Il padrino fantasma

E’ finita diversamente da come sarebbe potuta finire – ad urne chiuse – la incredibilmente lunga latitanza di Bernardo Provenzano, l’indiscusso capo dell’ala militare di Cosa nostra. Una cattura data sempre per imminente da anni e sempre attesa per una qualche occasione «propizia» ma che non si è mai concretizzata per mille intoppi, imprevisti o sfortunate circostanze. Avviene invece in un innocuo 11 aprile, fuori tempo massimo, appena uno o due giorni dopo una di quelle occasioni da non perdere.
Avviene invece in un innocuo undici aprile, fuori tempo massimo, appena uno o due giorni dopo una di quelle occasioni da non perdere e ad opera della Polizia di stato al cui ministro Pisanu il colpaccio sarebbe servito prima ma che ormai serve ben poco. Credo che il boss – vecchio, malato ma ben conosciuto perché ben ritratto nell’ultimo identikit – fosse stato localizzato da tempo e pronto per essere servito a tavola da un momento all’altro. Potrebbe anche aver negoziato lui (o altri per lui, a sua insaputa o con il suo consenso) la resa allo Stato, ma non certo proprio per la mattina dell’undici aprile 2006. E’ probabile che la polizia, seguendo i sondaggi sfavorevoli al polo berlusconiano, abbia correttamente scelto di tirarsi fuori dalla contesa elettorale anche per non assegnare la cattura di Provengano al governo uscente e farsi poi rimproverare un «favore» carico di valenza politica. Non sapremo mai com’è andata realmente ma non c’è dubbio che va elogiata questa neutralità della polizia in un passaggio politico molto delicato: le polemiche e gli scontri post elettorali si trascineranno per molto ma non si aggirerà al loro interno il fantasma di Corleone. Che dire di un’altra coincidenza, questa volta non mancata, tra la caduta di Provenzano e quella di un governo di centro destra – quello del 61 a 0 in Sicilia nel 2001 – che degli interessi mafiosi non è stato certamente un nemico irriducibile? Il governo Berlusconi aveva operato una scelta molto oculata nei confronti della mafia. Duro con i detenuti e i latitanti, ormai indifendibili anche a causa dell’attenzione internazionale verso questo fenomeno criminale, ma incline a favorirne gli interessi economici diffusi (seppure all’interno di un più ampio blocco di potere) attraverso il rientro anonimo dei capitali, i condoni, le sanatorie, le innumerevoli modifiche processuali che hanno paralizzato i processi penali, ecc. Provenzano era l’uomo cerniera di questi due fronti mafiosi perché, seppur latitante, era il dominus controllore e garante della spartizione degli appalti, degli affari legati ai servizi pubblici e alla sanità e simili. La sua caduta contestuale, e, speriamo casuale, con il governo Berlusconi segna solo la fine della sua storia personale, ma non segna certo la fine della mafia e della connessione di questa con la politica berlusconiana in Sicilia. Non c’è dubbio che la cattura del boss segna un punto importante a favore della determinazione delle forze dell’ordine e della magistratura nel contrasto con la criminalità. Importante è anche la carica simbolica di questo evento che spazza via anche il mito dell’invincibilità dell’uomo che sembrava personificare Cosa nostra. Messo da parte un capo, però, se ne fa subito un altro e gli affari continuano indisturbati, come dimostrano decenni di indagini giudiziarie. Disfarsi dei giocatori è importante ma è il gioco in sé che bisogna distruggere e qui entra in campo la politica e, nel nostro caso, la politica che il centrosinistra saprà attuare per contrastare al massimo un fenomeno criminale che tanti danni arreca alla democrazia di questo Paese.