Il parlamento palestinese si tinge di verde

Si era parlato di un testa a testa tra Al Fatah e Hamas per la conquista della maggioranza dei seggi nel Consiglio legislativo ed è stata davvero una lotta all’ultimo voto quella avvenuta tra il partito del presidente Abu Mazen e il movimento islamico. Gli exit poll comunicati dalle università di Al Najah (Nablus) e Bir Zeit, assegnavano ieri sera un leggero vantaggio ad Al-Fatah, rispettivamente il 45% contro il 42% e il 44% contro il 39%. Ciò vuol dire che Al Fatah nel nuovo Consiglio legislativo avrà soltanto 4-5 seggi in più di Hamas (63 seggi contro 58-59). Si tratta di un vero terremoto nella politica palestinese, dove il Fatah fondato da Yasser Arafat ha governato per 13 anni praticamente senza avversari in parlamento. Il dato definitivo del voto si conoscerà tra questa sera e domani mattina e potrebbe accorciare ancora di più lo scarto tra Al Fatah e Hamas, rendendo più probabile la formazione di un governo con le due forze politiche rivali che pure Abu Mazen continua ad escludere. L’altra ipotesi è la creazione di un governo con Al Fatah e altri partiti laici, in particolare «Terza Via» dell’ex ministro delle finanze Salam Fayad e la coalizione di sinistra «Badil» che avrebbero ottenuto (assieme) tra i 4 e i 5 seggi. Sarebbe però una maggioranza troppo esigua per reggere all’urto di una opposizione islamica che si annuncia veemente tra i banchi dell’assemblea parlamentare. L’incertezza legata al voto non deve far passare in secondo piano la maturità politica dimostrata dai palestinesi che occupati militarmente, senza uno Stato, soggetti a fortissime pressioni internazionali, chiusi dal muro in Cisgiordania, hanno tenuto elezioni nel rispetto delle regole democratiche in cui partiti e candidati hanno potuto rivolgersi liberamente agli elettori. L’affluenza alle urne è stata elevata: il 77%. L’unico neo sono stati i finanziamenti molto diversi che i vari partiti hanno avuto a disposizione per la campagna elettorale (Hamas e Al Fatah hanno speso una fortuna rispetto alle altre forze politiche). Senza dimenticare le misure israeliane a Gerusalemme dove solo 6 mila dei 47 mila palestinesi aventi diritto al voto hanno potuto segnare le loro schede in sei uffici postali nella zona araba della città. Tutti gli altri sono stati costretti a recarsi nei sobborghi più vicini – come Zaim, Dahiet Barid, Ram, Abu Dis – percorrendo in qualche caso anche 6-7 chilometri per raggiungere i seggi. La prova espressa dai palestinesi è stata una risposta a tutti coloro che avevano previsto guerra civile e caos senza fine in Cisgiordania e Gaza. «La partecipazione alle elezioni è stata straordinaria. «All’interno dei seggi elettorali ho registrato un’alta professionalità, competenza e rispetto delle regole», ha riferito l’europarlamentare italiana ed osservatrice elettorale dell’Ue Luisa Morgantini (Rifondazione). Simile il giudizio della sua collega Lilly Gruber (Pse). Deve essere sottolineata inoltre la partecipazione di candidate e attiviste palestinesi, molte di loro con il velo, che si sono rivelate una delle forze di queste elezioni. Discutendo e distribuendo volantini alle votanti, con le sciarpe gialle di Al Fatah e quelle verdi di Hamas al collo, hanno sicuramente accresciuto l’affluenza femminile. Sul dopo-elezioni, i dirigenti dell’Anp ieri hanno mandato a dire agli israeliani che Hamas è una forza politica matura per entrare non solo in parlamento, ma anche al governo. «Se usciranno vincitori, li sosterremo» ha detto il premier uscente Abu Ala (A-Fatah). Il presidente Abu Mazen da parte sua ha detto che «siamo pronti a trattare con gli israeliani ma loro non hanno diritto di scegliere con chi parlare. Se vogliono un partner palestinese, questo esiste». Ha perciò riaffermato la sua strategia: favorire l’ingresso di Hamas in parlamento per ottenere la progressiva trasformazione del movimento islamico in un partito politico a tutti gli effetti. Da Israele invece i segnali sono ancora contrari, di chiusura, di ripetizione di posizioni note che servono solo a paralizzate il quadro politico e diplomatico mentre il muro continua ad allungarsi in Cisgiordania mettendo in scatola i centri abitati palestinesi. Il premier ad interim Ehud Olmert ha ricordato che la precondizione per la trattativa è il disarmo con la forza dei vari gruppi dell’Intifada che Abu Mazen non vuole perché sa che scatenerebbe la guerra civile fra palestinesi. Il capo di Hamas a Gaza, Mahmud Zahar, in ogni caso ha fatto sapere che non ci sarà un disarmo. «Non c’è alcuna discrepanza fra le armi della resistenza e le elezioni politiche» ha affermato «piuttosto che fare pressione sui palestinesi ha aggiunto dall’estero dovrebbero fare pressione su Israele affinché restituisca ai palestinesi i loro diritti usurpati».