Il nuovo Albanese fa il ministro della paura

«La libertà d’ espressione è stata quasi debellata. Curata. Finita. La ricerca ha fatto passi da gigante. Una libertà di cui non si ammala più nessuno». Antonio Albanese racconta così, a modo suo, la realtà di oggi. Sorriso vacuo, passi burattineschi, fisionomia da androide, le immancabili spallucce, lo sgomento a bocca aperta, le giravolte da pagliaccio, e una coscienza del nulla ben stampata sulla pelle. Albanese si candida a incarnare sulla scena un meticoloso Trattato d’ Anatomia dell’ Attore Comico nell’ era della crisi, con gli spaventi e le fobie che dominano il suo nuovo spettacolo “Psicoparty”, in scena al Teatro delle Celebrazioni, scritto da Michele Serra e da lui stesso, con team completato dal regista Giampiero Solari, da Piero Guerrera e da Enzo Santin. è davvero una palestra dei terrori e delle ansie, e delle manipolazioni (dis)umane, questo grottesco almanacco delle infelicità e dei ribrezzi, con una mente proterva che fa sfoggio di sé grazie a un personaggio memorabile, il Ministro della Paura, un gelido e mellifluo uomo istituzionale che reca in faccia un calco statuario e macabro rimandante ad Hannibal o a Il silenzio degli innocenti. è uno che calza un abito rigido quasi preso dai guardaroba in bassorilievo di Gnoli, che si cela dietro ray-ban padrineschi, che è parente d’ un odierno Convitato di pietra, uno che parla chiaro: «Senza la paura non si vive. Senza la paura del sesso e della fame, del padrone, della famiglia, della scuola, di Dio. Una società senza paura è come una casa senza fondamenta». Discorso da imbonitore. Tutto il preambolo dello spettacolo è uno spassoso riscaldamento di muscoli che fanno male. Il protagonista duetta col proprio volto filmato e vanta tempi felici, una bella Italia, un sano ottimismo. E fa leva su un inno dell’ equità sociale, sullo star bene. Finché una misteriosa valigia rossa rinvenuta sul palcoscenico scatena le logiche del panico, dell’ emergenza anche ridicola. Poi, è come se Albanese chiamasse a raccolta le sue figure topiche del teatro per sviluppare da vari punti di vista la letteratura, la cronaca dell’ angoscia dei nostri giorni. Ecco il suo Epifanio alle prese con una nuova storia, quella della chiamata alle armi, un capitolo che lo trasforma in Schweyk pusillanime e però anche civile. Ecco l’ industriale Perego che in uno scenario hi-tech è costretto a passare il testimone della sua fabbrica all’ acquirente cinese Wu, sorta di ET più dislessico di lui, con complemento di Opa e di AntonPerego Credit Card in ghisa. Ma è dopo il comizio di Cetto La Qualunque (con parrucca e tratti alla Depardieu), incline a far sentire il vero odore d’ una spocchia barbara e disonesta, che prende forma e tono l’ inqualificabile” uomo-vittima, la creatura priva di password e di blog, il cittadino non ricco e non simpatico: la prosopopea dell’ incontenibile Albanese, ben musicata dal vivo, plana su una pista poeticamente rotta, e lui è bravissimo nei mezzi toni, nell’ angustia, nel non-senso. Finché è il suo stesso Alex Drastico che lo rimprovera in video. Ma lui ha ancora la forza di dire il monologo della canna da pesca, un’ utopia della calma perduta, dell’ eccitazione di star solo. In questo mondo virtuale.