Il nucleare a geometria variabile

Il vero vincitore nell’accordo «storico» in materia nucleare di ieri a New Delhi – ammesso che si possa parlare di vincitori e che invece non siamo tutti, come umanità diffusa, sconfitti – non è né l’indiano Singh né l’americano Bush. E’ l’iraniano Ahmadinejad. Le concessioni strappate dall’India e consentite dall’amministrazione Usa sono una nuova e clamorosa dimostrazione del doppio standard che Washington, nella sua arroganza imperiale, pensa di potersi permettere in tutti i campi. Dai diritti umani al nucleare, dal libero commercio alla democrazia.

E’ difficile dire con quale faccia che non sia la faccia di bronzo di un Bush, gli americani (con il codazzo dei Blair e Chirac) potranno sostenere la legittimità di una «coalizione dei volenterosi» per stoppare le ambizioni nucleari iraniane – per di più, fino a prova contraria, destinate esclusivamente a fini pacifici – mentre accettano di concedere all’India una libertà quasi assoluta di sviluppare il potenziale nucleare. Da quello civile (14 reattori su 22) che sarà soggetto alle ispezioni dell’Agenzia per l’energia atomica, a quello militare (22 meno 14), che rimarrà segreto ed escluso da ogni controllo internazionale, compreso il reattore superveloce per produrre il plutonio e le bombe.

Sono gli stessi critici bipartisan dentro il Congresso di Washington a riconoscere che questo «piano di separazione» è senza senso dal momento che l’India potrà portare avanti il suo programma militare parallelo e segreto.

L’accordo di New Delhi è la riprova che anche nel campo del nucleare come in quella dei diritti umani la strategia dell’America (e dell’Europa e anche dell’Aiea del Nobel per la pace El Baradei, che inopinatamente considera l’accordo «positivo») è a geometria variabile. L’India, ha detto Bush, è «una potenza nucleare responsabile» e dà buone garanzie di non-proliferazione (a differenza di quell’«international nuclear Wal-Mart» che è il Pakistan). E come tale la sua bomba democratica va premiata. Anche se, pur avendo fatto esplodere la prima nel `98, non ha mai firmato, al contrario del vituperatissimo Iran e al contrario degli amiconi Israele e Pakistan, il Trattato di non proliferazione.

Il premio all’India in realtà si deve ad altro. Alla sua «partnership strategica» con gli Usa che si lascia alle spalle le antiche contiguità con l’Urss-Russia e le ancor più antiche velleità di non allineamento. Al suo ruolo di «più grande democrazia del mondo» che sottintende uno dei più grandi mercati in fieri del mondo. E soprattutto al suo peso strategico di contraltare della superpotenza cinese che avanza a passo di carica e del fedele ma infido alleato pakistano.

E allora poco importa, come ricordava il Financial Times, se l’accordo «storico» di New Delhi manda a carte quarantotto le regole e i divieti della non-proliferazione o se spalanca la strada delle aspiranti potenze nucleari a seguire l’esempio indiano.

Israele buonissimo, l’India buona, il Pakistan infido ma buono (per il momento), la Corea del nord e l’Iran cattivi. Non è questo il punto. Il punto è che prima di pensare ai paesi, buoni o cattivi, che vogliono entrare nel club nucleare dovremmo tutti tornare a pensare e a reclamare la de-nuclearizzazione militare delle 5 potenze atomiche «storiche», buone o cattive che siano. E la chiusura del club.