Il nuovo governo Hamas alla prova nel caos di Gaza

Il cielo plumbeo che domenica pomeriggio s’intravedeva dalla finestra del ministero degli interni a Tallil Hawa (Gaza City) faceva da sfondo ai boati a ripetizione degli ordigni lanciati da postazioni militari israeliane a sud ovest di Israele, verso il nord della Striscia, in risposta ai ripetuti lanci di razzi Qassam da Gaza verso Israele. Non hanno provocato vittime, come quelli lanciati la notte precedente e quella prima ancora. Solo danni materiali. Uno è finito in un cortile con le giostre per i bambini. Un altro nel bel mezzo di un campo di calcio.
Nessuno dei giornalisti convocati dal nuovo ministro dell’Interno, Said Siam sembra farci caso. Sono tutti di Gaza. Abito blu, cravatta a strisce con fermacravatta, barba e capelli bianchi corti, il ministro sembra possedere il phisique du role per il dicastero assegnatogli. “In nome di dio Allah” esordisce con voce ferma. Saluta e ringrazia i presenti senza sapere che qualcuno ha lasciato l’aula irritato prima del suo arrivo, lamentando di aspettarsi una conferenza stampa. Alle spalle del neoministro una foto di Arafat ed una del presidente Abbas danno un po’ di colore, insieme alla bandiera palestinese ad una sala con luci al neon e sedie di plastica da spolverare.

Basta poco per capire che l’incontro è una questione tutta interna a Gaza. Dopo aver reso omaggio al coraggio dei giornalisti locali, per l’impegno ed i sacrifici che richiede lavorare sotto occupazione e per aver fatto emergere la verità «mentre altri lavoravano per coprirla» e per aver mostrato la sofferenza del popolo palestinese, arriva il richiamo all’ordine, alla responsabilità. Ormai è chiaro per tutti, dice il ministro, che la situazione interna a Gaza è molto complicata. C’è bisogno di persone oneste e sincere che contribuiscano a migliorare la situazione. I media palestinesi sono parte di questo sistema e possono dare il loro contributo.

Il ministro ribadisce, a più riprese, la stima per il livello di professionalità di chi è allo stesso tempo cronista e vittima, proprio per questo, dice in sostanza Siam, occorre comprendere che l’interesse nazionale va perseguito prima che le notizie. «La situazione è molto critica, occorre svolgere il proprio lavoro con precisione».

E proprio per la precisione, il ministro fa notare ai presenti di non gradire di essere interpellato o citato come ministro di Hamas. «Si è appartenenti ad Hamas fino al giorno delle elezioni – ha fatto notare il professor Siam – questo è il governo palestinese, non il governo di Hamas». Certo a Siam è toccato per ora il ministero più insidioso. I lanci di razzi Qassam, come il caos per le strade con morti e feriti visto nei giorni scorsi a Gaza, imbarazzano non poco il nuovo governo palestinese. La Striscia fa ormai da tempo da caleidoscopio allo scontro di potere interno ai palestinesi. Quelli armati che fanno capo ai diversi gruppi politici. Non certo al cittadino comune. Anche se, le armi a Gaza, circolano con una certa facilità. Non c’è matrimonio senza la sventagliata di colpi di kalashnikov, come accade talvolta in caso si regolamenti di conti tra famiglie o clan rivali.

I ripetuti lanci di razzi Qassam da Gaza verso Israele, attualmente opera di gruppi non legati ad Hamas, più che colpire Israele, hanno come obiettivo quello di imbarazzare il nuovo governo.

Per Israele, tuttavia, Hamas resta responsabile di qualunque azione nei propri confronti. La questione della sicurezza interna e l’applicazione della legge, sono stati dei cavalli di battaglia del gruppo islamico durante la campagna elettorale. Nella fase di esordio del suo governo, Hamas si ritrova sotto pressione. Non solo esterna, anche se sta facendo di tutto per non darlo a vedere. Come ogni governo ha bisogno di tempo e soldi per mettere mano a quei problemi interni che ha promesso di risolvere. La risposta che tutti attendono è cosa farà il nuovo governo per punire i responsabili del caos divampato a Gaza venerdì scorso. «Ci sarà una commissione d’inchiesta», annuncia Siam. Come prima, dice qualcuno. «Sarebbe una catastrofe», risponde il ministro.

Una delle cause dei rapimenti avvenuti a Gaza e delle rivolte armate è la promessa di dare posti nella sicurezza agli appartenenti alle Brigate dei martiri di Al-Aqsa. A chi gli chiede se il progetto è ancora in piedi il ministro risponde: «Ma se non ci sono i posti nemmeno per chi è già impiegato! », pensando forse anche al fatto che con Hamas al governo assegnare posti “regolari” alle brigate del partito avversario potrebbe creare qualche malumore tra gli appartenenti a Ezzedim el-Qassam, fazione armata del movimento islamico.

Qualche novità è emersa nel discorso tenuto domenica da Siam a Gaza. Ad esempio, lo stop al coordinamento con i servizi di sicurezza israeliani: «Lo rifiutiamo. Non si scambiano informazioni con il nemico». L’incontro non è nemmeno terminato quando arriva la notizia dell’ennesima sparatoria in pieno centro, questa volta senza morti e feriti. Un’auto con a bordo agenti dei servizi di sicurezza presidenziali viaggia contromano davanti al Parlamento. I poliziotti schierati nella zona intimano l’alt. La risposta è la solita “mitragliata”per aria. Ma tra forze di sicurezza opposte ad altri servizi della stessa sicurezza. Anche se con un’insolita pioggia, questa è Gaza.