Il paese dei poveri che il governo nega

Il rapporto Istat sulla povertà in Italia rivela che più di sette milioni e mezzo di persone (il 13,2% della popolazione) sono sotto la soglia. Ma potrebbero essere anche di più, perché un altro 7,9% di famiglie viene considerato «quasi povero». Nel Mezzogiorno i numeri diventano impietosi: questa condizione riguarda una famiglia su quattro

Sempre più poveri in Italia. Nel 2004, sono più di 7,5 milioni le persone che vivono in condizione di povertà, l’11,7% delle famiglie italiane e il 13,2% della popolazione. Cresce l’allarme per il Mezzogiorno, dove una famiglia su quattro è sotto la soglia di povertà. E ad essere maggiormente colpite sono le famiglie numerose, quelle con figli minori o anziani a carico, e i redditi da lavoro dipendente. Ma i poveri potrebbero anche essere di più. Pochi giorni fa Eurostat (l’istituto di statistica della Ue) ci aveva detto che, dei 72 milioni di persone a «rischio povertà», ben 11 milioni (il 19% della popolazione) sono in Italia. Ieri invece è stata l’Istat a diffondere le stime annuali sulla «povertà relativa».

«Relativa», perché calcolata sulla base della spesa media mensile pro capite che, per una famiglia di due persone, l’Istat ha quantificato in 919,98 euro. Le famiglie che consumano in media una cifra mensile pari o inferiore a questa soglia sono da considerarsi povere. Questa però – avverte l’Istat – non è che la soglia convenzionale. Se, nel calcolo statistico, si aggiungono due soglie ulteriori lo spettro si allarga. E di sicuro c’è solo il fatto che le famiglie «sicuramente non povere» costituiscono l’80% del totale. Mentre a quell’11,7% di famiglie povere (composto da un 6,2% di famiglie «appena povere» e da un 5,5% di famiglie «sicuramente povere»), va aggiunto un 7,9% di famiglie «quasi povere». In aumento anche, rispetto al 2003, «l’intensità della povertà» (ossia, di quanto la spesa delle famiglie povere è al di sotto della soglia di povertà), attestandosi al 21,9%.

Dice l’Istituto nazionale di statistica che se l’incidenza della povertà relativa (11,7%) resta «sostanzialmente inalterata» rispetto agli anni precedenti (11% nel 2002, 10,8% nel 2003), gli aumenti «statisticamente significativi» riguardano il Mezzogiorno, dove l’aumento dell’indice di povertà è «generalizzato», in quanto investe le famiglie a prescindere dall’età, dal titolo di studio e dalla condizione professionale.
I numeri sono allarmanti. La percentuale di famiglie relativamente povere nel Sud è pari al 25% (mentre al Nord sono il 4,7% e al Centro il 7,3%). I numeri più elevati sono in Basilicata (28,5%) e in Sicilia (29,9%), ma con aumenti, rispetto al 2003, che riguardano tutte le regioni del Mezzogiorno, e in che in alcuni casi sono molti elevati (in Puglia ad esempio, dove si passa dal 20,4% del 2003 al 25,2% del 2004, o in Campania, dal 21,2% al 24,9%).

Le famiglie numerose (con cinque o più componenti) sono, su tutto il territorio, quelle più colpite. Ma nel Mezzogiorno la percentuale sale ad oltre un terzo di quelle residenti (contro la media nazionale di un quarto). Se i figli poi sono tre o più, l’incidenza della povertà raggiunge il 41% (contro una media nazionale del 26%). Critica è la situazione degli anziani. Ma anche qui, il tasso di povertà di famiglie con almeno un anziano a carico è nettamente più elevato nel meridione (29,7% contro il 7% del Nord e l’11,2% del Centro). E nella stragrande maggioranza dei casi gli anziani poveri e soli sono donne.

Le cause? Bassi livelli di istruzione, esclusione dal mercato del lavoro o bassi profili professionali – dice l’Istat – si associano strettamente alla condizione di povertà. In particolare, è molto elevata la percentuale di famiglie povere con membri esclusi dal mercato del lavoro. Come del resto anche di quelle basate su redditi da lavoro dipendente, che nella media nazionale è pari al 9,3% contro l’8,2% del 2003, ma che raggiunge il 20,5% nel Mezzogiorno (contro il 3,5% nel Nord e il 4,9% nel Centro).

«I dati dell’Istat sono drammatici, molto peggio di quanto non si potesse pensare – ha detto Romano Prodi – E’ necessaria una politica meridionalista che in questi anni non c’è mai stata». Dal fronte del governo rispondono Renato Brunetta, consigliere economico di palazzo Chigi, e Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare. Il primo a dire che «affermare, come fa l’opposizione, che la povertà è cresciuta, è una speculazione politica». Il secondo ad argomentare che non è la «povertà relativa, che evidenzia le differenze di reddito» ad indicare i veri indigenti. Allarmati i sindacati. La situazione da grave è diventata drammatica, dice la Cgil. «L’Italia si conferma un paese sempre più diseguale e diviso territorialmente – commenta Bonfanti della Cisl – E questo è il frutto di una politica che non è in alcun modo intervenuta sui problemi strutturali del paese, ha dimenticato il Mezzogiorno e le politiche di sviluppo, ha fatto finta di fare politica a sostegno delle famiglie e ha ridotto le risorse per le politiche sociali».