«Il Parlamento si occupi dei precari»

Falsi indipendenti. L’università si sta muovendo, è in ritardo ma comincia a indagare il «fenomeno» del precariato. Sarebbe opportuno che lo facesse anche il Parlamento. Il Capo dello Stato incalza Camera e Senato a mettere in agenda la precarietà, «il
problema è serio», ha riconosciuto Giorgio Napolitano davanti a un gruppo di lavoratori del Politecnico di Torino.
Il materiale da cui partire non manca. L’ultima fotografia l’hanno scattata insieme Ires-Cgil, Nidil-Cgil e la facoltà di Scienze della comunicazione de La Sapienza che ieri hanno presentato «l’Osservatorio permanente sul lavoro atipico» e il suo primo rapporto. Innanzitutto i numeri. I parasubordinati attivi iscritti nel 2005 alla gestione separata dell’Inps sono poco meno di 1 milione e mezzo cui vanno aggiunti 209.960 con partita Iva. Sono prevalentemente uomini (il 57%) e hanno un’età media di 41 anni. Si sentono «dipendenti» ma non lo sono, guadagnano meno di mille euro al mese – almeno nel 50% dei casi – e non hanno figli. È inquietante verificare come ha fatto l’Ires su un campione di 560 parasubordinati che ben il 90% di quelli che hanno meno 35 anni è senza prole come pure il 50% di chi supera questa età. Del resto con quello che guadagnano la famiglia è un lusso. Il Rapporto calcola che l’imponibile medio nel 2005 degli iscritti all’Inps (dentro c’è di tutto, dai sindaci e amministratori di società ai co.co.pro) è stato pari a 14.678 euro, ma la stragrande maggioranza di loro (il 58%) non arriva a 10.000 euro annui. Ancora: i collaboratori in senso stretto, che sono 964.436 (il 65% del totale) hanno un compenso medio di 8.334 euro. Troppo poco per chi dichiara (lo fa il 90%) di avere un unico datore di lavoro e si «sente» lavoratore dipendente nell’85% dei casi. Solo una percezione? Non proprio. A guardare l’orario di lavoro si scopre che il 50% del campione Ires (il 63% nel settore privato) lavora più di 38 ore a settimana con punte di oltre 45 ore. La presenza è quotidiana, l’attività si svolge in azienda che, per il 31% del campione, è la stessa da più di quattro anni. Con quali prospettive di carriera? A fronte di un 17% che pensa di averne buone, il 44% dice che migliorerà cambiando azienda e il 39% è scoraggiato, pensa di non averne. Vale anche per il 39% dei laureati.
Poche le prospettive anche di una pensione. Poco meno del 40% degli intervistati, soprattutto over 35, si dice disponibile ad un aumento dell’aliquota contributiva che permetterebbe una pensione migliore. Il 38,6% ritiene però di non essere disponibile perché non può permetterselo. «L’aumento delle aliquote non può ricadere sulle retribuzioni – spiega il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni -. Per questo al tavolo che si aprirà in gennaio sul mercato del lavoro proporremo unitariamente che per chi lavora con lo stesso datore la retribuzione non potrà essere inferiore a quella dell’anno precedente». Per il sindacalista «se si segue il ragionamento legato ai costi del lavoro, allora si dovranno equiparare quelli dei lavoratori atipici e stabili in termini previdenziali e prevedere anche una parificazione dei compensi che oggi per i precari sono spesso da fame». La Cgil batte anche su una modifica più radicale: riscrivere il codice civile «eliminare la figura del lavoratore parasubordinato e lasciare quelle del lavoratore dipendente e dell’autonomo».
Il «problema» è anche culturale, e per il preside di Scienze della Comunicazione Mario Morcellini è stato sottovalutato. «Sinistra e sociologia critica», afferma, «non hanno capito il potere di devastazione nei rapporti sociali che c’era nel precariato». «I giovani hanno messo in atto dei sistemi di adattamento che, però – conclude – non potranno durare in eterno».