Il Partito Comunista Portoghese sul NO francese ed olandese

TRADUZIONE DI FRANCESCO MARINGIO’

Gli elettori francesi hanno rifiutato il nuovo trattato europeo col 54.87%, contro il 45.13% di votanti per il “sì” nel referendum di domenica, diventando così la prima nazione a porre un veto al progetto, ora irrimediabilmente condannato al fallimento.

Il significato della folgorante vittoria del “no”, con un margine praticamente del 10%, è rafforzato da un’elevata affluenza alle urne di circa il 70%, una delle più alte degli ultimi decenni, paragonabile soltanto a quella del referendum su Maastricht, nel 1992. Secondo un sondaggio dell’istituto IPSOS, il malcontento per una situazione economica e sociale, unito alla volontà di rifiutare un progetto ultraliberale, sono state le ragioni che hanno portato la maggioranza dei francesi a dire no al nuovo trattato.

Sebbene alcuni analisti cercano di identificare la prima categoria di motivi con ragioni di politica interna, concludendo che il risultato del referendum rappresenta, innanzitutto, un modo per penalizzare il governo guidato da Jacques Chirac e Jean-Pierre Raffarin, la verità è che le misure antisociali approntate in Francia non sono altro che la conseguenza di un orientamento liberale dell’Unione Europea che, si sottolinea, è stato seguito nella totalità dei paesi, compreso il Portogallo. Quindi, è legittimo che il popolo associ la politica interna alla politica decisa dall’alto nelle istanze europee, il cui potere aumenterà in maniera smisurata nel caso in cui fosse ratificato il trattato costituzionale.
Del resto, questo nesso è provato da adeguati studi sull’opinione pubblica. In un’intervista all’agenzia Associated Press il direttore-aggiunto del dipartimento di sondaggi del CSA, Bruno Jeanbart, afferma che il voto dei francesi “manifesta la sua insoddisfazione generale per il modo in cui sono governati, a livello nazionale ed europeo. Ma il referendum ha anche messo in primo piano una profonda “crisi di rappresentanza democratica”, evidenziano una “sfasatura evidente” tra un parlamento che ha adottato il trattato con l’80% del consenso e la popolazione che lo ha respinto col 55% dei voti”.

Un voto di classe

Inoltre, il responsabile del CSA afferma che “i lavoratori in produzione avevano sostenuto largamente il “no”, quasi per il 60%, gli altri lavoratori avevano optato per il “sì”, con la percentuale del 52%”. Un’analisi dell’istituto rispetto alla composizione sociale degli appartenenti ai due schieramenti è ugualmente rivelatrice. “La classe medio bassa” ha votato in maggioranza contro: “il 71% per cento di operai, il 66% di impiegati, il 57% di professionisti intermedi”. Dall’altra parte, le “classi medio alte hanno sostenuto in larga parte il “sì”: hanno votato a favore il 67% dei quadri medi ed il 60% dei liberi professionisti.
Bruno Jeanbart ha osservato inoltre la tendenziale distinzione conseguente al livello di istruzione. Tra quelli che avevano una licenza media i “no” hanno prevalso, mentre tra i diplomati si è stati propensi di più per” sì “.

L’istituto ha inoltre constatato che maggiore è la precarietà nel lavoro e più forte è l’adesione al “no”. Tra i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, il 58% hanno votano “no”, percentuale che sale al 69%, per quelli che hanno contratti a tempo determinato, raggiungendo il 71% tra coloro che fanno prestazioni occasionali.
Da un punto di vista geografico, il “no” ha avuto al percentuale più alta proprio nelle regioni a più alta concentrazione di “classi medio basse”, come conferma lo studio della CSA, realizzato domenica, a partire da un campione di 5216 di francesi iscritti alle liste elettorali, che sono stati intervistati.

Il “si” dei ricchi

Tra le 22 regioni della metropoli francese i “no” ne hanno guadagnate 18. Di più se analizziamo i risultati dal punto di vista dei dipartimenti, dove registriamo una differenza maggiore.
Nei 96 dipartimenti della Francia continentale, inclusi i due di da Córsega, in 83 si è votato “no”, contro solo 13 in cui si è sostenuto il “si”. Di converso, il “si” ha vinto in otto delle nove regioni oltremare, solo l’isola di Reunião si è opposta al progetto costituzionale.
Nelle grandi città, i fautori della “costituzione” hanno maggiore forza, in particolare a Parigi dove hanno guadagnato il 66%. Tuttavia, in tutta la regione metropolitana parigina (Ile-de-France) composta da sette dipartimenti, il “no” vince in quattro di questi ed il si prevale nei restanti.
Anche qui le differenze sociali hanno influenzato il voto. I municipi ricchi del centro di Parigi hanno appoggiato in larga misura il “si”, come nel caso del Neuilly-sur-Seine, con l’82.5%, e del Boulogne-Billancourt, col 73.37%. oltre Parigi, i dipartimenti a sud ovest, Haut-de-Seine e Yvelines, hanno avuto la stessa tendenza con percentuali per il “si” dell’ordine del 60%. Lione, Bordéux, Strasburgo, Nantes, Rennes, Grenoble, Aix e la Provence ou Toulouse sono state le città che hanno dato la vittoria al “si”. Comunque, altri grandi centri urbani si sono rifiutati di ratificare il documento, come nel caso di Marsiglia, dove i “no” hanno raggiunto il 61.17%, e superando l’80% nei quartieri operai più svantaggiati. Anche a Nizza, Lille, Le Havre, Mulhouse, Reims, Rouen, Orleães, Le Mans, Clermont-Ferrand, Perpignan o Montpellier l’elettorato si è opposto in larga parte al progetto europeo.

Fonte: Jornal “Avante!”, organo del PC portoghese
http://www.avante.pt/noticia.asp?id=9845&area=8