fiamme Gialle nel 2005 sono quasi il doppio rispetto a quelli del 2004.
E questo è un dato che indica che la situazione volge decisamente al peggio. Quantificazioni del fenomeno fatte con metodologie e obiettivi diversi portano tutte allo stesso risultato: nel nostro Paese l’imponibile occultato è pari ad un terzo dell’intero Pil.
Il Censis nel suo 39° Rapporto, stima che l’incidenza delle imprese irregolari (da quelle totalmente sommerse a quelle che ricorrono sistematicamente all’evasione fiscale e contributiva) supera il 50 per cento. Questo dato è confermato a sua volta dall’Inps che denuncia il fatto che mediamente il 74 per cento delle imprese ispezionate non sono in regola con i contributi. Il fenomeno dell’evasione è antico, ma l’attuale governo ha vanificato del tutto gli sforzi (che avevano cominciato ad ottenere significativi risultati) fatti nella precedente legislatura per ridurlo e riportarlo nelle medie dei Paesi più civili.
La realtà è che il governo Berlusconi con i 22 condoni fiscali, edilizi e previdenziali approvati in questi anni ha dato un segnale preciso, non solo di non voler combattere, ma anzi di voler incoraggiare il lavoro nero e l’evasione. L’evasione fiscale, insomma, prospera proprio quando vengono praticati i condoni, quando le più alte cariche di governo risultano impegnate in attività evasive. In questa legislatura, infatti, non si è preso alcun serio provvedimento di contrasto, anzi sono stati approvati provvedimenti che vanno nella direzione contraria, che mandano un inequivocabile segnale sulla accettabilità della violazione della legge.
È questo il caso della famosa legge ex Cirielli, che accorcia da 10 a 6 anni il termine di prescrizione anche per l’emissione di fatture false. Si sono chiusi così processi riguardanti questo tipo di reati diminuendo, per il futuro, la deterrenza rappresentata dalla sanzione penale.
D’altronde poco più di un anno fa, il 16 giugno 2005 il Presidente del Consiglio, rispondendo ai giornalisti prima dell’inizio dei lavori del Consiglio Europeo a Bruxelles, dichiarava testualmente: «Smettiamola di preoccuparci così tanto per l’economia italiana: abbiamo un sommerso del 40 per cento, ma vi sembra che la nostra economia non tenga? Ma andiamo…».
Tremonti ancora negli scorsi giorni ha affermato che attraverso i condoni si è potuto far fronte alla spesa pubblica senza mettere le mani nelle tasche degli italiani. La verità è che i condoni producono gettito nel breve termine, ma lo fanno venir meno nel medio-lungo termine, essi minano la credibilità dello Stato, scompaginano l’attività dell’amministrazione finanziaria, danneggiano i contribuenti onesti e spiazzano i consulenti fiscali più coscienziosi, rappresentano insomma una vera e propria eutanasia del fisco. Si registra, infatti, un progressivo affaticamento dell’Amministrazione finanziaria nella capacità di gestire una strategia di contrasto all’evasione.
Le ripetute proroghe ed estensioni dei condoni hanno così deprezzato gravemente ogni funzione di controllo, proprio mentre cadevano progressivamente le barriere etiche contro l’evasione.
Del resto in questi anni si è arrivati alla legittimazione morale dell’evasione, con il Presidente del Consiglio che ha dichiarato testualmente: «Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quello che guadagni c’è una sopraffazione nei tuoi confronti e allora ti ingegni a trovare sistemi elusivi o addirittura evasivi, ma in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità».
Con questa dichiarazione Berlusconi ha fatto appello al peggior retaggio della nostra cultura nazionale che, come ha più volte ricordato il compianto Sylos Labini, risente ancora delle passate dominazioni straniere, durante cui gli italiani erano costretti ad escogitare ogni sorta di espediente per aggirare leggi sgradite.
In questi anni, infatti, il tema della leva fiscale è stato strumentalizzato dalla destra in modo ideologico e populista, identificando l’imposizione fiscale come un «male» in sé, una gabella «estorta» dallo Stato «inefficiente e sprecone».
Non c’è da meravigliarsi quindi, che l’evasione in questi ultimi anni sia aumentata, fino al punto di ridurre dello 0,6 per cento la pressione fiscale. Questa, infatti, al contrario di quanto sostiene Berlusconi, non si è ridotta con le leggi fiscali che, sulla base delle Relazioni Tecniche che le hanno accompagnate, anzi, avrebbe dovuto comportare addirittura un leggero incremento del gettito.
La linea del governo non ha lasciato però le cose invariate: è accaduto che i lavoratori e imprenditori adempienti hanno pagato più di prima, mentre i furbi hanno evaso di più.
A subire i maggiori danni sono stati soprattutto pensionati e i lavoratori dipendenti a reddito medio-basso che hanno goduto di riduzioni Irpef del tutto irrisorie, spesso inferiori alla mancata riduzione del drenaggio fiscale e che sono stati colpiti da tagli ai servizi essenziali e dall’incremento di tariffe pubbliche e imposte locali, dall’aumento delle imposte di bollo e dalle tasse gravanti su gasolio e benzina che, essendo proporzionali, aumentano con l’aumento del prezzo del petrolio.
Malgrado tutto ciò, la Casa delle Libertà ha avuto ancora l’ardire di scatenare una indegna campagna mediatica sull’aumento delle imposte sulle rendite finanziarie che dovrebbe servire a riequilibrare il carico del prelievo, oggi gravante soprattutto sul lavoro. È uno scandalo che milioni di euro realizzati con speculazioni finanziarie e immobiliari siano di fatto completamente detassati, mentre i lavoratori dipendenti pagano le imposte fino all’ultimo centesimo.
Ma il centrodestra ha fatto male i propri conti, come emerge da un recente Rapporto Bankitalia: la stragrande maggioranza degli italiani ritiene che la lotta all’evasione sia un’emergenza prioritaria del Paese, perché ha ben chiaro lo stretto rapporto che esiste tra prelievo fiscale e servizi di cui tutti i cittadini usufruiscono. Senza di esso non potrebbero essere finanziate la sanità, la scuola, le forze di polizia, la giustizia, le infrastrutture pubbliche.
L’imposizione fiscale, quindi, non è altro che la quota che tutti i cittadini devono pagare per far parte di una società degna di questo nome.
Le imposte non sono mai buone o cattive in sé, ma lo sono in quanto permettono il funzionamento delle nostre istituzioni, garantiscono servizi efficaci, rafforzano la coesione sociale.