Il neo-taylorismo avanza, la sinistra non lo vede

Grande è il disordine sotto il cielo, ma la situazione non è delle migliori per la sinistra e penso abbia ragione Valentino Parlato nel proporre una ricerca delle cause. Siamo travolti da un grande processo di riorganizzazione delle forze produttive alle quali, però, non sembra bastare la mondializzazione dei mercati (anche del lavoro) e dei flussi finanziari. Si è messo al lavoro il general intellect con la speranza che il capitalismo, rianimato dalle tecnologie dell’informazione, imboccasse un nuovo sentiero di sviluppo superando le sue tante contraddizioni, come la polarizzazione tra i pochi ricchi (di reddito e di sapere) ed i molti poveri ed il contrasto tra produzione crescente e risorse naturali declinanti.
Si è aperta, invece, una nuova contraddizione tra la necessità di controllo, appropriazione e monopolio delle conoscenze, che sono motore dell’innovazione, e la necessità che il sapere sia considerato un bene comune e che si sviluppi attraverso il libero scambio creativo. È quanto rivendica il movimento del free software che vuole programmi il cui codice deve restare a disposizione di chiunque lo voglia vedere, modificare, redistribuire. Sulla strada dello sviluppo anche l’idea di appropriazione del sapere e di espropriazione del lavoro va in crisi perché l’innovazione fondata sulla conoscenza e sull’informazione o è libera o non è. Quella che sembrava un’utopia di qualche migliaio di hackers sparsi per il mondo oggi sta alla base dello scontro tra le grandi imprese transnazionali, a cominciare da quello tra Ibm e Microsoft. L’Ibm ha scelto di mantenere al suo intemo un’organizzazione del lavoro gerarchica e centralizzata, ma di rinunciare ad una parte dei suoi brevetti per aprirsi alla collaborazione con i creativi del software libero. Microsoft si è sempre vantata di avere un’organizzazione del lavoro aperta e orizzontale, ma ha sempre difeso sul mercato e nei tribunali i suoi prodotti con brevetti e costose licenze. Un’idea monopolista che comincia ad incrinarsi perché il sapere libero e diffuso è una potenza più creativa di Microsoft.
È complicato discutere in Italia su questi temi perché la politica li considera «specialismi», mentre hanno a che fare con l’idea di sviluppo, di democrazia, di società; permettono di individuare la qualità del conflitto sociale e quindi il ruolo degli uomini e delle donne che creano valore e conoscenza.
Intanto va preso atto che si è dimostrata illusoria l’idea che, dopo il fordismo, si potesse tornare ad un pieno controllo sul lavoro da parte delle imprese. Questo è stato impedito anche dal fatto che il capitale di sapere e professionalità dei nuovi «lavoratori della conoscenza» – dal ricercatore all’operaio di una macchina informatizzata – è difficilmente separabile dai suoi detentori. Per questo è sembrato alle imprese più facile delocalizzare il capitale fisso che valorizzare esperienze e culture del lavoro; più facile governare aziende gerarchiche e rigide che ridefinire modelli di organizzazione del lavoro orizzontali e flessibili. Tutto ciò ha limitato l’innovazione e le potenzialità dello sviluppo. Ne è dimostrazione lo stato del nostro paese: tanti investimenti in tecnologia, ma poca innovazione e perdita di competitività. Una ricerca della Banca d’Italia lo conferma: «La maggiore disponibilità di strumenti informatici non ha determinato un utilizzo diffuso delle nuove tecnologie: gli addetti che utilizzavano il computer almeno una volta a settimana erano infatti nel 2005 solo il 38.4% in calo rispetto al 2002 (41.8%)». Causa di ciò è «la resistenza al cambiamento organizzativo per l’incertezza sulla condivisione della strategia» da parte delle imprese.
Ad oggi niente dice che la tendenza sia mutata: una sorta di neo-taylorismo cibernetico produce sotto-utilizzo delle conoscenze e delle capacità professionali e tanta precarietà. Le difficoltà della sinistra italiana stanno probàbilmente in questo non vedere il problema: lo sviluppo è consegnato alle imprese, sia nella versione veltroniana della azienda-comunità, che scavalca la logica dei «blocchi sociali»; sia nell’ossessione della sinistra-sinistra per il conflitto redistributivo, come se non bastasse un rialzo dei tassi della Bce per vanificare conquiste salariali od elargizioni di spesa sociale. Sinistra e sviluppo dovrebbero tornare, nelle nuove forme dell’innovazione e della sostenibilità ambientale e sociale, ad essere sinonimi.